Gordiano Lupi - Annie Vivanti, il vecchio orco e una figlia prodigio

Gordiano Lupi – Annie Vivanti, il vecchio orco e una figlia prodigio

 

Nasco a Norwood nel 1866 da madre tedesca – Anna Lindau, scrittrice -, e padre italiano – Anselmo Vivanti, esule mazziniano. Son britannica di nascita, Londra mi piace, ma l’amore per le lettere mi porta nella terra di mio padre, pure se dico e scrivo di non aver paese, che è mia tutta la terra. Ho 23 anni quando salgo le scale torinesi della casa editrice più importante, busso alla porta di Enrico Treves, uno gnomo, un tipo piccoletto dalla barba rada e gli occhi diffidenti, ma un gigante del mondo editoriale. Lui mi guarda torvo, vorrebbe farmi soggezione, ma non è ancor nato chi sia capace di cotanta cosa, io resto in piedi e gli consegno il frutto del mio ingegno, un manoscritto corredato d’un titolo pomposo e altisonante: Lirica. Treves sfoglia qualche pagina, sorride, poi alza gli occhi sconfortato: “Poesie, signorina? Poesie? E chi legge poesie al giorno d’oggi?”. Mi riprendo i miei fogli, lo saluto, lui mi vede un poco sconfortata e mi rincuora. “Non è mica per lei, signorina. È che per far leggere i versi d’una sconosciuta, servirebbe almeno la prefazione del Carducci!”. Treves me lo dice come sfida, una cosa assurda, un impossibile cimento, ma io raccolgo il guanto e penso per davvero di andare a Bologna dal Carducci. Bella non sono ma vitale sì, energica, determinata, convinta di fare la scrittrice, questo lo capisce anche quel gran poeta che davanti ai miei intrepidi occhi azzurri pare solo un vecchio orco. “Ai preti e alle donne è vietato far versi!” Mi dice, appena mi vede, forse per scoraggiarmi, per tastare il terreno, ma la mia convinzione è forte. Ho solo ventitre anni, lui cinquantacinque, finiamo per innamorarci, ma non dite che son stata con lui per la prefazione, per esser pubblicata, ché non è vero; pure quando finisce il vecchio orco resta nel mio cuore, presenza confortante, amico di mio marito, ospite della mia casa in Inghilterra. Certo, il nostro amore è piuttosto controverso, lui a scriver lettere, io a scappar via lontano, come farfalla svolazzante, da un fiore all’altro, pur sempre presente nella vita del vate del mio cuore. Fedele non sono, questo non posso dirlo, amo le donne e gli uomini, vivo tra Inghilterra e America, sposo un irlandese, scrivo in inglese romanzi che in Italia non piacciono a nessuno. Ma faccio adepte, le chiamano vivantine, son scrittrici popolari interessate a cose dell’amore e poco altro, pure se i miei romanzi non son così vuoti, men che mai immorali, come dicono i critici italiani. Il ricordo più bello dell’Italia resta la recensione del Carducci che con parole alte e svolazzanti scrive di me su Nuova antologia; apprezza Destino, Non sarà mai, Via, persino Sull’Atlantico, tutte le poesie d’amore che compongono Lirica edito da Treves. Non tutti la pensan come lui, sarà l’amore, forse la passione, ma se rileggo quelle poesie le trovo ancora belle, evanescenti, frutto d’un sogno antico, vissuto con gli occhi aperti, come un ricordo languido, distante. Lirica è il mio grande successo, grazie al mio orco, che pare burbero ma con me è parecchio buono, mi sopporta, mi corre appresso ovunque vada, pure troppo, al punto che di tanto in tanto bisogna che faccia perder le mie tracce. Il Carducci resta amico di famiglia, di mio marito, di mia figlia Vivien che sarà una grande violinista, dotata d’un talento surreale, da divoratore come scrivo nel romanzo che racconta come chi le stia vicino venga annientato dal suo grande valore. In Italia mi considerano donna da poco, una sorta di sciantosa, dopo aver pubblicato Marlon artista di caffè-concerto e aver rappresentato il dramma La rosa azzurra che non piace proprio. Ma nei romanzi successivi parlo di problemi veri, ne L’invasore e in Vae victis! racconto stupri nazisti sulle donne belghe, in Naja Tripudians parlo di corruzione, in Mea culpa di colonialismo. E ne I divoratori parlo di mia figlia, talento del violino inimitabile, ché nessuno può paragonare la bellezza sonora di quelle corde tese, i guizzi e le carezze del suo magico archetto. In Italia proprio non mi amano, anche se vado a vivere nella terra di mio padre dopo che mi separo da John Chartres; resto vittima delle leggi fasciste, obbligata a vivere ad Arezzo, ché per loro sono inglese, per fortuna interviene Mussolini. Seguo mia figlia Vivien, un gran talento come da bambina, adesso più affinato, incanta le platee d’ogni teatro, più dei miei drammi, più delle mie storie. Io vivo da Vecchia zitella, calma e intelligente, / Serena, rubiconda e senz’affanni … / La casa un po’ sossopra qualche volta. / Ma senza preti, gatti o canarini. Ha divorato anche il mio talento, povera bambina addolorata, che un giorno si suicida, non so perché, non ho avuto il tempo per capirlo, poco le son sopravvissuta, un anno appena. La mia tomba è Torino, dal 1942; una lapide con i versi del mio orco, parole che mi hanno affascinato: Batto alla chiusa imposta con un ramicello di fiori/ Glauchi ed azzurri come i tuoi occhi, o Annie. Vivo da ribelle, muoio cattolica, rimpiango mia figlia e il mio passato. Non vedo neppure la fine della guerra …

Gordiano Lupi

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