Mirko Tondi - Brandelli di uno scrittore precario n° 9 - Fra tecnica e cuore

Mirko Tondi – Brandelli di uno scrittore precario n° 9 – Fra tecnica e cuore

C’è sempre un momento nei corsi di scrittura – di solito durante i primi incontri – in cui, dopo aver letto il testo di un allievo, l’insegnante si impegna in una lunga e sentita disamina tecnica dei punti di forza e di debolezza del racconto, cercando di spiegare cosa funziona e cosa invece proprio non va; esponendo i difetti si addentra in una galleria di esempi, letture, citazioni, nel tentativo di avvalorare le sue parole. A quel momento qualche volta capita che ne segua un altro in cui un secondo allievo – forse per un atto di onestà o semplicemente per rincuorare il compagno – emerge dal gruppo e alzando le spalle dica più o meno timidamente “A me è piaciuto”.

Le prime volte che incappavo in questa frase mi succedeva di irritarmi. Certo la cosa finiva lì, non c’era alcun conflitto con chi aveva espresso quel semplice giudizio (che allora reputavo solo ingenuo o poco competente), ma al massimo cercavo di approfondire il discorso andando oltre l’oggettività: al di là del fatto che fosse un racconto più o meno buono, e al di là dei gusti personali, c’era da lavorare sul piano tecnico servendosi di quegli strumenti che uno scrittore acquisisce soltanto con l’esperienza e con l’esercizio continuo. Va da sé che avendo a che fare con scrittori perlopiù principianti, questo passaggio rappresenti qualcosa di inevitabile: se sono lì dove si trovano è soprattutto per lavorare e migliorare. Ma il punto – il vero punto – rispetto a tutta questa faccenda, è che tendevo a rintracciare in quella frase il seme di un qualche spirito ribelle, come a dire “Tu puoi dire quello che ti pare, ma a me comunque è piaciuto.” Adesso so che avevo solo una visione parziale della cosa.

Va detto che, nel valutare la bontà di un’opera artistica, una persona priva di basi tecniche si affidi, oltre che allo spettro dei propri gusti, nient’altro che alla sua emotività. La maggior parte della gente ragiona ormai in termini di “mi piace” e “non mi piace” senza sviscerare più di tanto, e i social sono soltanto la sintesi estrema di ciò che sono diventate le nostre vite: un vortice di cose, persone, eventi, piatti da mangiare, luoghi da visitare, immagini che scorrono in soluzione continua e delle quali possiamo decretare in pochi secondi l’attribuzione di un cuoricino o di una certa dose di indifferenza. Tutto sommato, quei cuoricini ci raccontano anche un po’ di noi stessi, cioè di cosa, in qualche modo, ci procura un’emozione, o anche soltanto una parvenza di emozione. Detto questo, credo che quel giudizio vago e affrettato contenga in sé una parte di verità, di autenticità, e che davvero, nonostante le giustificazioni sulla tecnica e dintorni, gli scrittori in erba abbiano ben ragione di fermarsi a una simile frase. La tecnica verrà dopo, e al momento giusto potrà essere integrata con il lato emotivo, per offrire un giudizio più completo e magari più convincente. Anzi sarebbe perfetto se arrivassimo a dosare entrambe le cose in una miscela equilibrata. Il pericolo della tecnica, semmai, è che più ce ne nutriamo, più rischiamo di relegare il cuore in un angolino, credendo inconsciamente di poterlo soppiantare con il repertorio acquisito di trucchi da scrittore. Niente di più sbagliato.

Leggo molti libri (da quando sono diventato padre, a dire il vero, molti meno… ma è un sacrificio necessario), e su ognuno di quelli cerco di prendermi il mio tempo, anche a costo di dover rileggere interi passaggi, qualche volta interi capitoli. Le frasi che mi hanno colpito di più me le trascrivo su un quadernino; quando sono intere pagine a colpirmi, allora le fotocopio direttamente. Vado a caccia degli espedienti tecnici utilizzati dall’autore, ma in particolare vado a caccia delle emozioni che quel testo mi trasferisce. Veramente quello scrittore o quella scrittrice credevano nella frase che è riuscita a divertirmi o a commuovermi o ancora ad angosciarmi? Oppure sono soltanto trucchi del mestiere? Conoscono quelle stesse emozioni che vorrebbero farci provare quando li leggiamo? Può darsi che le abbiano provate sulla loro pelle? Domande superflue, forse. Che rischiano di rallentare la lettura, persino di farti perdere il segno e costringerti a tornare indietro. Eppure io non riesco a non pormele. Qualche anno fa uno scrittore che conosco mi disse che riusciva a leggere un libro al giorno, addirittura che in un’ora e mezza riusciva a leggerne uno di circa 180 pagine. Affermazione invidiabile, a un primo ascolto. Ma poi mi chiesi che tipo di lettura fosse, quanto riuscisse ad andare in profondità. Mi venne in mente la battuta di Woody Allen su Guerra e pace (“Ho fatto un corso di lettura veloce, ho imparato a leggere a piombo, trasversalmente la pagina, e ho potuto leggere Guerra e pace in venti minuti. Parlava della Russia”), ma poi pensai che magari una persona dotata di un particolare intelletto e di una capacità di elaborazione superiore alla norma potesse in effetti avere tempi che per me risultavano impensabili, poteva anche essere. Tuttavia lo scetticismo rimane.

Leggo anche autori contemporanei; ogni tanto leggo scrittori italiani, pure qualcuno di quelli usciti dalla Scuola Holden o posti del genere. Il problema – mi sono accorto nel tempo – è che questi libri pullulano di doti tecniche, fuochi d’artificio che scoppiettano dall’inizio alla fine, disposti ad arte dallo scrittore e magari dal suo editor. Niente cuore, però. Nessuna traccia. Freddezza mascherata da accademia. E io non riesco a provare alcunché di significativo. Il tutto mi pare prodotto da un algido robot perfezionato in laboratorio, ma al quale si sono dimenticati di montare quella cosetta che sta sotto il petto. Le belle frasi e le belle parole possono essere tenute insieme solo dalle emozioni che si provano quando si pensano e si scrivono. Conoscere Proust, Flaubert, Nabokov, e saperli utilizzare, non ti porterà a riprodurre la loro intensità, la loro vitalità, le sfumature attorno ai colori principali.

Sarò romantico, d’accordo, forse retorico, ma non riesco proprio a concepire che si possa mettere da parte una componente così importante di sé quando si scrive. O che non si riesca a farla arrivare al lettore. Mi piace da matti quella citazione di Fitzgerald in cui in sostanza dice che uno scrittore dovrebbe vendere il cuore. Ma potrei dirlo anche con le parole di uno dei più grandi narratori che conosco, che forse non sarà Hemingway né Steinbeck, va bene, ma ha saputo raccontare l’America meglio di tanti scrittori: Bruce Springsteen. “Imparai così che più di tutto conta quanto sei credibile, quanto riesci a fare tuo il brano. Se ci metti il cuore, allora entra in gioco un misterioso «fattore X» che rende secondarie le doti tecniche. Esistono numerose belle voci, alcune persino straordinarie, che però non saranno mai convincenti o esaltanti. Le puoi sentire in ogni talent show e nelle hall di tutti gli Holiday Inn d’America. Sanno eseguire una melodia, hanno un tono impeccabile e azzeccano le note alte, ma non riescono a cogliere la portata emotiva del brano. Insomma, non sanno metterci il cuore” (brano tratto dalla sua autobiografia Born to run).

Forse, quando si è fin troppo padroni della propria arte, ci si dovrebbe fermare un attimo a perlustrare l’interiorità. L’eccesso di padronanza del resto può portarci anche a un possibile equivoco: pensiamo che la tecnica ci permetta di entrare di più dentro alle cose e invece, qualche volta, quelle cose ci impedisce di sentirle. Ricordo di aver fatto parecchi anni fa un corso di sceneggiatura cinematografica da allievo, corso nel quale ci vennero fornite pure molte indicazioni di regia. Ero appena uscito dall’università e qualche volta ci trovavamo a casa con gli amici per vedere un film. Non presero affatto bene che io stoppassi o passassi al ralenti ogni scena che mi piaceva per mostrargli i movimenti di macchina e le angolazioni di ripresa. Perso nel corto circuito di un processo estremamente analitico, mi perdevo la globalità; spezzettando così la pellicola, in pratica non riuscivo a godermi il flusso di emozioni che ne derivava. Ero dominato dalla tecnica, mentre le emozioni sottese alle scene mi parevano superflue.

Si tratta, come in tutte le cose, di equilibri. Spero raggiungiate il vostro, e non scoraggiatevi se qualcuno, leggendovi, vi fa presente che vi manca l’uno o l’altro di questi elementi fondamentali. Cercate di non farvi sopraffare da quello che sapete, perché quello che provate potrebbe farvi scrivere di più e meglio. Parafrasando un vecchio slogan di una pubblicità in cui compariva Ronaldo (Ronaldo de Lima, il fenomeno brasiliano dell’Inter, e non Cristiano), potremmo anche dire che “La tecnica è nulla senza cuore”. Forse con la prima venderete libri, ma è solo con il secondo che potrete davvero esserne soddisfatti quando un giorno li rileggerete.

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