Fabio Marangoni - Il nido del ragno

Fabio Marangoni – Il nido del ragno

Aracnofobia, dal greco antico “aracne”, ragno, e “phobos”, paura, ovvero la paura irrazionale e ossessiva verso i ragni, può presentarsi in vari livelli d’intensità, dal semplice disgusto fino a veri attacchi di panico che portano il soggetto a reazioni inconsulte.

Uomo avvisato, mezzo salvato… scherzi a parte, non tratterò nulla di scioccante riguardo le bestiole dotate di otto zampe ma mi concentrerò su una pellicola italiana che secondo me merita un recupero: “Il nido del ragno” (1988) diretta da Gianfranco Giagni.

Chi?!”

Se l’avete detto/pensato è il motivo per cui scrivo questa recensione sui generis, in quanto film semisconosciuto quanto il regista – anche se tanti avranno visto la serie tv “Valentina” (1989) con Demetra Hampton da lui diretta e sceneggiata – . Andando ad analizzare la pellicola ci si accorge che una visione la merita.

Prodotto sul finire degli anni Ottanta, quando il cinema di genere nostrano, quello dei tanti artigiani, stava scomparendo, e gli ultimi sopravvissuti dirigevano pellicole non certo eccelse che contribuivano ad allontanare il pubblico dalle sale (pubblico che trovava nelle nascenti tv commerciali una pigra alternativa al cinema. Non per nulla figura tra i produttori Reteitalia che all’epoca produceva le prime “serie tv”), questo progetto attinge dalla ricchissima tradizione millenaria che circonda la figura del ragno. Non c’ è popolo, a ogni latitudine del pianeta, che non abbia nel suo patrimonio folkloristico e mitologico storie a esso dedicate, dalla più celebre di Aracne fino alle interpretazioni più svariate, talvolta in chiave positiva come animale totemico e taumaturgico, altre in accezione negativa per via del veleno mortale di alcune specie, per la sua natura “infida” nel tessere la tela aspettando la preda. Per questo e altro è un protagonista da sempre delle atmosfere lugubri e misteriose di cinema e letteratura horror, come nel nostro caso, un serbatoio più che fertile e sfaccettato.

Trama

Il giovane professore americano Alan Withmore viene convocato in tutta fretta perché un collega che si trova a Budapest non da più segni di vita. Entrambi stanno lavorando a un progetto top secret denominato “Intextus”. All’arrivo in terra straniera Withmore troverà un clima ostile, il collega pare terrorizzato e fuori di sé, ma, nella confusione, gli passa il filo di una matassa intricata che spetterà a lui sgrovigliare, a rischio della sua stessa vita.

Gianfranco Giagni, classe 1952, all’epoca trentaseienne, aveva già alle spalle una lunga esperienza come aiuto regista di Mauro Bolognini e, dall’81 all’86, come autore dei primi videoclip di cantautori italiani per conto della Rai (un’ottima palestra di tecnica di regia) quando nel 1988 diresse questo suo primo lungometraggio ed anche unico horror della sua carriera. Il soggetto porta la firma di Tonino Cervi (che è anche produttore) mentre la sceneggiatura, oltre allo stesso Cervi, ha per autori Riccardo Aragno, Cesare Frugoni e Gianfranco Manfredi, ed è questo il nome che spicca di più. Firma poliedrica del panorama italiano, Manfredi è cantautore, scrittore, sceneggiatore, persino attore e autore di fumetti tra i più noti e longevi del panorama italiano: sue sono ad esempio le serie “Magico Vento” per Bonelli e “Gordon Link” per Dardo, ma non basta. Ha scritto storie anche per Dylan Dog, ed è proprio per questo noto personaggio di carta che nel 1995 firma la sceneggiatura dell’albo n.110 “Aracne” – disegnata dal grande Corrado Roi –, avventura ricalcata palesemente sul film scritto qualche anno prima. Nell’albo successivo, intitolato “La profezia”, c’è un seguito: questo mi fa pensare che il suo apporto a “Il nido del ragno” sia stato determinante.

Attorialmente va segnalata la prova di Stéphane Audran (fu compagna di Claude Chabrol) nei panni della “signora Kuhn”, la misteriosa direttrice dell’albergo dove alloggia il protagonista, così come la partecipazione di William Berger: l’attore austriaco, straordinario caratterista con oltre cento film all’attivo e tanti spaghetti western, qui interpreta l’uomo misterioso, quello che metterà sull’attenti il professore americano dai rischi che corre a Budapest, e che naturalmente verrà ignorato finché non sarà troppo tardi.

Ma il protagonista è Roland Wybenga nei panni di Alan Withmore, attore che ha all’attivo tre pellicole concentrate in due anni – 1988/89, fonte IMDb – e che non mi convince troppo: somaticamente parlando ha l’espressività del migliore Chuck Norris, coadiuvato da Paola Rinaldi nel ruolo di Genèvieve, l’assistente del collega professor Roth (guarda caso lo scorrazza in giro per la città a bordo di un Maggiolone cabrio… giallo? No, rosso).

Una menzione va al lavoro del direttore della fotografia Nino Celeste, professionista dalla lunga filmografia che ha lavorato con i più grandi registi italiani del passato, per la televisione, ed è tuttora in attività a settantasette primavere: le atmosfere visive de “Il nido del ragno” sono merito suo che non ha sbagliato una luce, ricreando certe suggestioni “alla Tovoli” di Suspiria.

Innegabili i richiami al tradizionale cinema gotico del periodo d’oro dei Bava e Freda, come a quello più recente (“Suspiria” e “Inferno”), dall’uso delle luci sature e oniriche – blu e gialla su tutte – alle scenografie e architetture degli edifici, al corridoio, alla sequenza tra le lenzuola, allo scalone a chiocciola che ci riporta indietro nel tempo. Non mancano le porte cigolanti e i temporali notturni…

E poi il presagio di morte annunciato dalla palla nera che si materializza dal nulla, rimbalzando sotto lo sguardo isterico della vittima, trae origine da “Operazione Paura” del mai troppo citato Mario Bava e farà la comparsa anche in altri film, in primis ne “La casa con la scala nel buio” del figlio Lamberto.

La scena (quasi) finale ha un sapore polanskiano – alla “Rosemary’s Baby” (1968) – ed è quella dove Sergio Stivaletti, il mago nostrano degli effetti speciali, dà il meglio di sé – non vi dico come! – La trasformazione non ha nulla da invidiare a sequenze simili viste in “Phenomena” di Dario Argento o “Demoni” (avete presente la copertina di “Born again” dei Black Sabbath?)

Concludo informandovi che la pellicola è nota all’estero come “Spider Labyrinth”, è attualmente disponibile in dvd con il solo audio inglese, di dubbia qualità stando ai commenti degli acquirenti di un noto store on line, ma c’è anche in italiano, basta cercare e aspettare che si impigli come una mosca nella vostra tela…

Fabio M.

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