Alojz Ihan - Saggio civile. Mille brindisi e la mattina seguente

Alojz Ihan – Saggio civile. Mille brindisi e la mattina seguente

SAGGIO CIVILE

MILLE BRINDISI E LA MATTINA SEGUENTE

(Sulle forme di coscienza pulita e sulle procedure per riciclarla) p. 24- 31

(trad. patriziaraveggi)

Il mio rapporto con i brindisi è ambivalente. Soprattutto perché conosco bene la cultura russa (e quindi slava e quindi anche la nostra slovena) dei brindisi.

Da un lato, nel cuore dell’inverno russo davanti a un camino acceso, con venti persone raccolte attorno a un tavolo, eccitate per la sensazione miracolosa di un rifugio caldo mentre fuori fa – 30, e ti metti a lacrimare, se appena sporgi il naso fuori della porta.

Nell’inverno russo la combinazione di camino acceso e vodka diventa un’esperienza religiosa, di fronte alla quale tu, piccolo impotente individuo, vieni trafitto da una sensazione riflessa e incondizionata di celeste felicità e di privilegio, per aver trovato rifugio da una natura che non perdona, nella quale per uccidere non c’è bisogno di armi ma basta un passaggio a senso unico, pochi chilometri, verso un campo deserto. Quando questo tassì non richiesto ti porta via, è come se un navigatore solitario, senza cintura di sicurezza, si sganciasse dal suo piccolo guscio cadendo in mezzo all’Atlantico.

Per tale motivo nella beata liturgia del camino e della vodka non sembra mal posto che il più autorevole della tavolata alzi il calice e dia inizio al brindisi- prima con una storia sul commensale a lui più prossimo, com’è brillante e il più saggio e il più grande e il più forte e che onore per tutti quanti noi che questo gioiello fatto persona, grazie all’ incredibile gioco di una fortunata coincidenza, si sia trovato qui con noi a una tavolata illustre, il che naturalmente per il futuro della nazione russa e dell’umanità in generale avrà conseguenze grandi e fatali; segue un ringraziamento al suo vicino e un’altra descrizione delle sue straordinarie qualità e della cruciale coincidenza che ha drammaticamente raccolto una tavolata di persone di così specchiata fama. Ed è chiaro che entrambi questi gioielli in contemporanea porteranno alle sorti del genere umano ulteriori aggiuntivi effetti sinergici.

Segue il ringraziamento al convitato che viene dopo in senso orario, venti fantastiche e sorprendenti vicende, venti descrizioni di individui unici e straordinari, un saggio entusiasta di una mezz’ora, nel quale si percepisce intensamente che Dostojevski e Tolstoj e Bulgakov non sono fenomeni eccezionali, eccessivi, ma la logica conseguenza della gioia che un russo prova nelle declamazioni letterarie, quando gira la vodka al tavolo e fuori incombe un gelo micidiale

(Del resto, e analogamente, anche il design italiano e la moda e la gastronomia, non sono un caso- se si pensa all’educazione dei nostri vicini che fin da piccoli cento volte al giorno inneggiano alla bellezza delle loro mamme e delle donne e degli abiti e di spaghetti e salse gustosi; molto di quello che pensiamo sia un carattere nazionale inscritto nei geni, in realtà sono solo abilità apprese, possedute da coloro che le praticano regolarmente ma non da coloro che non le praticano. Il che è logico, ad ogni modo.)

Dopodiché via con un gotto di vodka buttata giù d’un fiato, fino in fondo, per risciacquare le gole eccitate. E poi si alza l’oratore successivo e riprende a modo suo il discorso secondo la lancetta dell’orologio, e anche lui espone il proprio punto di vista sulla coincidenza storica che ha selezionato questa tavolata, voluta dal destino per SCRIVERE un nuovo capitolo della storia russa e mondiale. Dopodiché via con un gotto di vodka buttata giù d’un fiato fino in fondo. E via con un nuovo declamatore. Al mattino, la testa fa piuttosto male. E naturalmente, tutte quelle promesse e quegli accordi pattuiti tra un brindisi e l’altro, devono essere dimenticati. Sebbene vada riconosciuto che questo, talvolta, non riesce bene nemmeno ai russi- che pure sono esperti in materia. Infatti frammenti di quella letteratura conviviale gli si trascinano dentro la vita non si sa da dove.

Wishful thinking, un pio desiderio, così lo chiamano gli americani, tecnologici, e installano uno schermo di scetticismo, i tedeschi, meticolosi, invece di solito usano parole più rozze. Noi sloveni, per via dell’anima slava e dei riflessi condizionati all’obbedienza, siamo quelli che più degli altri riusciamo ad ascoltare con maggior serietà e a cercare nel calderone una qualche informazione per noi vantaggiosa- non è un caso che la nostra farmaceutica abbia tanto successo sul mercato russo.

Ma, a parte alcuni esempi di sfruttamento positivo e concorrenziale della situazione interculturale, la nostra extra culturalità riguardo agli uni e agli altri è portatrice di notevoli pericoli. Non perché ci sia chi vuole nuocerci, ma a causa di noi stessi, se nella nostra mescolanza di fiabe slave e regole protestanti non distinguiamo quando ci troviamo nell’uno e quando nell’altro dei due mondi. E addirittura, ammettendo che ci siano chiare le coordinate del momento, le regole del nostro mondo subalpino sono tuttora qualcosa completamente–terzo mondo.

Possiamo bere vodka per tutta la notte e raccontarci fiabe, ma non diventeremo mai russi, non abbiamo– né nafta né petrolio. Che banalità! Ma è così. Il tipo di cultura fiabesco, russo o arabo, si crea autoctonamente soltanto in presenza di fonti naturali inesauribili, attorno alle quali si estendono le immensità inospitali di paludi, deserti, calure o rigori infernali. In situazioni del genere, appropriarsi di fonti quali nafta, acqua e miniere, significa assicurarsi la sopravvivenza. Per tale motivo si sviluppa una semplice ma rozza cultura di aggressive cordate politiche sotterranee. Né il singolo né un audace team progettuale hanno alcuna chance; perché l’appropriazione e la difesa delle risorse richiede un’organizzazione di massa del clan e una tessitura decennale di reticolati umani in un’organizzazione apparentemente caotica, ma che, automaticamente e senza scrupoli, difende il proprio territorio e la propria influenza.

In ultima analisi, probabilmente uno dei motivi per le esagerate bevute sociali russe (senza contare l’atrocità del freddo) è che con i russi non è possibile stabilire un rapporto di una basilare fiducia umana, se non ti sei ubriacato a morte alcune volte con i potenziali soci in affari! Ti devi ubriacare affinché il russo ti possa conoscere sotto tutti gli aspetti umani e non umani, deve constatare che non gli nascondi nulla. Ti devi ubriacare anche affinché, tra le chiacchiere e le ciance, tu riveli il cerchio dei tuoi amici, conoscenti, parenti, e soci d’affari- tutto quello che nella strategia degli affari è di vitale importanza, in un paese grande, esteso a perdita d’occhio, ma rigidamente regolato dalle leggi del clan.

E ti devi ubriacare anche affinché il tuo amico russo si convinca che sei disposto in qualsiasi momento a cedere al suo desiderio più capriccioso e del tutto irrazionale, abbandonandoti a una sbornia animalesca. E solo così il tuo conoscente russo ti può adottare come amico di provata fiducia. Ma non perché nel corso della sbornia non ti sei lasciato andare a sfoghi da fuori di testa (anzi, a dire la verità, dal punto di vista russo è più “rassicurante” se ti ci lasci andare) ma perché, d’ora in avanti, lui ti conosce nei tuoi aspetti non equilibrati. Per un’amicizia russa, non è che ti tocchi essere umanamente impeccabile, il sentimento morale non giuoca un grande ruolo, proprio no, anzi, al contrario, devi invece essere messo allo scoperto nella tua (non) umanità.

. E devi affermarti come persona leale, non ti deve sembrare superfluo perdere un tempo infinito a ore impossibili per i più banali conversari o per bere, se si tratta del tuo compagno d’armi o dei compagni d’armi di lui. E soltanto se sei un amico, ti potrai mettere dalla parte del tuo compagno d’armi in storie e progetti impossibili (anche se non li avrai presi seriamente in considerazione). La lealtà al posto della morale, quindi. Il compagno d’armi russo non si scandalizza mai per quello che tu fai nella vita (non hai bisogno, per le tue azioni, di una conferma morale da parte sua), e d’altro canto si aspetta una leale accettazione di quello che fa lui, e una leale collaborazione.

Perciò, laddove e allorquando la lealtà detta legge al posto della moralità, prosperano come fatemorgane le culture in cui si raccontano fiabe ed esistono tycoon e dove l’individuo (veramente o in un miraggio, questo non è mai chiaro) in un attimo raggiunge la ricchezza (diciamo che si impossessa di un giacimento di nafta oppure che in politica un suo amico ha la meglio) e l’attimo dopo non ha più la testa sul collo. Sono le culture del dispotismo, nelle quali ciò che decide la condotta del singolo è la lealtà al compagno d’armi, al clan e nella fase finale al despota, e non l’interiore sentimento di ciò che è giusto (la morale). La morale fa parte del dominio esclusivo dei governanti, mentre i singoli sono tenuti moralmente solo alla sopravvivenza individuale, con tutti i mezzi, e per questo ciascuno può fare quasi tutto quello che vuole. Perciò tutto è sempre possibile e niente è come sembra.

Anche quando ti conquisti la lealtà del compagno d’armi russo e lui ti accoglie nel cerchio delle sue conoscenze, comunque nell’affare singolo continuerà a non farti sconti. Annaffiarsi insieme di vodka, è soltanto il prerequisito per la fiducia reciproca, gli affari corrono soltanto, se la motivazione pecuniaria è chiara. Che lo sia sotto il tavolo o sopra il tavolo, non conta, certo che solo l’amicizia e la fiducia non sono sufficienti a far prosperare gli affari.

Poiché a Occidente non ci sono miniere d’oro né oceani di nafta, ma la natura è più generosa nei confronti della sopravvivenza individuale, la tradizione fiabesca fatamorganica non si è affermata. Nei chiusi ambienti di montagna, si è perciò affermato un individualismo contadino, nelle ricche pianure e nei bacini fluviali invece si sono generate le condizioni per una cultura militare-commerciale e industriale meglio organizzata.

Qui i processi vitali si svolgono in dimensioni troppo grandi, il singolo non ha alcuna possibilità di gestirli, perciò il singolo individuo può conseguire un capitale superiore soltanto organizzandosi in intraprendenti team militari, commerciali o industriali. Per questo motivo la cultura occidentale è soprattutto tecnologica e di squadra- si basa sulla convinzione che, con un progetto abbastanza specifico nel quale i singoli si organizzino consapevolmente e con decisione, sia possibile far breccia in modo dirompente (un esempio: molte multinazionali forgiano il loro profitto da un unico prodotto di successo).

La morale del singolo in una cultura individualistica è basata sul suo essere responsabile unicamente per sé stesso. Esistono però delle differenze nella fisiologia del soddisfacimento del senso morale (vale a dire della coscienza pulita ovvero della tranquillità morale- entrambe rappresentano di fatto l’inconscia prognosi del singolo che la sua azione non incorrerà nel rifiuto e nella condanna morale dell’ambiente).

La moralità nella cultura di aziende agricole e frazioni isolate dipende quasi esclusivamente dal parere dell’ambiente immediato, i vicini, i parenti. Che sono poi quelle persone dalle quali si trova a dipendere il singolo, in un ambiente così piccolo. Se il singolo valuta che nell’immediato contesto non ci saranno opposizioni alle sue azioni, ha raggiunto la sensazione di “coscienza pulita”. Diversa la situazione in culture più strutturate e più ricche e più complesse gerarchicamente e amministrativamente.

Qui valgono regole, leggi, sanzioni penali, anche molto drastiche. La prognosi morale sull’accettabilità delle proprie azioni non si può basare esclusivamente sull’accordo dell’immediato contesto, infatti le ripercussioni più serie alle azioni del singolo provengono dalle istituzioni, statali o altre.

Al posto del dialogo con l’ambiente circostante, il senso morale del singolo deve entrare in un dialogo con “Il Principe e la sua legge”. Nella prassi ciò significa che un bambino fin dalla più tenera età deve ricevere dai genitori la consapevolezza dell’ordine morale e delle leggi che sono al di sopra dell’opinione dell’ambiente, della simpatia, antipatia e degli umori dei vicini.

Per sopravvivere nei grandi sistemi statali il singolo deve avere introiettato il senso di ciò che è “eticamente giusto”. Comportarsi in armonia con tale assimilato codice morale gli offre una probabilità di sopravvivenza maggiore che non cercare il proprio “eticamente corretto” nell’opinione dei collaboratori del momento e dei conoscenti, infatti in una società grande e complessa, collaboratori e conoscenti cambiano, mentre le conseguenze dell’azione restano su colui che ha agito.

Per tale motivo, questo singolo al momento di decidere, “legge” il proprio sistema di valori interno, deviare dal quale fa molto male (ne possono conseguire problemi fisiologici e di salute). Così, il singolo individuo per esempio paga le tasse perché è così che si deve fare (ed è cosa buona per la sua pace spirituale) e non perché altrimenti sarà sorpreso da un poliziotto (sebbene anche questo deterrrente sia di aiuto alla disciplina). La nostra cultura, quella slovena cioè, come mentalità è una cultura isolata, contadina, formatasi in ambienti piccoli, paesani, che per gli abitanti rappresentavano il mondo intero- dalla nascita alla morte.

Una cultura povera, montanara, il cui fine è la sopravvivenza, non l’espansione. Per la sopravvivenza era decisiva la comunità, gli altri del paese, il loro aiuto, il singolo era totalmente dipendente dalla loro benevolenza, e perciò le si sottoponeva in tutto e per tutto- l’opinione della comunità per il singolo costituiva al tempo stesso la sua morale.

Perciò uno sloveno è incessantemente alla ricerca di conferme su che cosa pensi di lui e delle sue azioni quella comunità che per lui conta. La moralità nella cultura collettivistica slovena non è legata alla percezione interiore degli individui su che cosa sia giusto in assoluto (ovvero quale sia “la legge del Principe”) e neppure è legata alle leggi del potere (che nel corso della storia ci sono sempre state alienate); la moralità si colloca soprattutto nell’opinione dell’ambiente sociale immediato (paesano, familiare). E qui si cela una grande trappola, perché la nostra moralità funziona produttivamente solo in una piccola comunità di paese, con unico fine la sopravvivenza. Quando le comunità diventano più complesse e il fine più ambizioso e la storia tempestosa, la moralità slovena può relativizzarsi in modo incredibile e modificarsi. Una volta è etico denunciare e uccidere un partigiano, dopo un paio di anni è morale lanciare pietre a un sacerdote, una volta inneggiare a Stalin, un’altra volta gridargli contro…Quando è in vigore la morale paesana, diventano possibili anche cose logicamente inconciliabili: nel socialismo era morale ottenere un credito e praticamente azzerarlo con l’inflazione, era morale edificare costruzioni abusive, era morale frequentare di nascosto e con un senso di colpa le funzioni religiose, era morale imprecare di nascosto contro il comunismo, era morale “contrabbandare” oltre confine blue- jeans e detersivi, tanto l’ambiente accettava tutto (e accettavano tutto addirittura i doganieri!). Tutto ciò dunque dal punto di vista della morale slovena era– morale e normale. Così come più tardi, dopo la Legge Jazbinšek1, fu normale ottenere un appartamento per un decimo del prezzo e osservare come alcuni, dal nulla, tramite la privatizzazione, fossero diventati proprietari di interi complessi industriali. Come fu morale per i giornalisti vendere le azioni privatizzate di Delo e in tal modo incassare il controvalore di un appartamento, così, dopo qualche anno, per le stesse persone fu normale continuare ad amministrare la società che poco prima avevano svenduto in cambio di appartamenti e altri beni personali.

Perciò può essere preoccupante per noi che la morale paesana slovena, come meccanismo di sostegno alle nostre decisioni, sia eccessivamente casuale, perché si basa su un piccolo campione di opinioni di conoscenti stretti e di parenti. Se ti trovi in un dilemma morale, ti rivolgi ad alcune persone del tuo ambiente, e se loro non hanno niente in contrario, la tua azione è morale, anche se forse non legale. Una morale così volubile, in formazioni sociali meglio organizzate e in processi sociali di lungo termine, può essere estremamente pericolosa.- come se si dessero a un bambino di cinque anni le chiavi della macchina oppure lo si lasciasse solo nel magazzino degli attrezzi. Un esempio di aberrazioni morali commesse con leggerezza, furono soprattutto le acquisizioni di aziende: il gruppo dirigente nel programmare le acquisizioni si è socialmente isolato dai lavoratori e ha iniziato a re-inviarsi gli uni gli altri una morale paesana di nuova composizione, secondo la quale l’appropriazione di aziende del valore di milioni, era una cosa del tutto normale. Questo esempio dimostra dal vivo che la morale paesana slovena, in ambienti organizzati, è spaventosamente pericolosa, perché una manciata di personaggi sviati possono cominciare a concedersi gli uni con gli altri assoluzioni morali del tutto scellerate, apportando (con leve finanziarie e politiche), enormi danni a un ambiente sociale organizzato.

Va detto che una “morale paesana” vampirizzata non è un fenomeno esclusivamente sloveno, sebbene in Slovenia, nella fase di transizione al capitalismo lo abbiamo patito in modo straordinariamente crudo, con la distruzione di numerose aziende ricche di conoscenza e tradizione, che è difficile rimettere in piedi e questo non mancherà di aver conseguenze negative sul Paese per decenni. Però nella piccola Slovenia questo fenomeno della morale separata e vampirizzata è più facile analizzarlo, perché possiamo osservarlo in forma cristallina, come in un laboratorio. Nei sistemi più ampi, è tutto più nebbioso, sebbene un’identica morale vampirizzata si sia creata nel nucleo stesso dell’attuale crisi economica mondiale. I direttori di banca e il ristretto circolo dei manager loro collaboratori, hanno constatato che l’aumento del traffico delle banche (che non erano “loro”, bensì di proprietà di azionisti mal cooordinati) apportava un certo aumento di premio sui loro conti personali, e ciò in armonia con i contratti di lavoro,. Perciò hanno continuato ad accelerare la crescita non reale del traffico bancario per mezzo di mutui ipotecari a fondo perduto e di “prodotti” finanziari da quelli derivati. Chi ne ha ricavato un utile alla fine? Certamente non i mutuatari, poi finiti sul lastrico. E certamente non gli azionisti delle banche, successivamente rimasti al verde. Un beneficio diretto, al cospetto di pesanti danni per tutti gli altri, ce lo hanno avuto solo i più alti funzionari di banca.

ALOJZ IHAN

Estratto: DRŽAVLJANSKI ESEJI

TISOČ ZDRAVIC IN JUTRO POTEM

(O oblikah čiste vesti in postopkih za njeno recikliranje)

Študentska založba, Ljubljana, 2012.

1 La Legge Jazbinšek – dovuta al Ministro delle Risorse Miha Jazbinšek- verte sulla privatizzazione degli appartamenti e nel 1991 aprì la strada a tale fenomeno nella neonata Repubblica di Slovenia.

 

Alojz Ihan (1961) medico e specialista in microbiologia clinica e professore ordinario di microbiologia e immunologia presso la Facoltà di medicina dell’Università di Lubiana.

Nei pochi momenti liberi, è skipper (prima o poi in barca a vela si ripromette di arrivare in Australia, per ora ha veleggiato in Grecia e lungo le coste della ex Jugoslavia). A fianco del lavoro pedagogico e di ricerca, che vanta numerosi articoli e libri su argomenti scientifici, si dedica alla letteratura, ha pubblicato sei raccolte di poesie, quattro romanzi e quattro Saggi [l’ultimo, pubblicato nel 2016, Čas nesmrtosti. Smrt v dobi bionike, Il tempo dell’immortalità. La morte nell’era della bionica], tra cui Saggio Civile (Študentska založba, 2012. )

Il critico e pubblicista Bernard Nežmah, sulla rivista Mladina, così commentò Saggio Civile alla sua uscita, nel 2012:

Un trattato di psicopatologia dello Stato dal punto di vista di un medico e di uno scrittore”.

Scritto non narrativamente, ma come un saggio vero e proprio, illuminato da ironia e arguzia, con spiazzanti ribaltoni che invece di divertire fanno rabbrividire. L’autore ha il vantaggio della distanza, del poter mantenere uno sguardo riflessivo con il quale classifica i fenomeni nella loro brutalità. I tycoon non sono l’eccesso, ma la verità della transizione; alla loro esistenza e benessere hanno provveduto i banchieri di stato.

Prendiamo per esempio la famigerata legge di Jazbinšek, grazie alla quale gli appartamenti sociali furono svenduti per una miseria. Il processo sembrava abbastanza coerente, ma solo dalla prospettiva di allora. Di fatto causò disuguaglianza sociale, avendo favorito un gruppo molto vasto cui la proprietà immobiliare è piovuta dal cielo, mentre le generazioni successive affrontano affitti astronomici ovvero sono costrette a vivere con i genitori (con conseguenti patologie della personalità)

Il saggista – in una riuscita e rara sintesi del politico e del personale – spiega patologie, come le malattie croniche del colesterolo, l’ipertensione, i disturbi del sistema immunitario, ecc., tramite le deformazioni delle percezioni morali. Illustra tutto ciò con convincenti analisi del concreto, inclusi i media, che appartengono allo stesso mondo dei sistemi chiusi, la cui conseguenza ad esempio, è la crescente disaffezione alla lettura dei giornali.

Semplicemente, la società slovena è al collasso generale a causa dei valori che vi prevalgono. Ma Ihan non difende valori cristiani, contadini, o comunisti, bensì insiste sul concetto di valori civili, il lavoro, le idee e la maturità della personalità, che possono generare persone capaci e preparate, al di fuori di ogni clientelismo e in modo democratico o per lo meno razionale.

Premi letterari: nel 1986 il Premio Prešeren e il Premio Zlata Ptica, nel 1996 il Premio Jenko e nel 2013 il Premio Rožanc/saggistica, per Saggio Civile.

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