Gordiano Lupi - Giovanni Pascoli, il poeta fanciullo

Gordiano Lupi – Giovanni Pascoli, il poeta fanciullo

Son nato vent’anni dopo il Carducci – un maestro, un vero maestro! – ma ho anticipato il D’Annunzio di sei e con lui non son mai andato d’accordo, tanto diversi eravamo. Be’ pure il Carducci con me non aveva granché da spartire, con tutti gli ardori di patria, le Odi Barbare dal tono marziale, ma qualcosa in comune avevamo. Pianto antico, per dire. E pure D’Annunzio, via, scrisse il Poema paradisiaco che tanto lontano da me non lo era, quel Vieni, adiamo, torna il diletto figlio … avrei voluto scriverlo in qualche mia raccolta. Sono stato il poeta delle piccole cose, ho aspettato la maturità per esordire, non ero un ragazzo prodigio come i miei due grandi contemporanei che pubblicarono tra i sedici e i vent’anni il primo libro. Myricae esce che ho trentacinque anni, età in cui scrivono poesia solo i poeti e gli imbecilli, a buon diritto credo di stare nella prima categoria, è la storia a dirlo. Sarò stato tardivo, ma poeta son stato tutta la vita, ché vivere mi è servito a scrivere, maturando le cose da dire in silenzio angoscioso. La mia vita è una strada cosparsa di lutti, un languido camposanto dove ho colto fiori e dispensato ricordi, partendo da mia madre, mia sorella Margherita, soprattutto mio padre assassinato e mio fratello Luigi ucciso dalla meningite. Sono un poeta che geme, che rivive il passato e rimpiange, so che a molti non piaccio, ma come dice Gozzano mi sarebbe potuta andar peggio, sarei potuto nascere gabrieldannunziano. Che posso farci se il mio dolore parte dalle piccole cose per diventare cosmico, è il male di vivere in fondo, non volevo certo compiacermi delle mie sventure e trasformarle in tema letterario. No, cari critici, personaggi austeri, militanti severi, non avete capito niente della mia poesia, ché dal mio dolore sgorgano parole che si rivolgono al mondo, non posso farci niente se il poeta che è in me non dimentica l’uomo. Sono sempre stato autentico nel mio dolore, non ho mai scritto poesia costruita, pur facendo attenzione a metrica e verso, migliorando musica e struttura. E dopo Myricae scrivo i Primi e i Nuovi Poemetti, soprattutto i Canti di Castelvecchio, il mio lavoro più compiuto dove non mi limito a ricordare i morti della mia vita, le persone che mi hanno lasciato, ma rievoco i miti dell’infanzia e un passato campestre, mi rifugio nel mio cantuccio d’ombra romita dove voglio piangere sulla mia vita. Non posso farci niente se godo delle piccole cose e non fremo per le grandi, se riesco a concentrare la mia ribellione sul corso d’un ruscello, nel volo d’un moscone, nel cadere d’una foglia. La realtà non mi piace, il rifugio campestre dal quale sento il suono delle campane, dove il suon dell’ore viene col vento dal non veduto borgo montano è la sola ribellione di cui son capace, il mio unico impeto socialista. Sono un uomo immerso nella natura e nei ricordi, vivo assorto in un nido di inafferrabili beatitudini. E quando si fa sera le campane mi dicono Dormi!, mi cantano Dormi!, mi sussurrano Dormi! Non imito la natura, vivo di lei e per lei, immerso in essa, la riproduco in poesia, anche se a volte mi lascio andare ad anatemi contro il mondo, a filosofie impossibili che non sono parte di me, so bene che il mio scrivere è contemplazione di piccole cose, siano l’ape, lo stelo, le foglie d’un mondo campestre, rumori e ricordi. Se questo significa decadentismo lo sono, che c’è di male? Certo che in me gli entusiasmi ideologici non son più tali, non son certo un romantico, non ho mai detto che con la poesia si fan rivoluzioni, si possano coinvolgere masse e favorire cambiamenti sociali. Non son neppure retorico come D’Annunzio e Carducci, a parte pochi casi di poesia minore, come i Poemi del Risorgimento e le Canzoni di Re Ezio che non ha letto nessuno. Non son io quel poeta, non so neppure perché ho scritto cose simili, preso da un ardore patriottico mi sentivo in dovere di celebrare i fasti dell’Italia monarchica. Si dovrebbe scrivere soltanto quel che viene dal cuore, ricordatelo bene se avete intenzione di scrivere, non correte dietro alle mode e ai miti del momento, non vi fate prender per mano dai potenti, ché la strada del verso è solo vostra. Ho scritto poesie in latino e ho vinto medaglie d’oro, le ho vendute per denaro, preso dal bisogno venale, pure Poemi Conviviali che parlano d’un mondo lontano, un mondo tutto mio, un rifugio, un mondo da professore di lettere classiche, erede del Carducci.

La mia poesia sta tutta in una cosa che ho scritto a puntate per poi raccoglierla in un opuscolo, ché se volete davvero capire quel che ho scritto, leggetela, si chiama Il Fanciullino, una delle mie poche prose che contano, il perché più intimo del mio essere poeta, il racconto della scoperta di ciò che mi spinge a scrivere. Dentro di noi vive un fanciullino, un fanciullo eterno che tutto vede con meraviglia come se fosse la prima volta, il poeta ascolta sempre quel fanciullo, con lui ha un dialogo intenso, scrive con le sue parole, con i suoi ricordi, tendendo in ogni istante a ricomporsi in quella natura della sua infanzia che l’ha prodotto.

E io che son romagnolo di San Mauro, forlivese figlio di Caterina e Ruggero, nato in una tenuta, in mezzo ad alberi e campi profumati, aduso a sentir da bimbo il sapore degli alberi da frutto e il cangiar delle stagioni al cangiar del vento, vivo del mio passato a ogni istante, mi lascio catturare dal fanciullino che in me sorride, gli do via libera, lo faccio cantare a piena gola. Urbino ventosa è il mio collegio dove vedo morire un amico d’un male antico e sottile, misterioso, ma ancor più mi coglie di sorpresa la morte di mio padre, assassinato, e non si è mai saputo chi sia stato, forse soltanto la cavalla che l’ha riportato conosce il nome ma non può parlare. Mamma mi lascia, mi lascia Margherita, restano Ida insieme con Maria, sorelle con cui passo la mia vita. Studio lettere, passione e mio mestiere, mi metton dentro perché son socialista, muore Giacomo e adesso son più solo, grazie al Carducci finisco di studiare, poi comincia il mio peregrinare. Matera, Massa, Livorno e via andare, licei di provincia e poetare, con pochi soldi in tasca e le medaglie che vinco nei concorsi letterari diventan soldi che servon per campare. Va un po’ meglio quando riesco a insegnare negli atenei italiani, prima Bologna, poi laggiù a Messina, quindi a Pisa, poi ancora Bologna, dove prendo il posto del Carducci. Ne sarò degno? Io credo di sì, ma non mi piacciono tutte queste ciarle, non amo i confronti, men che mai D’Annunzio che vorrebbe prendere quel posto. Per poco non mi metto da una parte, per poco non mi escludo io da solo, ché avrei dovuto esser solo io l’erede del Maestro, solo io … E in fondo quel che conta è che lo sono, so per certo che lui avrebbe voluto, anche se poi scrivo delle cose che profumano troppo di Carducci, odi e inni, poemi italici e discorsi sulla sacrosanta guerra in Libia. Non son da me, lo so, io sono il poeta che il giorno dei morti vede la madre ergersi nel campo e il fratello che piange, stretto in un abbraccio, io sono il poeta che pensa al padre morto in un agguato e alle campane del borgo solatio che ricordano l’incedere del tempo.  La morte arriva presto e li rivedo.

Gordiano Lupi

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