Enrico Terrinoni – “Oltre abita il silenzio” – recensione di Gordiano Lupi

Fare l’editore riserva tante sorprese, molti rodimenti interiori, parecchie delusioni, ma – di tanto in tanto – ti accorgi anche di aver seminato bene durante questi vent’anni di onesta attività, ché incontri sulla tua strada vecchi compagni di viaggio realizzati professionalmente partendo da un sogno cominciato proprio con Il Foglio Letterario. Enrico Terrinoni è uno di questi. Il suo primo libro (aveva 28 anni) è Del parlare oscuro. Temi e tecniche occulte nell’Ulisse di James Joyce, uscito nel 2004 per le nostre piccole edizioni, al tempo davvero underground. Tu pensa che adesso il buon Terrinoni è ordinario di letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia, dopo una laurea con lode a Roma e un dottorato in Irlanda, a Dublino (dove altrimenti?), patria di Joyce. Adesso Terrinoni è un nome importante della traduzione italiana, tra i più validi e preparati studiosi dell’opera di Joyce, di cui ha tradotto niente meno che l’Ulisse(2012), oltre a Lettere e Saggi(2016), curando anche le prime versioni dei Dubliners. Terrinoni sta lavorando a Finnegans Wake, opera complessa che lo vede impegnato (con Fabio Pedone) a realizzare la traduzione definitiva in italiano, primo nella storia una volta ultimato il progetto. Terrinoni è un esperto di traduzione anglofona, sulle orme di Pavese e Pivano, ha tradotto anche Edgar Lee Masters e l’immortale Antologia di Spoon River(2018), capace di ispirare un gran disco di Fabrizio De André, senza dimenticare Alasdair Gray e Oscar Wilde con il suo Principe felice. Fatte queste considerazioni, diciamo che nessuno meglio di lui poteva dare alle stampe un saggio interessante e documentato – che si legge come un romanzo – su come tradurre la letteratura. Uno studio fatto sul campo, un atto d’amore nei confronti della letteratura di lingua inglese (sul solco così ben tracciato da Cesare Pavese) e soprattutto una venerazione per James Joyce, autore conosciuto e tradotto, spingendosi verso uno studio della parola che non ha confini, affrontando con successo la complessità che diventa testo narrativo. “Ogni testo è un’ombra, un riflesso. Come il sangue, scorre, e quando se ne ferma la circolazione, il testo come il corpo morto cade. Allora, nel tradurre bisogna mettere in campo strategia creative, non di emulazione, consapevoli che l’immateriale non sopporta le prigioni della forma”, dice Terrinoni. E noi, modesti traduttori di ispanici, dopo aver reso in italiano la complessità di Guillermo Cabrera Infante, non possiamo che condividere.

Gordiano Lupi

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