Eleonora Falchi - Procedure, o meglio step

Eleonora Falchi – Procedure, o meglio step

Oggi ho preso un giorno di ferie per fare la spesa, non potevo più rimandare e sarà necessario parecchio tempo, come al solito. Mi preparo per uscire: indosso l’elmetto imbottito di gommapiuma, obbligatorio ormai da 10 anni e il guanto con lo smartphone incorporato.

Non riesco ancora ad abituarmi all’assenza di voci umane e ai soli suoni dei messaggi whatsApp dei cellulari, dei passi della gente e dei mezzi di trasporto, eppure l’ultima legislatura ha proibito in modo categorico ai cittadini l’utilizzo della parola vocale in qualunque occasione. Solo il grande pavone, le sue pavoncelle e i grandi lecchini possono usarla. Per tutti gli altri ci sono gli appositi dispositivi elettronici touchscreen disseminati dove necessario, oltre al guanto cellulare consegnato al momento dell’alfabetizzazione.

Tutti camminano a testa china, postura che ormai è difficile da togliere anche nei momenti di riposo, guardano sul proprio schermo e quando incontrano, o meglio s’imbattono, in un conoscente si fermano cranio a cranio, perché non sarebbe corretto dire faccia a faccia, dal momento che ognuno legge il proprio cellulare, e si scambiano whatsApp di saluto. Nel tempo le persone hanno sviluppato una sensibilità che permette loro di schivare gli ostacoli pur puntando fisso il cellulare durante il cammino, ma all’inizio era un disastro, per questo è stato istituito l’elmetto obbligatorio, tuttora utile in caso di scontri imprevisti.

Sui muri, sui cartelli stradali, ma soprattutto sui marciapiedi e sulle strade, sono presenti immagini del capo indiscusso dello stato: il grande Pavone, un uomo tarchiato e compatto dal cui retro spunta una coda di pavone aperta a ruota, che lo circonda oltre la testa e non è chiaro se sia posticcia o veramente parte di lui e con i due angoli della bocca volti uno in alto ed uno in basso, perché bisogna sorridere, ma non troppo. Ricorrono, inoltre, scritte con le parole chiave, anzi keywords come vogliono che si dica, più significative per la nostra società: pro-attivo, smart, fashion,

co-creativo, big-data, ecc. Al centro di tutte le piazze ci sono statue che rappresentano il popolo Bogoniano, il più grande ispiratore del nostro sistema di procedure.

Arrivo ed entro nel primo negozio. Mi metto nella fila dei non raccomandati, per fortuna ho solo una persona davanti. Mentre aspetto il mio turno, passano nella corsia dei raccomandati almeno cinque persone. Sono tutti della casta dei grandi lecchini. Si riconoscono anche da lontano, perché attaccata sotto il labbro inferiore hanno una striscia rossa a forma di lingua un po’ attorcigliata che va dai 20 ai 30 cm di lunghezza a seconda della loro importanza. Fanno parte dell’entourage del grande Pavone e come le pavoncelle, così chiamate in suo onore, godono dei privilegi che i capi hanno dato al loro gruppo. Per la spesa, ad esempio, basta che digitino sull’apposito monitor, posto davanti al banco di vendita, il nome di chi li ha raccomandati ed, in base all’importanza di questi, avranno la merce gratis o a basso costo e più o meno fresca, ma soprattutto senza dover eseguire altre procedure, quindi in tempi rapidi e senza dover usare le ferie per fare la spesa. Dei cinque di oggi, due hanno avuto delle belle pagnotte ancora tiepide gratis, uno addirittura un extra in focaccia all’olio e gli altri sono stati addebitati di soli 5 denari.

Dopo un’ora circa è finalmente il mio turno, vedo un filone dall’aspetto non troppo stantio prezzato 500 denari e lo indico al fornaio. Sul monitor 1 del banco, compilo su file di carta intestata con il logo del governo una richiesta di preventivo, inserendo la data di oggi, il numero di protocollo ottenuto con apposita procedura online dal monitor 2 adiacente, la firma digitale, caricata con altra procedura online inserendo l’apposita tessera di riconoscimento nella fessura A sotto al monitor 1 e digitando le password di riconoscimento della stessa e invio tramite posta elettronica certificata (PEC), utilizzando l’appropriata procedura, al venditore. Il fornaio riceve sul suo monitor 3 la mia richiesta e in circa 15 minuti compila a sua volta il preventivo online e me lo invia per PEC. Apro la PEC e scarico l’allegato, dove mi viene comunicato che il filone da me indicato è disponibile e costa appunto 500 denari, come scritto nel cartellino del prezzo sotto lo stesso. Compilo una nuova

lettera su carta intestata per l’ordine, dove oltre a data di oggi, nuovo protocollo, riferimento a quello del preventivo inviato e a quello della pec ricevuta, nonché riferimento agli articoli della legge dello stato che mi permettono di fare questo acquisto, devo inserire il codice per la tracciabilità del flusso finanziario, che ottengo con una procedura di circa dieci schermate effettuata sul monitor 2. Inserito il codice e tutto il resto, firmo l’ordine in digitale ed invio altra PEC. In attesa di risposta mi avvantaggio inserendo il codice della tracciabilità del flusso su un sito accessibile dal monitor 2 e segnandomi sull’agenda dello smartphone che a fine mese dovrò rientrare nel sito web della tracciabilità per chiudere la procedura per quel codice. Altri 15 minuti e il fornaio mi invia a mezzo PEC fattura telematica per 500 denari Iva inclusa, con sopra riportato il codice della tracciabilità del flusso e tutti i protocolli precedenti e gli articoli di legge che permettono la transazione. Per fortuna, trattandosi di esercente certificato, non devo attivare le procedure di controllo online del fornitore presso il governo prima di poter pagare e posso procedere ad inserire il bancomat nella fessura B sotto il monitor 1, digitare importo e password e pagare. Invio, infine, copia telematica del pagamento generata dal sistema al fornaio e questi mi dà il filone, che anche al tatto non pare più vecchio di 2 giorni.

Non è andata male, in due ore ho fatto il primo acquisto, posso andare avanti con il resto della spesa. Finisco gli acquisti per l’ora di cena, ma almeno stasera non darò di stomaco perché non sono stato a lavoro a stretto contatto con le caste protette. Vi chiederete cosa c’entra lo stomaco con il lavoro? Non è il lavoro di per sé, che consiste in un aggravio delle procedure sopra descritte eseguite in corsa e senza logica e senza periodi di tregua, visto che le ferie sono tutte di necessità utilizzate in modo frammentato per fare la spesa, è che purtroppo sono nato tra i pochi della plebe rimasti, quelli che ancora si trovano di nascosto in cantine insonorizzate con i cartoni delle uova per poter parlare ascoltando la propria voce e quella altrui, esprimere le proprie idee con il proprio vocabolario e lingua madre; quelli che quando si accorgono di aspettare un figlio vanno in grande crisi perché sanno che quasi di sicuro resterà un disgraziato come loro, salvo che nasca con poco cervello e quindi

nutra qualche speranza di rientrare tra i lecchini o le pavoncelle o che non abbia, come è capitato a me, una sorte ancora più difficile, quella dell’infiltrato, ovvero di dover lavorare a ranghi molto bassi insieme alle caste protette, alle quali serve manodopera, perché non è loro compito affaticarsi, per guadagnare un minimo anche per sostentare il resto della plebe disoccupata ed essere pronto ad avvertire in caso di peggioramento della situazione, in modo da cercare di difendersi.

Tale ruolo, però, comporta il dover tenere un atteggiamento controllato e costretto, celando la propria natura e dover ingoiare rospi tutto il giorno, con conseguenze al minimo di voltastomaco serale, al massimo, tramite gravi malattie

psicosomatiche in costante peggioramento, di decesso.
D’altra parte il resto della plebe non ha nemmeno possibilità di lavorare e

morirebbe di fame senza gli infiltrati. Tra i decessi per stenti, per disgusto e il controllo delle nascite, la sua consistenza diventa sempre più residuale rispetto alle caste importanti e il quoziente intellettivo complessivo della società cala.

C’è un test di ammissione per diventare parte della corte del grande Pavone che prevede, tra le altre prove, un quoziente intellettivo inferiore a una certa soglia, più è basso, più le cariche attribuite sono importanti, al fine di una maggior flessibilità dell’individuo.

Limitare i decessi è sempre più difficile anche perché i tentativi di cura rispetto alle malattie sono estremamente aleatori. Quando ci si rivolge alle strutture sanitarie per un malessere, la scelta del medico che visiterà e diagnosticherà malattia nonché prima cura al paziente avviene estraendone uno a caso da un enorme bussolotto del lotto riciclato ad uopo, dove sono inseriti i nomi di tutti i medici di tutte le specializzazioni disponibili in quella struttura. E’ già un’enorme fortuna se viene estratto per la prima visita quello della specializzazione adeguata, ovvero se per un braccio rotto capita un ortopedico piuttosto che uno psicanalista o peggio un

centralinista, ma anche in tal caso non si ha nessuna certezza su come questi abbia ottenuto il titolo, né su chi seguirà gli step successivi delle cure, perché la procedura prevede una nuova estrazione per ogni controllo o passaggio nella terapia. Le caste protette, invece, hanno dei diversi canali di cura che non ci è dato conoscere.

Dopo cena del mio giorno di ferie/spesa vado a una riunione segreta in cantina insonorizzata, devo portare gli alimenti per i reietti disoccupati e soprattutto ho voglia di alzare la testa guardando davanti e non sotto a me, emettere e sentire voci, non digitare niente su alcun dispositivo.

Ci sono tante persone stasera, tutte con le borse sotto gli occhi, oltre che nelle mani per chi ha la spesa, segnali di una dura giornata di procedure o stenti, ma la riunione non va persa, perché uno dei più anziani, di quelli che ha vissuto bene prima dell’era del grande Pavone, per poi essere epurato dalle caste che contano, ha da comunicarci una sua importante visione e profezia. Nonostante la voglia di parlare e sciogliere la lingua sia forte, dopo i primi saluti di circostanza, con stretta di mano e sguardo negli occhi che tutte le volte lacrimano dalla commozione, c’è un nuovo silenzio per l’ascolto della profezia dell’anziano. Egli ci racconta la sua visione secondo la quale da un pianeta vicino, ma ancora non ben esplorato, siamo indietro anche in questo, per via delle procedure, arriverà un’enorme volpe rossa, alta almeno 5 metri con una bella coda folta e che questa, senza dare possibilità di scampo, mangerà per primo il grande Pavone, poi le pavoncelle e di seguito tutti i lecchini, rientrando sazia e soddisfatta sul suo pianeta. Il racconto è talmente dettagliato e ha dei riferimenti così realistici e il desiderio di libertà di tutti noi è così forte che è facile voler credere che la profezia si avveri. Stanotte sogneremo tutti la grande volpe rossa liberatrice e i prossimi giorni scruteremo il cielo alzando i volti dal nostro smartphone di nascosto, in attesa del suo arrivo.

Eleonora Falchi scrittrice per passione, è membro del Gruppo Scrittori Firenze, di EWWA e di Internations, dove ha creato e gestisce un gruppo per Book Lover. Grande viaggiatrice e lettrice ama confrontarsi con altre culture. Ha pubblicato racconti sulle antologie: “Tagli 33” (a.v.) a cura di Marco Vichi, Ed. Felici 2014,

“Frammenti” (a. v.) a cura di Mirko Tondi e Marco Catarzi 2014, “Vista da noi” (a.v.) del Gruppo Scrittori Firenze, Ed. Porto Seguro 2016, “Partenze” (a.v.) a cura di Small Room 2016, “Racconti Toscani” (a. v.) Historica edizioni 2016, “Tutte le facce di Firenze” (a. v.) a cura di Mirko tondi Ed. Il Foglio letterario 2017, “Storie (sostantivo femminile plurale)” (a.v. tra le socie di EWWA) ed. Nardini 2017, “Squilibri” (a.v.) Donne del Gruppo Scrittori Firenze, una fiaba con ricette e musica insieme a Sergio Margonari “Note in pasticceria” Ed. Porto Seguro 2016 e una silloge Poetica “Pensavo fosse amore invece era un Narciso” Ed. del Poggio 2017. Fa parte della giuria del concorso letterario Città di Murex del GSF da tre edizioni.

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