Gordiano Lupi - Attilio Bertolucci, poeta di Parma e del tempo perduto

Gordiano Lupi – Attilio Bertolucci, poeta di Parma e del tempo perduto

Nasco a San Prospero nel 1911, a pochi chilometri da Parma, pianura Padana che profuma d’Emilia, vicino alla casa dei nonni, a San Lazzaro, quinto figlio di ricchi borghesi che vengon dai campi. La mia giovinezza l’ho raccontata in versi nel mio libro più importante,La camera da letto, che ho impiegato quattro anni per scriverlo, ma c’è tutta la mia vita in forma di poesia. Figlio di proprietari, mio padre nato in montagna, a Casarola – quante volte ricordo in poesia quel luogo mitico d’infanzia! -, mia madre nella piana piacentina, verso i borghi del Verdi. Ho scritto tutto ne I giorni di un poeta, cercando di far piccola prosa, ché a me i romanzi non son mai venuti bene, soltanto rime, solo poesie, ho un progetto incompiuto nel cassetto sin dai tempi della scuola. Cresco ad Antognano, podere alle porte di Parma, con mio fratello Ugo e i genitori, un regno infantile, tra campi e giochi, immense pianure, distese di spazio che son tutte per me, poi le insolite palme, coperte d’inverno con un cappuccio per non farle soffrire. Don Attilio, mio padrino al battesimo, mi fa conoscer la poesia e l’endecasillabo, regalandomi una copia de La Gerusalemme Liberatadel Tasso, un verso che mi accompagna tutta la vita e che ritorna prepotente (libero da orpelli) ne La camera da letto. Il primo dolore della mia vita è dover abbandonare il regno dei miei giochi, il prato d’infanzia, per un collegio dove frequento la scuola elementare; mi rifaccio scoprendo Salgari e Verne, ilCorrierino dei piccoli, uscito da poco, nascosto sotto il guanciale per non farmi vedere, con un mozzicone di candela smorzato, ché tutto è proibito, testi non scolastici, fumetti, oltre al consumo della luce notturna. Salgari e la poesia sono i miei primi amori che non lascerò, sono un uomo fedele, persino noioso, attaccato alle tradizioni, ai miei luoghi, a quella famiglia lontana che tanto mi manca e per questo ne scrivo. Ho scritto poesia da sempre, avevo sette anni quando ho cominciato, dovessi dire il motivo non lo so davvero, so che è accaduto, non me ne lamento; il mio maestro – sostituiva mio padre nella lontananza – è il primo lettore di quei fogli in rima portati di nascosto come fossero volati nel vento e atterrati nella sua stanza. Il pudore per la poesia e la voglia di scrivere, la riservatezza e il voler far leggere le cose che scrivevo, ecco il duplice sentimento che accompagna la mia vita. E poi nasce il mio amore per Verdi tra Va pensieroe O Signor che dal tetto natio, cantati nelle camerate del collegio, molto più di Wagner che non capisco, non fa per me. Perdo un anno di scuola, ché mio nonno – Giovanni Rossetti – ha bisogno di compagnia per Salsomaggiore, in convalescenza, dove scopro il teatro dei burattini che guardo ogni pomeriggio. Torno a casa, finalmente, mio padre mi porta a Casarola, nell’antica magione degli avi, in quell’Appennino che andarci sembra un viaggio impossibile, tram a vapore e corriera, Langhirano, poi Monchio, infine Casarola che ci s’arriva a piedi lungo una mulattiera, un paese da fiaba, isolato dal mondo, chi ci viveva non aveva mai visto Parma, forse neppure Langhirano. A tredici anni scopro D’Annunzio e i Fiori del maledi Baudelaire, persino Whitman e le Foglie d’erba, Ibsen, Hawthorne, Maeterlinck, tradotti in economica da Sonzogno – bene o male chi può saperlo? – e poi i contemporanei come Papini, Pancrazi, Venturi … compro Ossi di seppiadi Montale, i primi due volumi della Ricerca(che scoperta!) scritti in francese, ma li divoro lo stesso, innamorandomi dei baci materni e dei biancospini. Il 1925 è l’anno dei miracoli, ché nella mia vita entra un professore come Cesare Zavattini, un padano dalla faccia quadrata, un antifascista che ci spiega di tutto ma non il latino, anticonformista come pochi, così come io sono uno scolaro atipico. Tra me e lui scocca la scintilla, la passione, lui apprezza i miei temi, io lo seguo nelle cose che insegna, m’innamoro sempre più della letteratura. Pietro Bianchi è un amico importante, di poco più grande, con cui condivido la passione per Baudelaire e Laforgue, per Ungaretti e Montale, soprattutto per un illeggibile e mondano scrittorefrancese, come dicono i nostri professori, che odiano Proust, che non lo capiscono. Tra tutte queste cose giunge inattesa la scoperta del cinema per merito di Pietro Bianchi che mi fa conoscere un linguaggio nuovo che sta passando dal muto al sonoro, al punto che siamo noi a convincere Zavattini di tanta forza espressiva, trascinandolo a vedere La febbre dell’oro, vera e propria folgorazione che cambierà la sua vita. Ulissedi Joyce, invece, in parte cambia la mia vita, una sorta di Odissea percorsa in un giorno interminabile lungo le strade d’una Dublino fantastica. Penso d’un tratto che si possa scrivere senza dover architettare una trama, che si possa dar via libera a un flusso di pensieri, senza costrizioni, vincoli o barriere. Auroradi Murnau, realismo fantastico e melodrammatico, quasi magico, è un’altra visione adolescenziale, a lungo attesa, per finire in una tempesta di ricordi, come un sogno sperato e vagheggiato che finalmente accade. Zavattini mi vuole alla Gazzetta di Parma, lui è redattore capo, io ho diciassette anni quando comincio a collaborare, nel tempo libero, per fare le prime esperienze di scrittura. Vado a caccia di sensazioni per le strade della mia Parma, ne incontro a bizzeffe ma non riesco mai a sistemarle in una storia di lungo respiro, ricado sempre nella poesia. Ho diciotto anni quando esce il mio primo libro di versi, Sirio, duecento copie stampate dall’amico Alessandro Minardi, pure lui esordiente come editore, un libro che forse non sento più mio, che non è maturo, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Leggo Eliot tradotto da Montale e mi ammalo di patofobia, ché poi mica sarebbe una vera malattia, quanto la paura d’esser malato, l’ansia sulla mia salute, che non mi abbandonerà mai e comincia col timore d’aver contratto la tbc. Le mie vacanze al mare sono in Toscana, a Forte dei Marmi, abitudine borghese che si ripete ogni anno e che mantengo fino al 1966, ricordi belli perché al mare nasce il mio amore per Ninetta Giovanardi, prima compagna di scuola, poi moglie per tutta la vita, madre dei miei figli. Che bella era Forte dei Marmi! Lontana dalle rotte abituali, era la spiaggia più elegante d’Europa, piena zeppa d’intellettuali, persino Thomas Mann, poi c’erano il jazz e la Capannina, i dischi di Armstrong e il grammofono. Forte dei Marmi era anticonformista come i giovani volevano che fosse, con le ragazze libere da calze e guanti, noi ragazzini borghesi con i pantaloni di tela, i piedi nudi, i sandali … finalmente libero e senza vestiti eleganti, tra viali fioriti e capanni a mare, pinete e salmastro, pensieri e sogni. Zavattini se ne va a Milano, purtroppo, ma ci scriviamo spesso, gli mando a leggere le mie poesie, che lui annota e commenta, mi dà consigli preziosi. Un errore della mia vita è l’iscrizione alla facoltà di legge, a Parma, nel 1931, non frequento mai e sostengo solo due esami, non fa per me; in compenso scrivo versi, ascolto jazz, vado spesso al cinema, mi lascio ispirare dal silenzio delle umide sere di Parma, tra le poche luci che filtrano dagli alberi e recano sentori di malinconia. Ninetta diventa la mia fidanzata ufficiale, abbiamo 23 anni, proprio quando mi ammalo di pleurite e mi curo nel mondo strano in cui ci si curava in quel tempo perché non diventasse tubercolosi. Endovenose di calcio, colazioni e pranzi abbondanti, cene leggere, poi tanto riposo, soprattutto a letto, spesso in poltrona, avvolto da vestaglie di lana, ma mi si stancano le spalle e le gambe, mi vengono forti dolori e allora è meglio il letto, anche se a vent’anni a letto c’è da morire di noia. Per fortuna mi permettono il vizio impunito della lettura: è il periodo della mia vita in cui scopro i gialli, mi leggo tutto quel che ha scritto Agatha Christie, ma anche Allingham, Van Dine, O Mason … Scrivo molto, come sempre poesie, penso anche a un romanzo, purtroppo resterà incompiuto per tutta la vita, fino al giorno in cui ne scriverò uno in versi, ma non è la stessa cosa, dicono gli intenditori. La sola cosa che resta del mio romanzo è un titolo, La sabbia nei sandali, da qualche parte ho nascosto uno schema di cosa scrivere nei dodici capitoli, poco altro, se non qualche titoletto dei singoli paragrafi, usato per le poesie, in seguito. Arrivo secondo ai Littoriali della Cultura, per fortuna rinuncio al primo premio – non sono fascista! -, lo vince l’amico Leonardo Sinisgalli, così va lui a far visita al duce, io non vado neppure in Grecia, presento un certificato medico e non approfitto del viaggio premio. Pubblico Fuochi in novembresempre per il mio amico editore Alessandro Minardi, mi leggono gente come Solmi e Montale, mica poco, poi ne scrivono, persino Gatto, Adriano Grande e Ungaretti (che mi voleva premiare ai Littoriali, no grazie). Mi vorrebbero a Roma per parlare del libro, per farlo conoscere, ma che ci faccio a Roma? No che non ci vado, a Roma, anzi me ne vado a Casarola con Ninetta e sua sorella Ninina, per una piccola vacanza tra i monti dell’Appennino. Basta con legge, intanto, finiamola con questa farsa! Nel 1935 mi iscrivo a lettere a Bologna, dove insegna il grande critico d’arte Roberto Longhi; qui non perdo una lezione, poi incontro Bassani, Arcangeli, Rinaldi, Giovannelli e Frassineti. Vedo Stravinskij dirigere Lo schiaccianoci, poi un suo concerto, per me e per Ninetta è un’esperienza fondamentale, sono estasiato da cotanto genio e poi leggo sul Carlinoche ama Verdi, che non sopporta Wagner.

Parma, la mia città che non vorrei lasciare, diventa un luogo di ritrovo di intellettuali e scrittori, un crocevia culturale, persino Ugo Guandalini da Modena trasferisce qui la casa editrice Guanda che ancora resiste. Sto bene a Parma, sia nella mia casa in affitto in via Pietro Giordani al numero 9, che nel podere di campagna, a Baccanelli. Ed è qui che aiuto Ninetta a scrivere la tesi su Catullo, pure lei si laurea in lettere, passo un’estate a leggere Catullo in latino e libri gialli per distendermi, finisco il lavoro che so tutto sul poeta e la mia ragazza si laurea bene, ma è molto dura. Fondiamo con Bianchi, critico di cinema, il Cineguf di Parma, fingo di occuparmi dei Littoriali, vado in vacanza a Roma, in realtà non faccio niente, sto solo a guardare e a pensare al viaggio di nozze con Ninetta, che c’è di buono trovo le poesie di Pound e leggo The Gipsy, un capolavoro. Muore mia madre, Maria Rossetti, proprio nel 1937, giovanissima, soltanto 47 anni, la meno egoista delle donne, scriverò ne La camera da letto. Un anno dopo mi laureo pure io, tesi su Mario Pratesi, subito dopo mi sposo con Ninetta, viviamo in via Giordani, insegniamo entrambi, io italiano e storia dell’arte al liceo, lei lettere in una scuola media. Divento molto amico di Vittorio Sereni che legge le mie prime raccolte di versi, conosco Mario Luzi che vive a Parma per due anni, da esiliato, professore di prima nomina, ma anche Enzo Biagi, Carlo Bo, Vigorelli, Traverso, De Robertis, che si contendono la scena nei migliori caffè letterari. La poesia resta la mia passione ed è con Ugo Guanda che fondiamo LaFenice, collana di poesia straniera in Italia, che dirigo, dove mi sbizzarrisco come traduttore, scelgo libri da editare e non ho neppure il tempo di pensare che in quella casa borghese sta nascendo una nuova impresa importante, duratura nel tempo. Tutto si svolge in casa Guanda, con Michin, la moglie di Guanda, che impacchetta i libri da spedire mentre accudisce i bambini, l’editore che attende alla selezione, alla cura editoriale, un pittore come Mattioli che s’inventa il simbolo della fenice nera e rossa. Il mio primo figlio, Bernando, nasce il 17 marzo del 1941, ed è una gioia immensa che dà luce alla mia vita, ma nello stesso anno muore mio fratello Ugo, peritonite perforata, terribile, improvvisa, non c’è niente da fare. Siamo in guerra, intanto, una maledetta guerra che non combatto per congeniti problemi di salute; scrivo poesia che parla d’altre cose, non ho fretta di trovare un editore, come vorrebbe Zavattini, ché voglio uscire con una raccolta importante, compiuta, dopo aver sistemato e limato con severità quel che produco. Siamo precari, questa nostra Italia martoriata da invasori, in guerra contro se stessa e contro gli altri; finiamo per rifugiarci a Casarola, tra il 1943 e il 1944, nella casa dei miei avi in abbandono, dove il maresciallo Kesserling sguinzaglia i suoi soldati per assassinare e bruciare vivi nelle case di montagna i nativi, sorte che tocca ai miei zii e che sarebbe potuta capitare anche a noi, ma per fortuna ci va bene. Muore tanta gente in questa maledetta guerra, partigiani che erano stati miei allievi, ragazzi tedeschi allevati nel culto del sangue e della vittoria si accaniscono su italiani inermi, assisto silenzioso a tanto terrore. Finisce anche questo periodo, per fortuna, restano povere poesie dedicate ai caduti, agli amici, ai parenti scomparsi, poi si riprende la vita, si scrive sulla Gazzetta diParma, si tenta di tradurre Hemingway per il Politecnico, penso di pubblicare le nuove poesie con Mondadori, ma non sono ancora pronto, son stanco di tutto, la guerra ha lasciato ferite insanabili nel mio corpo e nell’anima. Vorrei cambiar pelle come una biscia, ma non posso, devo restare me stesso, soprattutto devo continuare a scrivere la mia poesia. Nel 1947 nasce Giuseppe, il mio secondo figlio, in un’Italia libera, io lavoro a La capanna indiana, un poemetto, progetto una raccolta più lunga, sceneggio documentari, insomma mi do un gran da fare da quando la situazione culturale è migliorata. Vittorio Sereni scrive Lettera ad un’amicasulla rivista La luna su Parmaed è di me che parla quando dice che nella bella stagione possono vedermi in giro, al cinema e nei caffè, in bicicletta e a piedi … parla della mia salute cagionevole, dice che soffro di dolci manie, ma che racconto la mia città parecchio bene, che a lui è piaciuto averla amata grazie alle parole d’un poeta. Io intanto lavoro come un matto a La capanna indiana, scrivo articoli, seguo mostre, mi curo forti cefalee e reumatismi d’ogni tipo. Arte e cinema son parte della mia vita, proprio come i dolori che la tormentano, ma devo farci i conti, son cosa mia pure loro, cerco di non pensarci e – tra Paragonee Sequenze– faccio cose che amo, scrivo d’arte, raccolgo scritti d’autori sul cinema. Conosco Cesare Pavese, poco prima del suicidio, a Forte dei Marmi, parlava di tortellini alle erbe gustati a Parma, ma aveva già in mente di provare il gusto amaro dei barbiturici … Nel 1951 vado a vivere a Roma, da solo, in attesa che Ninetta ottenga il trasferimento e che mi raggiunga. Baccanelli mi dà tristezza e poi voglio provare a sradicarmi, ché le piante sradicate danno frutti migliori. Lavoro al liceo Virgilio, dove insegno arte, infine pubblico La capanna indianache vince il Viareggio, soprattutto piace a Pasolini; lui non solo ne scrive ma ne capisce il senso, comprende che parlo di nevrosi, mica faccio un idillio, le stagioni sono una metafora dell’esistenza non mera descrizione poetica. Assisto impassibile alla morte di Silvio D’Arzo, autore di Casa d’altri, uno dei pochi scrittori italiani non contaminati. Aveva 31 anni, non faccio in tempo a conoscerlo bene, si chiamava Ezio Comparoni e scriveva sotto pseudonimo, lo avevo visto due volte, c’eravamo scritti, poi, d’un tratto, è stato troppo tardi. Non mi resta che scrivere di lui, quel che so fare, in fondo. Il terzo canale Rai mi prende tanto tempo, mi occupo di poesia e di cinema, letteratura e gialli, persino di Proust. Alla fine ci trasferiamo tutti a Roma, in via Giacinto Carini, al numero 45, perché arrivano anche Bernardo e Giuseppe a farci compagnia. Il cinema sarà il mestiere dei miei figli, non il mio, pure se collaboro a Donne e soldati, nel 1953, un film di Malerba e Marchi con Ferreri attore. Scrivo solo una scena, dopo tutto, finisce che neppure la girano. Vinco un premio, grazie a Ungaretti, me ne sto un mese a Parigi, stipendiato dallo Stato, pure se non insegno. Parigi mi resta nel cuore, potrei viverci mesi ma la nostalgia dei bambini e di Ninetta mi cattura; intanto visito Illiers – Combray, vedo i lillà, i ciliegi, i peri e i meli in fiore, il biancospino, i luoghi di Proust e del mio amato Swann. Nessuna cittadina di provincia mi ha dato le emozioni di Illiers, a parte la mia Parma, ma quella è un’altra storia, un altro tipo di amore. È il 1954 quando divento consulente Garzanti, faccio di tutto per far entrare in scuderia Pier Paolo Pasolini, quando riesco a farlo incontrare con l’editore la cosa va in porto. Muore mio padre Bernardo, lo stesso anno, di angina pectoris, sarà il colpo più grande, difficile da accettare, dopo la morte di mia madre; mi ritrovo senza sponda su cui riparare, senza il sostegno che mi ha sempre dato, buono e comprensivo com’era, privo del mio riferimento. Muore anche un amico come Mario Colombi Guidotti, gli dedico i versi di All’improvviso ricordando, che in parte sono autobiografici, ed è questo insieme d’emozioni a darmi la voglia di andare avanti con il romanzo in versi. La camera da letto, ecco il titolo giusto, ci lavoro un’intera estate, mentre faccio un sacco di cose inutili per sopravvivere, dirigo persino la rivista dell’ENI che trasformo in bollettino culturale. Traduco poeti stranieri per Garzanti, ne faccio un’antologia, mentre Bernardo gira a Casarola il suo primo film amatoriale, in 16 millimetri, con il fratello Giuseppe e due cugine come protagonisti. Scrivo di Parma, non posso farne a meno, proprio per questo fondo Palatina– insieme a Tassi, Artoni, Squarcia, Cusatelli, Tonna, Conti e Lavagetto -, per avere una rivista letteraria che parta dalla mia città per cantarne la bellezza al mondo. Che posso farci? Questa è la mia vita, di questo amo parlare, della mia Parma, pure se ai lettori di fuori potrà sembrare eccessiva tanta passione per questa provincia agricola, che si dipana tra piazza Garibaldi e la periferia, per gente che discute di granaglie e vacche, lungo le strade d’una piccola capitale del passato dove trionfa l’arte del Parmigianino e il Correggio è soltanto uno straniero. L’ansia mi cattura, devo curarmi, dopo ch’è morto mio padre non sono più lo stesso, le crisi aumentano, i malanni (veri o presunti restano sofferti) mi fanno tribolare, poi a Roma non son più capace di scriver poesia, vorrei tanto essere a Baccanelli, veder volare le lucciole, perdermi nel giardino immenso della casa dei miei avi. Non solo ansia, purtroppo, sto molto male, soffro la malattia necessaria(ma terribile) che mi riporterà sui sentieri della scrittura, ma che mi costerà un ricovero in clinica, drastiche cure, persino un elettroshock. Il romanzo in versi prende forma, di questa cosa vado molto orgoglioso, mi fa piacere quando viene Bassani in clinica e mi porta via il primo capitolo, vergato sulle pagine d’un quaderno, per pubblicarlo su Paragone. Leggo Elsa Morante e L’isola di Arturo, mi piace molto, le scrivo una lunga lettera dove paragono la sua opera all’Elegia di Madonna Fiammetta del Boccaccio, proprio nei giorni in cui Pasolini viene a vivere nel mio stesso condominio, in via Carini. Il romanzo in versi procede, a fatica, ma procede, sono soltanto al settimo capitolo; se fossi a Casarola o a Baccanelli andrebbe più spedito, ma vivo a Roma, devo fare di necessità virtù, l’importante è non tradire me stesso. Primi anni Sessanta, collaboro con Moravia e Pasolini per gliScrittori della realtà, vedo pure il primo film di Bernardo, La commare secca, da un soggetto di Pasolini, a Venezia, per la Mostra del Cinema. Accadono tante cose, scrivo per Il Giorno, muore Palatina, dirigo L’Approdoin televisione e ci metto dentro Alla ricerca di Marcel Proust, un amore che mi tormenta per tutta la vita, girato a Illiers con una piccola troupe. Ma quel che più conta è il romanzo in versi, opera della mia vita, dove narro infanzia e giovinezza, il mio racconto esistenziale che prende forma e voglio proprio finirlo. La voglia di tornare alle radici è forte, compro una casa a Tellaro, dalle parti di Lerici, un piccolo appartamento che si affaccia sul golfo, mi serve come tappa intermedia tra Roma e Casarola, in una vita da pendolare che diventa sempre più folle. Il podere di Baccanelli, invece, lo vendo, non è più tempo di vivere in campagna, anche se un poco me ne pento, di tanto in tanto mi fermo sul retro a rivedere i luoghi della mia infanzia, a volte persino me lo sogno ed è un sogno ricorrente. Siamo nel 1971, esce Viaggio d’inverno, editore Garzanti, un libro strano che sento molto mio, una raccolta di versi che è come mettere i piedi su gradini sconnessi, ma adesso questa è la mia vita, devo accettarlo. Depressione e ansia son tristi compagne dei miei sessant’anni, mentre La capanna indianaraggiunge la terza edizione e io correggo il romanzo in versi, la sola cosa creativa che riesco a fare. Lutti che si susseguono ai lutti, arriva la morte d’un caro amico, ucciso non si sa come, a Ostia, in una notte atroce. Povero Pier Paolo, pochi giorni prima che accadesse avevamo bevuto insieme vini friulani e adesso devo piangerne la scomparsa, dolce poeta tormentato e libero, persino sostituirlo alla direzione di Nuovi Argomenticon Moravia e Siciliano. Qualche gioia me la dà mio figlio Bernardo con quel capolavoro di film che è Novecento, lo vedo a Cannes nel 1976, insieme a Ninetta, ma poco dopo muore il mio amico Pietro Bianchi e resto ancora più solo. Non mi può bastare scrivere per Repubblica, pubblicare Per leggere Proustin audiolibro, viaggiare a Londra per scoprire i luoghi che furono di Jane Austen e di Thomas Hardy, essere celebrato come autore di Sirio, ristampato per i cinquant’anni con prefazione inedita di Lagazzi. Scrivere a Sereni forse mi fa bene, resta uno dei pochi grandi amici rimasti, a lui confido la mia voglia di ultimare il romanzo in versi, l’opera della mia vita, costruita tra ansia e incostante voglia di fuga. Ma nel 1981 muore anche lui e a che mi servono il premio alla carriera, il Vann’Antò, oppure il Martina Franca, le lauree ad honorem, le celebrazioni, lo scrittore dell’anno, se son sempre più solo? La camera da letto esce per Garzanti, un libro alla volta, mentre mi operano d’ulcera e prendo il premio Penna d’oro dal Presidente del Consiglio in persona, quindi pure il Viareggio, grazie al romanzo in versi. Muore Zavattini e io ho quasi ottant’anni, non so più a chi scrivere, mi mancano gli amici e i ricordi; viaggio in aereo a Parigi dove vedo Il tè nel desertodi mio figlio e scrivo una poesia per Sereni, finalmente, ché dovevo farlo da tempo ma non trovavo le parole. Scrivo e raccolgo piccole prose, Aritmie, ancora poesia con Verso le sorgenti del Cinghio, vinco il Mondello, leggo in tv La camera daletto, vinco il Flaiano, escono le lettere con Sereni, simbolo fin dal titolo d’una lunga amicizia. La morte arriva nel 2000, non mi permette di compier novant’anni, per fortuna ho con me Ninetta e i figli, posso dar loro un ultimo saluto, muto e incompreso; la mia città m’intesterà il liceo scientifico undici anni dopo, nel centenario del giorno che son nato. Han fatto bene, penso, ché io in vita solo di Parma ho parlato, dei boschi, dei monti dell’Appennino, delle campagne in fiore, della città, di piazza Garibaldi, del mercato. E La camera da lettoresta il mio capolavoro, la mia storia, il ricordo proustiano del mio tempo perduto.

Gordiano Lupi

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