Gordiano Lupi - Raffaello, tra sesso e pittura

Gordiano Lupi – Raffaello, tra sesso e pittura

Son figlio d’arte, ché mio padre era pittore alla corte dei Montefeltro, in quel di Urbino, dove nacqui, tra scrittori e poeti, artigiani e ingegneri, architetti e orafi, insomma tra gente che rende la vita d’un uomo degna d’esser vissuta, i protagonisti del Cortigiano di messer Castiglione. Volevo fare il pittore sin da bambino, ché vedere il babbo con il pennello in mano ritrarre signori e affrescare palazzi mi riempiva di gioia, di voglia di fare le solite cose, magari meglio. E la scuola, in fondo, a cosa serviva? Perdita di tempo, una noia mortale, stare ad ascoltare discorsi, a far di conto, a scrivere. Io volevo soltanto dipingere, proprio come mio padre. Purtroppo la vita ci mette lo zampino quando meno te l’aspetti, ti porta via il solo maestro di cui avresti bisogno, quello che segui e ascolti, l’unico che possa insegnarti la pittura. Ho solo undici anni e siamo alle soglie del 1500 quando muore babbo Giovanni, per fortuna son già parecchio bravo, vado a vivere dagli zii, incontro Timoteo Viti, il primo vero maestro, subito dopo babbo, s’intende.

A diciassette anni mi trasferisco a Perugia, entro a bottega da Pietro Vannucci, il Perugino, comincio a sentir parlare di Leonardo e Michelangelo, due pezzi da novanta, ma il maestro non è da meno e in tre anni sotto la sua guida apprendo un sacco di cose. Poi basta imparare, ché son già parecchio bravo si vede dal Palazzo del Cambio che decoro col maestro, qualcuno se n’accorge, cominciano ad arrivare clienti importanti. Dipingere è un’arte, chiaro, ma l’arte non puoi regalarla alla gente, si deve campare, è una fortuna farlo con una tua dote. E ci campo bene, per giunta. Fioccano ducati per dipingere chiese e monasteri, si fanno avanti enti e privati, mi chiedono ritratti, il mio segno distintivo come autore, al punto che ne faccio uno di me stesso, bello come son sempre stato, lineamenti soavi, occhi grandi, naso importante, bocca carnosa, lunghi capelli bruni che scendon sulle spalle, anelli nelle dita affusolate, abiti eleganti. Non son mica un narciso – forse un pochetto – il fatto è che piaccio.

E la vita mica è solo pittura, ci son le donne, per fortuna, che nei momenti liberi riempiono stanze e letti, si danno il cambio, si contendono il membro sempre eretto del più grande pittore dell’Italia intera. Modesto non sono, presentatemi un artista modesto e dirò che avete fatto l’impossibile, pure Leonardo mica scherza con la boria e Michelangelo, poi, che Dio ci liberi! Conosco il Pinturicchio, bravo ragazzo, giovane come me, lavoro a Siena accanto a lui, dipingo i cartoni del Duomo per la biblioteca. Firenze la conosco che ho vent’anni, qui scopro i maestri del passato, specie Masaccio, incontro pittori, qualche mestierante, ma soprattutto vedo donne, ché in città la scelta è tanta e io le dipingo tutte, dopo averle amate, finiscono nei miei quadri più importanti: La bella giardiniera, La deposizione e le mie Madonne, siano del Cardellino, del Prato o del Granduca. Roma m’attende, ormai sono famoso, mi vuole Giulio II che fa il Papa, sono un giovanotto bello e radioso nei miei venticinque anni, dipingo le sale del Vaticano, rivaleggio col Buonarroti che affresca la Sistina, soprattutto mi do da fare a letto, ché se a Firenze le donne erano tante, Roma in compenso pullula, son tutte disponibili, fanno a gara a scoparsi un bel pittore. Come sto bene a Roma, città ideale, gente ricca che paga per affreschi, donne di facili costumi, prosperose, un po’ abbondanti, come piacciono a me che son gaudente. Giulio rompe un po’ le balle, ma basta accontentarlo nel lavoro, del resto non si cura, sono affari miei con chi passo le notti e i pomeriggi, basta che l’opera non rallenti. E sono anche veloce, chi l’ha detto che un artista deve impiegare tanto tempo, affresco una parete intera in pochi giorni, comincio la Stanza della Segnatura, poi vado avanti, rapido come il vento, verso la Stanza di Eliodoro e la cacciata dal tempio. Va da sé che non fo tutto da solo, il Papa assume Giulio Romano e il mio amico Penni, saranno accanto a me fino alla fine, certe tele – mi duole dirlo adesso – le ho solo abbozzate, finire la han finite loro. Ho fatto tante cose in poco tempo, come facevo a far tutto da solo? La gente mi vuole, un quadro mio, un affresco, valgon ducati, costan sacchi d’oro, e io dipingo, questo so fare, non sono un letterato, un uomo saggio, tengo il pennello in mano e poi lavoro.

Leone X succede a Papa Giulio e mi va bene ché prima c’era solo il Buonarroti, adesso invece sono io il migliore, quello che il nuovo Papa preferisce, abbiam gli stessi gusti, ci piace mangiar bene, vestir bene, amiamo il bello, io pure le donne, il Papa no, ma questo non è un problema, come non ci divide la cultura che mi manca. E allora affresco e scopo, come sempre nella mia breve vita, non mi son fatto mai mancare niente. A Villa Tiberina porto con me l’amante – scusate, non ricordo il nome! Ho perso il conto … – e tra un affresco e l’altro mi do da fare, insomma, mi rilasso. Cosa ci posso fare? Lavoro meglio e chi paga lo sa. Son ricco e famoso, vivo in un palazzo, in mezzo ai servi e a tutto ciò ch’è bello, va da sé che sfamo tanta gente, scrocconi e adulatori, donne appariscenti. Vivo il bel mondo, la corte pontificia, mangio col Papa, banchetto coi patrizi, lavoro per ricconi e cardinali, dipingo di tutto, magari faccio fare poi metto la firma, ma è pur sempre un Raffaello. Ma angeli e sibille di Santa Maria della Pace son tutta roba mia, non transigo, che non vi senta dire che sono opere del Penni, mi pagarono bene anche per questo.

Trent’anni e una gran fama, combatto col pennello il Buonarroti, dipingo arazzi per la sua Sistina, abbozzo il Vecchio Testamento e pure il Nuovo nelle logge vaticane, faccio cartoni da spedire in Francia, pale d’altare che butto giù d’incanto, poi le finiranno, ché mica sono un misero artigiano, una mia idea vale più di tutto il resto. Ecco, una cosa mi rattrista, non finire un dipinto per la cattedrale di Narbonne, resta un disegno stupendo, forse l’ultimo, che scaturì d’istinto dal pennello. Mi uccisero le donne, cari miei, ché ne facevo troppe, non mi sapevo mica contenere. La Fornarina mise fuoco in eccesso, mi fiaccò gli ardori, tornai a casa che avevo una gran febbre, ai medici non dissi di tutti gli stravizi, che non serviva a niente cavar sangue, anzi era un errore. Fu così che mi sentii mancare, debilitato e affranto, le forze mi volaron via dal corpo e lo compresi, sì che chiamai tutti i miei assistenti e le persone amate, per dividere tra loro i miei averi. Son morto lo stesso giorno che son nato, il Venerdì Santo del 1520, avevo 37 anni, quante ne ho fatte ma quante avrei potuto ancora farne, con tutti i miei pennelli, non solo quelli che servono a pitturare …

Il funerale fu proprio tanto bello. Peccato non esser potuto andare, ero il protagonista principale. Organizzazione pontificia, centinaia di donne, quelle della mia vita, le donne amate, ma pure quelle che avrebbero voluto e non ebbi il tempo, eran così tante che non si potea passare. Ille hic est Raphael, disse il Bembo, e mi misero nel Pantheon; son vissuto poco, questo è vero, ma vissi d’arte e vissi da signore, ricco e famoso, bello e potente. Michelangelo e Leonardo morivano d’invidia, io lavoravo, dipingevo tanto, non tutto quel che ho fatto è sopraffino, non tutto è solamente mio, ma dove si vede la mano dell’artista vale la pena dir l’ho fatto io!

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