Frank Iodice – Intervista esclusiva al ministro della (d)istruzione

Dopo una rapida cernita dei nostri signori ministri, l’intervistatore si è seduto accanto al ministro della (d)istruzione, eletto di recente grazie a un sofisticato sistema di algoritmi algebrici di precisione millimetrica calcolati in base alla pressione dei polpastrelli sugli schermi liquidi, di un campione di cittadini scelto nelle regioni più indietro rispetto a cultura e istruzione, per l’appunto, e quindi più affidabili quando si tratta di bisogni, sì insomma, di bisogni grandi, diciamo così, e di conseguenza accolti e messi agli atti, atti grandi quindi, alleviati da proposte di legge altrettanto grandi, a cominciare dalla distribuzione gratuita di carta igienica e sanitari in tutti i bagni degli autogrill e delle stazioni ferroviarie del paese.

 

Il nostro intervistatore non se la cava molto con i politici, nutre una certa allergia ogni volta che si tratta di cavare loro quattro parole che messe insieme abbiano un senso, e anche se dovesse succedere, cosa comunque molto rara, non sa quasi mai come tagliare e incollare senza tagliare troppo e senza incollare troppo, in altre parole, è successo spesso che il caporedattore del giornale della libertà (così si chiama il suo posto di lavoro, e solo per questo lo invidiamo a morte perché i nostri di solito si chiamano il giornale di qua o il giornale di là, per così dire), il caporedattore, dicevamo, lo ha minacciato di tagliare qualcos’altro, con l’inevitabile conseguenza del dolore che sta sempre fuori dalla carta, perché la carta alla fine serve solo a distrarci dal dolore, incluso quello dell’amputazione di una parte molto preziosa per un intervistatore, ma diremmo per un uomo in generale.

 

L’intervista, dunque, si è svolta in fondo al banco, seduti tutti e due composti, senza togliersi le caccole dal naso e senza grattarsi il culo perché potevano esserci le telecamere, non si sa mai, ovvero, il ministro non poteva saperlo, perché noi invece sappiamo benissimo che il giornale della libertà, proprio perché ha avuto l’ardire di chiamarsi così, non avrà di certo i soldi per comprare telecamere, al massimo qualche biro e un paio di computer fissi.

Il signor ministro sorrideva, l’intervistatore sorrideva, e così non si andava da nessuna parte, bisognava rompere il ghiaccio, come si suol dire, anzi, letteralmente, perché nel bicchiere del ministro c’erano i cubetti che dopo un po’ erano diventati un tutt’uno e a lui non piace mettersi lì con l’ombrellino a separarli per gustare meglio il suo drink prelibato. Alcolico? È ovvio. Che ci aspettavamo, un succo di frutta all’ananas con la cannuccia solo perché è la merendina preferita dei bambini di cui quest’uomo dovrebbe occuparsi?

 

Mi dica, signor ministro. Ecco che entriamo nel vivo della conversazione, con queste parole dell’intervistatore, al quale, ci accorgiamo adesso, non abbiamo dato un nome, ma considerando che neanche al ministro glielo abbiamo dato, ci basterà così. Allora, mi dica, signor ministro, di cosa tratta il nuovo decalogo pubblicato dal nostro ministero della (d)istruzione che ci invidiano in tutto il mondo? È molto semplice, ha risposto il ministro, un po’ saccente diremmo, a guardarlo così, dal basso verso l’alto, perché è l’unica posizione concessa a chi spia un’intervista come stiamo facendo noi, è molto semplice, ha detto, la mia équipe e io ci siamo chiesti di cosa hanno bisogno i bambini nelle scuole per imparare a esprimersi come degli adulti e in che modo insegnare loro i rudimenti della comunicazione scritta, in un’epoca in cui il linguaggio telematico, oserei dire, o per essere ancora più precisi, social, ecco la parola, ce l’avevo qui sulla punta della lingua, ecco, in un momento del genere nella storia umana, come facciamo a dare delle linee guida? Non lo so, signor ministro, me lo stava dicendo lei. Certo, la mia era una domanda retorica. Allora ometta il punto interrogativo e usi una virgola. Ma stiamo parlando, ha risposto il signor ministro. Lo so, ha detto l’intervistatore, ma lei immagini che sta scrivendo, così parlerà meglio, se posso permettermi un suggerimento, ma ovviamente anche il mio suggerimento è retorico perché so bene che lei non ha di certo bisogno di consigli. Dicevo comunque che nel decalogo abbiamo elencato le dritte per diventare veri uomini. E le donne? Le donne cosa? Lei ha detto, veri uomini. Si fa per dire, è un’approssimazione grammaticale. Non crede che insegnare ad approssimare in grammatica possa indirettamente insegnare ad approssimare nella vita? No, ha risposto il signor ministro, la vita non ha nulla a che fare con la grammatica, che idee le vengono in mente, ed ecco infatti che nel decalogo di cui stiamo parlando non abbiamo parlato di grammatica. Di cosa parla il decalogo, se posso chiedere. Glielo spiego subito, anzitutto abbiamo pensato al futuro migliore per i nostri figli. Lei ha figli, signor ministro? Certo che no, non sono mica pazzo, in un paese disastrato come il nostro, ma questo non lo copi per favore, è stato uno sfogo passeggero. Non c’è problema, taglio da abbiamo pensato al futuro migliore per i nostri figli, e poi? Poi abbiamo fatto un primo elenco dei mestieri più interessanti, per i quali bisogna formare i giovani. Vale a dire? Ad esempio, influencer, youtuber, instagrammer, professional gamer. Mi scusi se la interrompo signor ministro, ma non ha fatto caso che tutti questi mestieri, chiamiamoli così, non hanno una definizione equivalente in italiano, ma possono solo essere tradotti con una perifrasi, e sono, a prova di ciò, un’invenzione della macchina statunitense? No, ma non mi interrompa, adesso le spiego il meglio, perché dopo aver individuato le professioni più remunerate ci siamo resi conto che non serve affatto studiare materie specifiche, specializzarsi nelle università, seguire lunghi corsi che quasi mai si portano a termine. Ecco, mi scusi ancora, ma le debbo dire, da laureato, che per portarli a termine, sapendo di entrare dopo in una realtà lavorativa come quella del nostro paese, ci vuole davvero molta, molta forza di volontà. Sì, sì, ora ascolti la conclusione perché qui c’è da lavorare e se non mi sbaglio mi aveva detto che doveva mantenersi in un paio di paginette anche lei. Più o meno, ma se i contenuti sono interessanti il caporedattore può chiudere un occhio. Insomma, per concludere, abbiamo diffuso attraverso le figure più seguite nell’editoria, nel giornalismo, e ovviamente nella televisione e nel web, una serie di istruzioni da seguire alla lettera, in modo che i ragazzi imparino il nuovo linguaggio senza rendersene conto e in breve tempo, al massimo un altro decennio, si inseriscano con successo in questo nuovo ambiente lavorativo, sollevando il mio dicastero da onerose spese di anno in anno più insostenibili per mantenere in piedi un sistema che andava a rotoli, ma non scriva neanche questo, per favore, scriva quello che le dico adesso, ovvero, che dappertutto i giovani hanno imparato a leggere a piccoli sorsi, ha capito, piccole frasi, piene di punti e di a capo, diciamo così, due o al massimo tre parole per riga, e le ripetono allo stesso modo anche quando scrivono e pubblicano libri, pensi un po’, persino quando con questi libri partecipano a premi prestigiosi. Sì, ho capito signor ministro, ora non rida in quel modo però, è offensivo. Come sarebbe, offensivo? come ti permetti? Non è per mancarle di rispetto, intendevo dire che lei in parole povere sta parlando di una destrutturazione del linguaggio per influenzare i lettori moderni, non solo i giovani, ma tutti i lettori, e diseducarli, insomma, è offensivo per quei poveretti che ancora credono nella bella letteratura, nella lettura che emozioni, che sia efficace, sì, come dice lei, ma che esprima anzitutto contenuti profondi nella speranza di risolvere i dilemmi tragicamente divertenti, o comicamente tragici se preferisce, dell’animo umano, perché l’animo umano non segue le mode, signor ministro, ma è immortale direi.

 

A quel punto, l’intervistatore si è accorto che il signor ministro aveva smesso di ascoltarlo perché c’erano sei messaggi vocali ai quali doveva rispondere con urgenza e si è alzato battendogli una mano sulla spalla. Una mano e una spalla che a noi ricordano altre mani e altre spalle, che si sono ripetute in tutte le epoche, mani di principi su spalle di vassalli, mani di dittatori su spalle di dissidenti, deboli e oppressori, idealisti e traditori, e, a questo punto ci sembra doveroso riferirlo, mani di caporedattori sulle spalle di giovani intervistatori che fuori dal giornale della libertà non troverebbero alcun impiego. E peccato che nel paese di cui stiamo parlando, i giornali come il suo non possono neanche permettersi di pagare uno stipendio. Se perciò ci fosse qualcuno tra i lettori che, mosso da uno slancio di compassione o di amore infruttuoso per la letteratura giudicata inutile dal signor ministro, ecco, qualcuno che volesse sostenere il giornale della libertà e i suoi dipendenti, ci può contattare all’indirizzo e-mail e invieremo subito le nostre coordinate bancarie.

Frank Iodice

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