Francesco Teselli - Il signor Asterisco racconta n° 5

Francesco Teselli – Il signor Asterisco racconta n° 5

È tardi penso, e prima di scendere di casa per stavolta evito di guardarmi allo specchio. Mi fa sempre un effetto strano, come se ogni volta mi trovassi davanti un alieno che ha assunto le mie stesse sembianze e, beh, è traumatica come cosa. Ci perdo sempre troppo tempo davanti al vetro dello specchio, ma non per vanità: per curiosità. Alla fine, noi c’immaginiamo vivere. Però certe espressioni, le pieghe del nostro volto quando ride, il riflesso della luce nei nostri occhi innamorati o malinconici … sono tutte cose che non vediamo. Non nell’attimo esatto in cui accadono, per lo meno. Possiamo anche prenderci dieci minuti e metterci lì a riprodurre tutto il repertorio: non sarà mai lo stesso. Ecco, lo sapevo. Ogni volta che anche solo ci penso, lo specchio mi stacca un biglietto di sola andata per un viaggio dentro me stesso.

Scendo le scale di corsa e penso voglio parlarne con Asterisco. È arrivato anche il momento d’impormi un po’, non può decidere mica tutto lui! La rubrica è mia e la gestisco io, anche perché l’utero non ce l’ho e non posso farci niente. Arrivo davanti casa sua e stavolta non mi aspetta alla pensilina. C’è il sole e forse il motivo è proprio questo. L’animaluccio solitario, oltre ad essere per l’appunto solitario e animaluccio, è soprattutto strano e questo ormai si sa. E una delle cose che certificano la sua stranezza – non che ce ne sia bisogno, solo per vezzo – è il fatto che Asterisco ama stare sotto la pioggia. Mi ricorda che sono vivo vaneggia a chi malauguratamente dovesse venire in mente di chiederglielo. Quindi, dato che oggi ci sono quaranta gradi all’ombra, evidentemente, mi sta aspettando su. Nella sua logica malata, tutto fila. Me lo figuro già, rintanato nel suo piccolo museo di fogli volanti e sedie stracolme di vestiti smessi.

Busso alla porta. Campanello? Macché, sarebbe troppo “mainstream”. All’ingresso mi si para davanti un pesante e lavoratissimo aggeggio d’altri tempi, di quelli tutto ghirigori e ottone medievale. Lo scaravento ripetutamente al legno, appena sotto l’occhiello.  Mi viene ad aprire dopo qualche minuto, in tutta la sua lentezza. Sembra una figura mitologica: metà bradipo e metà Lebowski. Mi fa sedere nella sua morbidissima poltrona mentre prepara il caffè. Ci mette fin troppa passione in questa sua attività che affronta con lo spirito, quasi, di un lavoratore zelante, innamorato del suo mestiere. Stavolta prendo io le redini in mano e gli dico della riflessione del viaggio dentro se stessi. Lui, senza neanche guardarmi, con lo zucchero in una mano e il cucchiaino nell’altra mi fa decidi tu, oggi mi sento pigro. Praticamente, acconsentendo è come m’avesse concesso una grazia per cui, alla fine dei conti, pur non decidendo direttamente ha deciso comunque lui. Bella conquista.

TENTATIVO DI SENSAZIONE N°4 OVVERO I VIAGGI DELLO SPECCHIO

“Forse è un problema mio. Anzi, sicuramente è un problema mio. A me però capita di stare da solo e, sarò fatto male io, ma non devo necessariamente stare con qualcuno. Mi spiego meglio. Facciamo un esempio. Mettiamo che stia facendo un viaggio. Caso vuole che stia da solo. Magari non perché sia un sociopatico – ipotesi da non escludere mai a priori – ma perché sto raggiungendo, mettiamo, la mia ragazza da qualche parte. Bene. Questo vuol dire che, per almeno un paio d’ore, dovrò starmene solo soletto mentre prendo treni, autobus, navi, aerei, navicelle spaziali e qualsiasi altro mezzo di trasporto per arrivare da lei. Benissimo. Tu trovi che sia questa tragedia così insopportabilmente irrimediabile, come prospettiva? A me, se te la devo dire proprio tutta, piace pure. Ah: cuffioni, musica e un bel libro sulle gambe. Può anche capitare che mi salti per la testa di chiedere un’informazione a qualche passante, non posso escluderlo del tutto, ma posso altrettanto tranquillamente affermare, e ne sono certo, che per due ore la mia vita sociale sarà pari a quella di uno scaricatore di porto a una festa esclusiva sullo yacht della regina Elisabetta.

Pari a zero, per i poco addentro le dinamiche delle lotte di classe.

Ci sono persone, invece, che non ce la fanno proprio a non parlare. È più forte di loro, non possono farne a meno. Le vedi, lì, sulla panchina accanto a te che ci provano pure a trattenersi ma dopo un po’ (10 secondi, tipo) devono per forza, altrimenti soffocano, annegano nel loro stesso silenzio.

– Dove vai di bello?

– Ah, dalla tua ragazza? E come si chiama?

– E che fa?

– E tu come ti chiami?

– E che fai?

– E perché?

– E … come va a casa?

Ma come va a casa cosa che non ci siamo mai visti prima d’ora, ringraziando tutti gli dei dell’Olimpo, e mai più ci rivedremo anche perché tra me e te ci passano almeno 4 generazioni e la vedo difficile che capiterà d’incontrarci nello stesso pub, una sera d’estate con la comitiva di amici tra una birra e l’altra ad ubriacarci fino a non riuscire più a riconoscere neanche i nostri stessi lineamenti allo specchio?!?!? No, dico … cosa?!?!? E non finisce qui. T’immergi nel libro e la signora si rassegna pure, ma comincia a parlare con qualcun altro. E se quel qualcun altro trova qualcos’altro da fare per scrollarsela di dosso … si arrende, dici?

Ah. Ah. Ah. Che ridere.

No. LaSignoraCheDeveParlare finché non arriva dove deve arrivare non si arrenderà.

Mai.

Piuttosto, si mette a chiamare tutta la rubrica del telefono. Tutta. La mamma. L’amica. Il marito. La parrucchiera. Il barista. La maestra dell’elementari. Il cane. Chiunque, l’importante è che lei parli.

Io, invece, stacco il cervello. Sprofondo nel sedile come in un pozzo. Non parlo neanche con me stesso, mi sto pure abbastanza antipatico. La verità è che, nonostante un sano e insostituibile disprezzo verso la mia persona, io comunque un compromesso con Asterisco l’ho raggiunto. Ci sopportiamo. Due ore, tre, quattro, una mezza giornata … da soli si dovrebbe saper stare. Secondo me, almeno.”

“Beh, va bene. Ma tu mi stai parlando di un viaggio vero.”

“Non solo. È una matrioska di viaggi.”

Solita espressione stralunata: cado dalle nuvole e mi faccio anche male.

“Viaggio per raggiungere lei, ma nel frattempo viaggio anche dentro me stesso. Per raggiungere una sorta di consapevolezza.”

“Come guardarsi allo specchio?”

“Come guardarsi allo specchio. Sì. Mi cerco, come quando mi tocco quei lineamenti del volto che non pensavo di avere, davanti al vetro nel corridoio. Alla fine, è come quando sei in vacanza e ritorni in hotel. Entri in camera e ti accorgi che è diversa, ogni volta. Mentre eri in spiaggia pensavi non vedo l’ora di ritornare e farmi una bella pennichella ed eri sicuro – oh, sicuro davvero – di ricordarla alla perfezione, la stanza. E invece, apri la porta e … ma dove sono? Mi hanno spostato e non me ne sono nemmeno accorto? A me succede più o meno lo stesso praticamente tutte le mattine, appena mi guardo allo specchio. Alla fine, cos’è che siamo se non turisti nel nostro stesso corpo?”

“Arriverà il giorno in cui dovremo lasciare la camera. Chissà se sarà entro le 10:00.”

“Insomma, lo specchio è come un portale che però ti fa fare un viaggio infinito solo per poi ricatapultarti esattamente al punto di partenza. E cioè davanti allo specchio.”

“Un po’ una sòla, quindi. Meglio cambiare agenzia di viaggi, la prossima volta.”

“No, invece a me piace. C’è anche chi si perde per sempre e non ritorna più. Non dev’essere bello, meglio avere la sicurezza del proprio porto sicuro.”

“Oggi filosofia a gogò, eh? Però, pensavo: ma …”

“Il teatro, il teatro. Lo so. Dammi il tempo! Io alle cose c’arrivo, devi solo essere paziente!”

Zittisco. Non mi va d’indispettirlo, meglio assecondarlo un altro po’. Come un fedele socratico, mi metto lì buono buono ad ascoltare qualche altra sua elucubrazione sui viaggi e i vortici temporali che poi, a giochi fatti, sempre davanti allo specchio ti riportano e va be’: basta che si spiccia. Ed eccola, l’illuminazione. Dopo varie peripezie dialettiche ce la ritroviamo lì come un piccolo insetto indifeso, a supplicare di non essere calpestato. E noi, novelli San Franceschi 2.0, non lo uccidiamo. Anzi, lo facciamo zampettare sulle nostre dita, affinché ci canti la sua ispirazione.

Il viaggio di Enea di Olivier Kemeid, dall’Eneide di Virgilio. A ricoprire il ruolo di Enea, uno dei massimi talenti della scena italiana: il pluripremiato Fausto Russo Alesi (Premio Associazione Critici di Teatro, Premio Ubu 2002 come miglior attore giovane; Premio “Annibale Ruccello”, Premio “Olimpico”; Premio “Vittorio Gassman” 2005 per il miglior giovane talento; Premio “Persefone d’oro” 2009; Premio Ubu 2012 come migliore attore non protagonista in Santa Giovanna dei Macelli di Brecht ; Premio Landieri 2014 per la sua unica e originale rivisitazione di Natale in casa Cupiello di Eduardo).

Il viaggio di Enea è un racconto poetico sulle migrazioni. Migrazioni come viaggi, lontano dalle guerre, dalla fame. È una storia familiare, quella di Olivier Kemeid, e una riscrittura moderna, ma comunque fedele del classico di Virgilio, in cui l’autore proietta le vicende di suo padre e della sua famiglia, emigrata dall’Egitto al Canada con mille peregrinazioni e difficoltà alla perenne ricerca di un mondo migliore, attraverso personaggi e luoghi del mito di Enea. Kemeid ha riconosciuto nel racconto di Virgilio la storia di suo padre, che è la storia dell’uomo, in fuga dai disastri dell’esistenza.

L’Enea di Virgilio supera le insidie del viaggio grazie alla divina, materna benevolenza. L’Enea di Kemeid, che pure si rifà in tutto e per tutto al racconto virgiliano, non ha santi in paradiso e per questo è più spaventato, più stanco e meno pio. Per una volta, l’esodo biblico che cambierà il volto dell’Europa viene raccontato da chi è costretto a partire, con un ironico capovolgimento dei ruoli in cui i neri sono al posto dei bianchi e viceversa.

Non c’è enfasi, non c’è retorica e nemmeno vittimismo. C’è, in primo piano, solo la necessità di sopravvivere. Enea è un giovane uomo che vive un continuo conflitto di coscienza: pensare solo a se stesso o anche agli altri? Sopravvivere in clandestinità, o rischiare per ritrovare dignità e rispetto? Il figlio di Enea, Ascanio, divenuto grande riordina frammenti di ricordi così come gli sono stati raccontati dal padre. Ne ricostruisce quindi il viaggio, i rapporti, gli amori, i dubbi, l’approdo che al momento è solo una speranza.

Quello di Kemeid non è un testo strettamente di denuncia, è materia viva che produce emozioni. La parola ospite vale sia per chi accoglie che per chi viene accolto, sottende la capacità di contemplare la capacità di cambiare ruoli e responsabilità. Chiaro, non ci sono soluzioni. Il teatro però ci offre sempre il dono della riflessione, quella limpida, senza barriere ideologiche, puntando a ritrovarci per quello che siamo o potremmo diventare se solo ne fossimo capaci.”

“Che dire, a me piace così.”

“Meno male, perché io oggi non saprei che altro dirti.”

Ci salutiamo. Prima di andarmene gli leggo i commenti sotto la rubrica del mese scorso. Ne rimane sempre contento. Finge disinteresse, ma ama il contatto diretto con le persone. Mi ricorda un po’ il verso di una canzone di Neil Young che diceva I need a crowd of people, but I can’t face them day to day. Ed è così anche per Asterisco. Ha bisogno di una folla di persone ma non riesce a relazionarsi con loro, giorno per giorno. Ma per questo ci sono io! Altrimenti, a che servirei? Ad esempio, tutto questo delirare è dovuto proprio al commento di una nostra lettrice, Myriam, che il mese scorso paragonava il viaggio in autobus a un viaggio dentro se stessi … ed eccoci qua!

Insomma, l’avrete capito no? La parola chiave stavolta è: VIAGGIO. Sono proprio curioso di conoscere quali sono le vostre sensazioni in merito.

Per il momento però viaggio anch’io, verso casa. Ho bisogno di riposo. Letto … a me! Magari sei diverso da come ti ricordavo, hai cambiato le doghe, l’albergo mi ha spostato di stanza e chissà quale altra pazzia pseudo-freudiana m’aspetta, ma una cosa è certa: Asterisco più di una volta al mese non si può frequentare, per cui … addio, io scappo via!

Francesco Teselli

 

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