Se si esclude l’inconsistenza genetica della pop
music, quella danzerina e fine a se stessa della disco, la new
wave del rock è fatta soprattutto di elettronica, contaminazione
di linguaggi, sperimentazioni, spesso e volentieri alquanto improbabili.
Il testo è un pretesto, il “messaggio” demodè: qualcosa di scomodo,
di opprimente. Un ricordo sbiadito nel tempo. Disimpegno, signore
e signori. Tutto il resto è noia (in questo caso la paternità
della citazione è meno nobile ma non va sottaciuta: Franco Califano).
Fanno eccezione proprio i cantautori, di vecchia e nuova scuola:
gli unici ancora in grado di intendere e di volere. Capaci di
raccontare il Paese dal suo lato vero e, molto spesso, peggiore.
Gli anni Ottanta vedono la ri-nascita di Enzo Jannacci, grazie
anche alla mirabile Quelli che. La piena maturità di Ivano Fossati,
capace di traghettare la melodia facile facile di La mia banda
suona il rock verso i climi reggaeggianti di Panama, quindi ben
oltre. Gli anni dello stupefacente Aguaplano di Conte, degli Scacchi
e tarocchi degregoriani. E anche delle belle promesse divenute
realtà: Mimmo Locasciulli, Mario Castelnuovo, Sergio Caputo (forse
il vero “fotografo” di quegli anni).
Senza dimenticare Vasco Rossi, che, proprio negli Ottanta, comincia
a convincere e a straripare, in forza di una vena rock-nichilista
che seduce una generazione di “sconvolti senza santi nè eroi”.
Gli anni Ottanta sono stati soprattutto gli anni di Franco Battiato
idolo pop. Delle sue tastiere mobilissime e trascinanti, accanto
ad echi di musica sinfonica, citazioni colte ed altre popolari.
E della sua factory, comprendente artisti dello spessore di Alice,
Giuni Russo, Milva, Iuri Camisasca, Giusto Pio (per fermarmi ai
più noti).
La canzone d’autore al tempo del riflusso è stata questo e - probabilmente
- molto altro.
In fin dei conti, tra le cose più vere di un decennio di plastica.