Fabio Marangoni - Camera oscura - Il ritorno dei morti viventi

Fabio Marangoni – Camera oscura – Il ritorno dei morti viventi

Tornare è un po’ (ri)morire

Quando tre mesi orsono il buon Vincenzo Trama, direttore editoriale di codesta fantastica “rivista de noaltri”, mi ha anticipato quale sarebbe stato il leit motiv del numero di settembre, quello che state leggendo ora, proponendomi di scrivere qualcosa a tema, riflettei subito sulla parola “ritorno” e il primo titolo che mi venne in mente – trattando io di cinema e, nello specifico, di pellicole dell’orrore – è quello che vedete sotto. Avrei potuto interpretarlo in altri modi, magari più trascendentali, ma ho preferito restare nel classico da riscoprire una volta di più, allargando la visuale sui seguiti e sul “ritorno” di quel filone ai giorni nostri.

Il ritorno dei morti viventi

Freddy, ragazzone baldanzoso e pieno di salute, trova lavoro come aiuto magazziniere presso la “Uneeda”, società che esporta articoli particolari quali cadaveri, scheletri e “mezzi cani” a una clientela che va dalle università ad aziende farmaceutiche.

Un pomeriggio rimane solo con Frank, il collega anziano, che in vena di confidenze si lascia andare raccontando un fatto curioso avvenuto anni fa che avrebbe ispirato un famoso film sui morti viventi, un fatto vero capitato in una base militare dove una fuga di un gas sperimentale – la triossina – avrebbe riportato in vita i cadaveri nel vicino obitorio. Per dimostrargli che non sta mentendo gli mostra un fusto con le insegne dell’esercito con dentro un morto congelato.

Freddy è terrorizzato e Frank, per rassicurarlo, dà un colpo al barile che è a tenuta stagna. O forse lo era, perché subito fuoriesce una nuvola verde che affumica l’ambiente, sale per il camino e si disperde nei paraggi.

Intanto Tina, la ragazza di Freddy, decide di passare a prenderlo all’uscita dal lavoro; con lei ci sono i suoi amici, un gruppo di punk. Arrivano in anticipo e nell’attesa decidono di entrare nel cimitero accanto, proprio quando sta per cominciare a piovere. L’acqua (e il gas) scendono in profondità fino alle casse dei morti e lo spettacolo sta per cominciare.

Solitamente sono molto più evasivo nell’esporre la trama, stavolta ho fatto uno strappo alla mia regola perché questi sono appena i primi dieci minuti di film visibili anche nel trailer, il bello deve ancora venire.

Dan O’Bannon, classe 1946, del quale tra pochi mesi cade il primo decennale della morte avvenuta il 17 dicembre 2009, dovrebbe essere un nome noto e celebrato da ogni appassionato di horror e fantascienza in particolare: anche se di film ne ha diretti soltanto un paio, questo e il meno noto “The Resurrected” del ’92 tratto dal celebre racconto di H.P. Lovecraft “Herbert West rianimatore”, in italiano mai distribuito ma rintracciabile sottotitolato, a consacrarlo basterebbe la sua maestria  nella sceneggiatura, ne “Il ritorno dei morti viventi” ma non solo. Un apporto fondamenale, quello della scrittura, nonostante spesso venga relegato in secondo piano da “registi primedonne” che dirigono ma non scrivono i loro film.

O’Bannon esordisce con il quasi coetaneo John Carpenterin un surreale film di fantascienza: “Dark Star”, dove ricopre anche il ruolo di attore. È il primo lungometraggio del futuro regista di Halloween, nato come corto da presentare a fine corso universitario.

L’occasione professionale della vita sembra arrivare con l’inclusione nel progetto faraonico di “Dune” di Alejandro Jodorowsky dove avrebbe dovuto occuparsi degli effetti speciali ma il progetto fallisce. Oggi questo film è stato inserito in una curiosa classifica: quella dei dieci kolossal più famosi che non si sono mai realizzati nella storia del cinema. Ma da un’occasione persa arriva la svolta: insieme a Ronald Shusett scrive quella che diventerà la sceneggiatura più importante della sua carriera nonché un titolo spartiacque per la fantascienza, ovvero “Alien” diretto dall’allora quasi esordiente Ridley Scott, che oggi si appresta a tornare nei cinema per festeggiare il quarantennale dell’uscita nelle sale.

Dopo è la volta di “Tuono blu”; seguono “Invaders” (remake del classico “Gli invasori spaziali” del ’53) e “Space Vampires” dal noto romanzo “I vampiri dello spazio” di Colin Wilson. Proprio questo film è la conseguenza della sua prima regia, cioè “Il ritorno dei morti viventi”.

Dan O’Bannon scrisse la sceneggiatura su un soggetto di John A. Russo (l’autore dell’originale “La notte dei morti viventi” di Romero). Per la regia, la scelta cadde su Tobe Hooper, che però era già occupato sul set di “Space Vampires”: così a dirigere fu O’Bannon. Fu la sua prima volta come regista.

Nello stesso anno usciva nei cinema “Il giorno degli zombi” (Day of the Dead), capitolo conclusivo della prima trilogia sui morti viventi di George Romero, un film cupo, violento anche concettualmente, mentre O’Bannon rischia e osa cambiando registro: se Romero ci mostra il primo zombi “rieducato” – Bub – qui abbiamo quelli che parlano alla radio dell’autopattuglia per chiedere di “mandare rinforzi” oppure quello ridotto a un tronco con solo gli arti superiori e la spina dorsale al vento legato al tavolo dell’imbalsamatore che risponde alle domande (scena che ricorda quella della testa dell’androide in “Alien”, guarda caso sceneggiato da O’Bannon). Ma soprattutto riesce a far convivere come in altri film degli anni Ottanta la commedia e l’horror, inventando così il primo zombi-comedy, dove momenti splatter seguono siparietti che strappano un sorriso, il tutto senza mai sovrapporsi e tenendo un ritmo narrativo invidiabile.

D’altro canto le scene horror sono da manuale: emblematica è la resurrezione dei morti dal cimitero dove i punk si sono intrufolati per far baldoria. Comincia a piovere e vediamo l’acqua scendere giù come in una sezione di un plastico, fino alle casse, e poi uno alla volta emergere i morti viventi tra lapidi e fango seminando il terrore dove, fino a pochi minuti prima, avevamo assistito a un altro momento clou: lo striptease di Linnea Quigleysul sarcofago. Famosa “scream queen” nonché cantante, due anni prima aveva posato per la rivista “Playboy”, qui interpreta la punk Trash.

Il ritorno dei morti viventi” ha dunque il merito di aver rinnovato il genere con ironia senza strafare, restando nei luoghi canonici del filone – l’immancabile cimitero e l’apporto alla storia da parte dei militari – ma riuscendo a disgustare e a far ridere con sarcasmo della nostra società.

Un filone che sembra essere rinato negli anni duemila con titoli che vanno da “Maial Zombie – Anche i morti lo fanno” (2004) a “Fido” (2006) per mescolarsi ad altri sottogeneri in “Dead snow” (2009) e “Zombeavers” (2014), rispettivamente nazi e monster movie, fino a titoli di grande successo di pubblico noti anche ai non patiti del genere come “L’alba dei morti dementi” (2004) che ha lanciato la carriera di Edgar Wright e “Benvenuti a Zombieland” (2009) di cui sta per uscire il sequel. L’ultimo è “I morti non muoiono” (The Dead Don’t Die, 2019) del poliedrico Jim Jarmusch che comprende un cast di star, da Bill Murray a Tilda Swinton con la partecipazine straordinaria di star della musica come Iggy Pop e RZA. Per tutti gli altri titoli vi invito a fare una semplice ma proficua ricerca digitando “zombie comedy” sul noto motore di ricerca del web.

Ritornare una, due, tre volte

Dopo il successo di pubblico la macchina produttiva si mise in moto per un sequel, stesso titolo del precedente con l’aggiunta del numero, sia in italiano che in inglese, caso raro ai tempi in quanto i distributori amavano stravolgere i titoli. O’Bannon rifiutò di partecipare, così sceneggiatura e regia furono affidate a Ken Wiederhorn (esordì nel ’77 col cult “L’occhio nel triangolo”) e nel 1988 uscì “Il ritorno dei morti viventi 2”.

Stilisticamente fedele al precedente titolo, ripresenta elementi simili nella trama, persino scene speculari come la resurrezione dei morti, il cimitero e il fusto con lo zombi sotto chiave che stavolta viene ritrovato da tre ragazzini e, incautamente aperto, libera la famosa “trioxina” nell’aria.

Se vi siete divertiti con il primo non resterete delusi da questo: l’aspetto ironico è ancora più accentuato e il film mantiene una parte dello stesso cast.

Una curiosità: la locandina (priva del titolo) è stata usata come copertina per il volume “Storie dell’orrore” edito nel 1999 dalla Newton & Compton, a cura di Gianni Pilo, una mastodontica antologia di quasi mille pagine.

Discorso diverso invece per il terzo capitolo. Qualche anno dopo, siamo nel 1993, un nuovo decennio, a riprendere il franchising del titolo è Brian Yuzna, pluripremiato autore di cinema fantastico/horror nonché nome di culto per il titoli dedicati all’opera del Solitario di Providence H.P. Lovecraft ed esordiente qualche anno prima con il provocatorio “Society – The Horror”, che decide di accantonare l’elemento della commedia e l’ironia che aveva caratterizzato i primi due per sostituirla con una storia alla Romeo e Giulietta con un certo dramma di fondo. 

L’inizio del film è il più classico che ci si potrebbe aspettare: siamo in compagnia dei soliti militari alle prese con il solito segretissimo test su cadaveri rianimati, con tanto di fusti di triossina e accenno ai fatti avvenuti nel ’68 come era accaduto nel dialogo tra Freddy e Frank nel primo film, ma stavolta qualcuno li osserva: una coppietta di cui “lui” è il figlio del colonnello che è a capo dell’operazione e principale contrasto alla sua relazione amorosa. Quando succederà il fattaccio, il giovanotto, senza pensarci due volte, ricorrerà al gas miracoloso senza rendersi conto delle conseguenze del ritorno dalla morte. 

Se i fan del genere non resteranno delusi perché gli ingredienti tipici dello zombie movie ci sono tutti, splatter compreso, realizzati a regola d’arte, la protagonista vera che rimane nella memoria è Julie (Melinda Clarke) che vive – si fa per dire, essendo non-morta – cosciente la trasformazione in qualcosa che aborrisce, un essere che ha una fame incontrollabile di cervelli. E quando il dolore auto inflitto non basta a tenerla sotto controllo impazzisce, da qui la trasformazione anche estetica che campeggia sulla locandina.

Chiudo la disamina menzionando per dovere di cronaca l’esistenza di un quarto e quinto capitolo della serie “Il ritorno dei morti viventi”, ma che nulla hanno a che fare con lo spirito originario del progetto, che già dal film di Yuzna prendeva una strada personale. Usciti nel 2005, sono prodotti “direct to video”, mai distribuiti in Italia.

Siamo giunti al termine, contenti di questo speciale? Lo spero. Se così non fosse, non temete, abbiate pazienza perché a volte ritornano…

– Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?

– Sono andato a letto presto.”

C’era una volta in America.

Fabio Marangoni

Fabio Marangoni

Nato il secolo scorso, fin da adolescente nutro la passione per tutto ciò che è Fantastico, cominciando dalla narrativa dell’Ottocento per approdare al cinema, dalla B di Buzzati alla Z di Zeder. Sono stato collaboratore di uno dei principali portali italiani di weird (“La Tela Nera”), successivamente al mio esordio con la prima – e finora unica – antologia di racconti pubblicata nel 2003 con Edizioni Il Foglio e successive partecipazioni a saggistica cinematografica per Edizioni Profondo Rosso di Roma. Attualmente curo la rubrica “Camera Oscura” sulla rivista web “Il Foglio Letterario”.

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