Fiabe e delitti

Fiabe e delitti

Le fiabe che tutti noi ci siamo fatti leggere e rileggere quando eravamo bambini, sono piene di principi, principesse e castelli incantati, scarpine dorate e dolci animaletti parlanti. Come tutti sappiamo, praticamente tutte, finiscono con la celebre frase: “…e vissero tutti felici e contenti” e dormivamo tranquilli facendo sogni meravigliosi. Ma è veramente così? Assolutamente no! Sono costellate, effettivamente, di efferati delitti, morti tragiche, sangue e violenze varie (anche commesse da minori) degni dei migliori film horror di tipo asiatico, malattie mentali e mai nessun rimorso, da parte dei protagonisti, per le azioni commesse degne degli assassini più violenti.
Ma vediamo, ad esempio, Barbablù, di Perrault: con questa fiaba scritta alla fine del 1600, raggiungiamo il massimo delle efferatezze. Abbiamo a che fare con un serial killer con decine di vittime innocenti uccise e nascoste in una stanza segreta della meravigliosa casa di sua proprietà. Il protagonista è un uomo ricco, ma crudele, che si è sposato molte volte fino a quel momento, ma le sue mogli, una dopo l’altra sono scomparse misteriosamente. Giunge alla sua attenzione una innocente fanciulla, la sua nuova sposa, che rimane abbagliata dagli ori e dalle ricchezze di quest’uomo affascinante, dalle bellissime stanze del castello tra le quali più curiosare liberamente. Ma lui la mette alla prova: siccome deve andare in viaggio per un certo periodo di tempo, la ragazza ha a disposizione tutto il mazzo di chiavi che aprono le porte della casa, ma una sola chiave dello stesso mazzo apre una porta nella quale le è proibito, nel modo più assoluto, di entrare. Ma la ragazza, curiosa, apre la porta contrariamente a quanto le era stato detto. E qui abbiamo una scoperta raccapricciante che, credo, nessun regista sia mai riuscito a mettere in scena: la
stanza era stracolma di sangue e corpi trucidati delle mogli precedenti di Barbablù. Un vero e proprio serial- killer come comandano i crismi della letteratura in tema. La ragazza aveva fatto cadere la chiave nel sangue ed era rimasta macchiata in modo indelebile: ella non scappa (chiara Sindrome di Stoccolma), ma aspetta il marito, in uno stato d’ansia, credo, indicibile, cercando di nascondere, in qualche modo, la maledetta chiave. Finalmente Barbablù fa ritorno dal suo viaggio e scopre che la ragazza ha disobbedito ai suoi ordini trovando la chiave traditrice sporca di sangue (forse la candeggina non veniva usata in quel tempo): le annuncia, quindi, che anche lei sarebbe morta di una morte violenta. Così lei chiama i tre fratelli che, giunti in soccorso della ragazza, trucidano elegantemente il feroce serial-killer e poi si godono allegramente l’eredità della sorella. Interessante è il profilo criminologico dei protagonisti. Barbablù, è apparentemente una persona tranquilla, ricca, che per disgrazia aveva la barba blu, appunto, e così brutto da far scappare via qualsiasi ragazza, ma dai modi gentili e raffinati al punto da attirare ugualmente le donne e combinare molteplici matrimoni: una persona “normale” con evidenti ed efficaci tecniche manipolatorie. Ma è chiaramente un serial-killer predatore, misogino, che, probabilmente, pretendeva sottomissione assoluta dalle sue vittime.
Barbablù amava e trovava soddisfazione a brutalizzare le donne anche solo per un semplice divieto infranto: dando il mazzo di chiavi alla moglie, mettendola alla prova, sapeva già che quella sarebbe stata la sua vittima designata, e, anche se lei fosse riuscita a non disobbedire all’ordine impostole, quest’ultimo avrebbe trovato, sicuramente, un modo per farla cadere nella trappola e dargli una scusa qualunque per poter soddisfare le sue perversioni. Inoltre, essendo le ragazze da lui scelte tutte di buona famiglia, puntava al patrimonio e alla dote che le stesse ragazze portavano al momento del matrimonio. Forse era un conservatore (Pierrault/Barbablù) che non accettava il nuovo ruolo che piano piano stavano assumendo le donne di quell’epoca (questo è sottolineato anche dal permesso che ha la ragazza protagonista di organizzare feste e ricevimenti nella grande casa, usanza molto comune in quel periodo) e, quindi questo potrebbe essere uno dei motivi per cui voleva “sterminare” le donne.
Anche altre fiabe contengono in sé elementi di tipo “criminologico” come, ad esempio, La Bella Addormentata del Bosco, dove viene narrata la nascita della principessa in un regno “incantato” che viene festeggiata con un grande ricevimento, al quale vengono invitate tutte le fate tranne una che si offende e maledice la piccola: al compimento del sedicesimo anno di età, le augura di pungersi il dito con un fuso e la conseguente condanna a morte, “mitigata”, però, da una buona fatina che commuta la condanna a morte in cento anni di sonno, in pratica in un coma irreversibile. Dopo i cento anni di sonno, giunge un principe, che uccide la fata cattiva e bacia la principessa, facendola risvegliare fresca come una rosa e in possesso di tutte le sue capacità fisiche e mentali. Anche qui un bell’omicidio, da parte del principe, per quanto possano essere nobili gli obiettivi.
Ma anche in Cenerentola le cose non vanno diversamente. Protagonista una giovane e bellissima ragazza con una tragedia familiare alle spalle: è orfana di entrambi i genitori. La madre muore quando lei era ancora piccola, il padre si risposa con una donna che ha due figlie e poi muore anche lui. Cresciuta dalla matrigna, viene ridotta in schiavitù e costretta a svolgere i lavori più umili e a subire punizioni di ogni tipo, come quella di dormire dentro al camino spento in mezzo alla cenere (e già da qui vediamo la disastrosa infanzia di questa adolescente). In città si viene a sapere che il principe terrà un ricevimento durante il quale egli sceglierà la sua sposa. Ovviamente la famiglia proibisce a Cenerentola di andare alla festa, ma lei, con l’aiuto della fatina, disobbedisce e vi partecipa ugualmente. Quando a mezzanotte Cenerentola deve tornare a casa, perde, per la scalinata, una scarpina che a seconda delle versioni della fiaba è di cristallo oppure di pelle di scoiattolo, raccolta comunque dal principe innamorato. Quest’ultimo comincia a girare tutto il regno in cerca della fanciulla perduta e, quando giunge a casa di Cenerentola, le sorellastre compiono un bel gesto di autolesionismo: si amputano le dita dei piedi ed il tallone, pur di entrare nella
scarpina e sposare il bel principe. Ma Cenerentola riesce, grazie alla fatina, a farsi riconoscere dal principe.
Scoperto l’inganno il principe decide di vendicarsi delle sorellastre di Cenerentola, ordinando ad uno stormo di corvi, di cavare loro gli occhi. E dopo lo sterminio della famiglia di Cenerentola, e la molto probabile morte atroce delle sorellastre, la principessa sposa il suo principe assassino.
Poi abbiamo Pollicino (che, per molti versi, ha delle analogie con Hansel e Gretel) nella quale un boscaiolo e sua moglie decidono di abbandonare i loro sette figli nel bosco per la pressante incapacità di sfamarli, autori e complici di abbandono di minori. Il più piccolo, Pollicino, appunto, decide di riempirsi le tasche di sassolini e quando i fratellini vengono abbandonati, riesce, seguendo le tracce a riportarli a casa.
Ma i genitori ricommettono lo stesso reato di abbandono di minori (recidivi, quindi) subito il giorno seguente: questa volta il protagonista si riempie le tasche di briciole di pane che, ovviamente, vengono mangiate dagli uccelli, non riuscendo a tornare a casa. Sulla loro strada alla ricerca di casa, si imbattono in un castello e chiedono ospitalità alla padrona di casa che li accoglie: il marito, però, è un “orco” che mangia i bambini. Quando l’uomo rientra a casa, sente l’odore dei bambini, e decide di cucinarseli per il giorno dopo. Il padrone di casa ha sette figlie alle quali ha regalato delle coroncine, che vengono sottratte da Pollicino e messe sulla testa dei fratellini. L’orco, ingannato, quindi, sgozza le figlie, pensando che fossero Pollicino e i suoi fratelli. Pollicino ed i fratelli fuggono inseguiti dall’uomo che indossa i famosi stivali delle sette leghe. Il piccolo, furbescamente, commette anche un furto: ruba gli stivali per tornare velocemente dalla moglie dell’orco, dicendole che l’uomo era stato rapito e che serviva un riscatto. La donna da al piccolo tutte le ricchezze che possiede e i fratellini tornano a casa felici e contenti dai genitori, che
riaccolgono i figli a casa come se nulla fosse successo.
Questa fiaba è intrisa di delitti che farebbero impallidire un telegiornale: i bambini incontrano un “orco” pedofilo e cannibale, che li rapisce, che ha una moglie probabilmente ignara di tutto, e che, per la bramosia di mangiarsi carne tenera di bambino, uccide per errore le figlie, ma non contento insegue i sette maschietti con l’intento di uccidere anche loro. Un serial-killer.
Da ultimo, altra fiaba popolare che tutti noi conosciamo è Biancaneve, anche lei con un’adolescenza piuttosto problematica: : la fiaba racconta di una bambina dai capelli scuri come l’ebano e la pelle bianchissima la cui madre muore durante il parto. Il padre si risposa con una donna bellissima, vanitosa che possiede uno specchio magico che le dice che è la più bella del reame. Ma crescendo la bambina diventa più bella della regina, rubandole il primato. Furiosa, la regina ordina l’omicidio di Biancaneve: paga un cacciatore che come prova dell’ avvenuto delitto deve riportale alla regina il cuore della fanciulla. Immaginiamo come avrebbe potuta ucciderla. Ma il cacciatore compassionevole, uccide un cervo, portando alla regina il cuore dell’animale, abbandonando la fanciulla nel bosco. La ragazza, così, viene ospitata da sette nani, e nella loro casetta svolge i lavori domestici. Ma la regina scoprendo che
Biancaneve è ancora viva, si trasforma in strega e tenta di ucciderla prima con una cintura tanto stretta in vita da toglierle il respiro, poi con un pettine avvelenato (sempre salvata dai nani), ed, infine, la convince a mangiare una mela avvelenata, tentando quindi di ucciderla per la quarta volta. Così, la ragazza addormentata, creduta morta, viene accudita dai nani fino a quando, durante il funerale la bara cade ed il pezzetto di mela esce dalla sua gola salvandola. Il principe che se ne era innamorato, compie la sua vendetta: fa arroventare un paio di scarpe, costringendo la regina ad indossarle e a farla ballare al ricevimento del loro matrimonio, fino a quando non fosse caduta morta. In un’altra versione, la regina viene murata viva in una torre del castello, dove muore. Due finali, comunque simili, che indicano chiaramente uno spiccato avvicinamento al reato di tortura di tipo medievale, e, come diremmo oggi, al trattamento inumano e degradante.
Anche Alice nel Paese delle Meraviglie, nel suo viaggio labirintico e nell’incontro con strani personaggi, era una bambina che aveva fatto uso di sostanze stupefacenti di tipo allucinogeno, mangiando il funghetto offertole dal Brucaliffo, e ricorrendo allo stesso fungo nei momenti più critici, vedendo la realtà distorta dall’effetto psichedelico del probabile peyote.
Insomma, morale della favola, o meglio della fiaba, e che quello che leggiamo ai nostri bambini è un misto di psicopatologie e conseguenti reati che, anche al tempo storico nel quale sono state scritte, erano condannabili. I personaggi, ovviamente, rispecchiano la personalità dei loro autori, facendo emergere i loro propri lati oscuri nascosti nemmeno poi troppo bene. I fratelli Grimm, Perrault, avevano probabilmente, qualche problema psicologico inconfessabile per l’epoca in cui vivevano, riversando quindi la loro sete di morte e di vendetta nelle fiabe che scrivevano.
Ma, per concludere, anche i cartoni animati moderni non scherzano in fatto di eventi a carattere criminologico: la Sirenetta, viste le sue condizioni di vita “in fondo al mar” probabilmente era affetta da cannibalismo, oppure Ercules, affetto da una patologia di tipo narcisistico. Comunque, qualunque sia stato il reato commesso, o qualunque patologia sia stata conclamata…vissero tutti felici e contenti.

 

Lara Vanni

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