Andrea Pauletto - Giochi proibiti

Andrea Pauletto – Giochi proibiti

Romualdo si tolse gli occhiali da vista e li mise nelle mani di Vittorio.

“Mettili”

“Perché?” chiese il bambino.

L’anziano posò l’indice sotto le labbra pasciute “Vediamo come ti stanno” disse.

Vittorio strizzò l’occhio come fosse un panno bagnato prima di essere strofinato sulle piastrelle, e con il dito di Romualdo ancora sotto la sua bocca li indossò a occhi chiusi.

Una volta riaperti, sospirò profondamente.

La stanza cambiò forma e dimensione, gli oggetti intorno persero angoli e misure, il foglio A4 sul quale stava progettando la creatura divenne enorme e profondo come le sue iridi viste da fuori.

Romualdo gli fece da modello.

Le rughe, crepacci. Le unghie, lesine paleolitiche. I cinque denti, suoi e paglierini e le vene superficiali di braccia e mani, sgonfie.

I muri della camera da letto erano disadorni, non un quadro di santi e nemmeno una croce in legno o metallo a rappresentare l’orientamento religioso del proprietario di casa, a parte la parete dietro al letto, rivestita quasi per intero da fogli spessi che immortalavano esseri nati dalla matita di un disegnatore preciso, attento al dettaglio, brillante.

Romualdo era disteso sul letto con le braccia lungo i fianchi e gli occhi chiusi. Vittorio fissò al muro con del nastro adesivo il disegno appena fatto. Un ritratto dell’uomo con il corpo modificato. La faccia di pietra nera, priva di occhi, naso e bocca. Le braccia lunghe più del normale, sviluppatissime e cosparse di vene gonfie, le dita acuminate e il pene ritto con all’apice una testa di suino. Sul comodino c’era un contenitore di plastica colorata, lo aprì ed estrasse i dolci che insieme avevano acquistato qualche ora prima “Comprameli tutti o grido che sei un maniaco!” gli disse a bassa voce in negozio. Da un cestino alla base dello stendino vicino alla porta tirò fuori cinque mollette, una gliela strinse al naso e due alle sue dita e a quelle dell’anziano. Le collegò con strisce di liquirizia srotolata.

“Adesso l’energia del mio corpo passerà nel tuo” disse a cavalcioni sopra di lui, che aprì gli occhi.

“Mi fai male”

“Zitto. Tu non sei ancora attivo”

Vittorio si mise più avanti, all’altezza dell’inguine. Romualdo sentendo i trentacinque chili del bambino in quel punto richiuse le palpebre allietato.

Lo avrebbe voluto sempre vicino. La superficie del corpo era legno piallato. Le labbra gonfie e rosse come fragoline di marshmallow appena uscite dalla catena di montaggio, progettate per riattivare a suon di zuccheri la circolazione del sangue. La lingua perennemente sporca di colorante alimentare e colla di pesce e le mani, floride, che sapevano dove andare e cosa stringere.

Romualdo era appoggiato allo schienale del letto.

Aveva gli occhi spalancati, un orsetto gommoso verde nella bocca, i pantaloni abbassati e le mutande luride.

Vittorio gli stringeva il polso, se ne stava in piedi a guardarlo.

“Dammi i soldi” disse masticando una barretta di liquirizia ripiena con le mollette ancora sulle dita. Con lo sguardo piatto prese un’altra caramella dalla scatola sul comodino e la avvicinò alla bocca, Romualdo gli infilò una banconota da cinquanta euro in tasca e gli tolse il dolce dalla mano.

“Basta. Questa roba è sporca”

Le caramelle gommose del negozio non le avrebbe più masticate.

Quando seppe che erano prodotte con resti di porco, rigettò sul pavimento inzaccherando parte del muro.

Trecce e rotelle di liquirizia, bacchette ripiene, orsetti gialli, verdi, rossi e arancioni, bottiglie di Cola frizzanti, fragole color mestruo vermiglio e uova al tegamino rivestite di cera d’api, non sarebbe più riuscito a succhiarle.

Andrea Pauletto