Luca Palmarini - Il mercato di Ponterosso e l’epopea dei “jeansinari”

Luca Palmarini – Il mercato di Ponterosso e l’epopea dei “jeansinari”

Il primo articolo di Pianeta Est – rubrica curata da Luca Palmarini e da Fabio Izzo che presenterà tematiche riguardanti la storia, la cultura, la produzione letteraria (e non solo) dei paesi una volta oltre cortina- inizia con il ricordo di un luogo simbolo della guerra fredda, espressione di un mondo che non esiste più. Questa zona, per i popoli della dissolta Jugoslavia, era la porta per l’occidente, la finestra sul capitalismo, una boccata di benessere dell’ovest: piazza Ponterosso a Trieste.

Dopo gli anni del limbo in cui fu città libera, il 1954 segnò per Trieste il ritorno all’Italia, ma mentre in città si assisteva a un tripudio di bandiere, nel resto del paese e soprattutto in parlamento regnava una certa cautela. Il motivo era forse la mai sopita speranza di ricevere indietro anche la zona B. La situazione rimaneva di grande incertezza e instabilità. Proprio l’insicurezza sarà un concetto che per tutto il XX secolo accompagnerà i triestini durante la loro esistenza.

I successivi accordi di Udine portano alcuni vantaggi alle popolazioni di confine. Si ottiene ad esempio un lasciapassare che permette loro di recarsi “dall’altra parte”. Trieste non è ancora una città ricca, allora si pensa di andare in “Yugo” per comprare la carne, le sigarette o la benzina. Si instaura così una sorta di fratellanza: noi vi permettiamo di esportare questo e quello, voi ci permettete di importare questo e quello. Così, sempre più italiani vanno a fare il pieno oltreconfine, tornando con carne e burro a buon mercato, ma è dall’altra parte che le cose cambiano in modo ancor più spettacolare: in quel di Trieste ha infatti inizio una pacifica invasione di clienti provenienti dai Balcani. Gli jugoslavi si recano nelle zone di confine del Friuli Venezia Giulia, iniziando così a comprare vestiti, oro, caffè, detersivi, utensili, ricambi per auto, pasta e persino bambole. Il mercato triestino si allarga a macchia d’olio, iniziando da Ponterosso, poi in piazza Libertà e estendendosi anche al borgo Teresiano. Inizia così l’epopea dei “jeansinari”; il tessuto blu Genova diventa il simbolo di questa brama di prodotti dell’occidente; le persone si provano i vestiti sotto il portico di Sant’Antonio che diventa così un grande camerino. Gli autobus che portano i clienti a Trieste hanno la stella rossa sulla targa, all’interno vi siedono soprattutto croati e sloveni, ma nel giro di pochi anni il fenomeno arriverà a riguardare tutti i popoli della Jugoslavia, senza conoscere periodi di bassa stagione. I giorni di punta erano il giovedì e il sabato, nonché il ponte della festa della Repubblica Jugoslava che cadeva il 29 novembre.

foto da QCode Magazine

Una signora triestina, ai tempi venditrice di capi di abbigliamento, mi dice che era molto divertita da quel gran casino che aveva luogo nel week-end: “mi ricordo che avevo un piccolo dizionario di italiano-serbocroato e provavo a creare qualche frase con un’improbabile sintassi. Mi piaceva provare a parlare in quella lingua dura, era per me qualcosa di esotico. I miei tentativi divertivano anche i miei clienti jugoslavi che mi sorridevano benevolmente e soprattutto pagavano. Fu così per anni, poi improvvisamente arrivò il crollo della Jugoslavia e, come d’incanto, quel girone dantesco di anime alla ricerca di un bene materiale sparì, come sparirono le tende con i jeans e le scatole vuote dei collant ai bordi della piazza. Trieste c’è ancora, quello conta, ma il ricordo di quel bel periodo mi reca un po’ di malinconia. Mi mancano quei giorni”. Trieste, come il resto d’Italia, visse il boom economico che qui, proprio grazie al mercato jugoslavo, continuò anche negli anni Settanta, dove la crisi petrolifera portò all’austerity il Belpaese.

Il fenomeno di Ponterosso ce lo racconta anche il popolo del web. Ad esempio, Fiora in un forum scrive che i negozianti chiudevano la porta per regolare la ressa dei potenziali clienti; si ricorda di come gli “Yugo” tenessero in mano mazzette di dinari (mille lire allora valevano duemila dinari) legate da un elastico, mentre sulle bancarelle spopolavano i Levi’s, spesso contraffatti, e le bambole con gli occhioni spalancati. Dappertutto era un trionfo di scatoloni abbandonati, dopo che i prodotti ne erano stati estratti e ben nascosti negli zaini o sotto le gonne. Altri anziani triestini mi raccontano di aver visto persone che si erano infilate quattro o cinque paia di jeans uno sull’altro, o di donne montenegrine che facevano lo stesso, indossando diverse paia di collant. Poi si faceva la spola per portare gli acquisti in Jugoslavia.

Fiora aggiunge che spesso i triestini si lamentavano delle montagne di rifiuti rimaste dopo questa pacifica invasione, ma penso che oggi queste orde di simpatici balcanici molti li rimpiangano.

foto da Il Piccolo

In quegli anni il Borgo Teresiano subì una vera e propria metamorfosi: sparirono negozi di artigianato, di mobili, trattorie e altri, per far spazio a boutique di abbigliamento, soprattutto le jeanserie. Gli jugoslavi venivano informati del mercato già al loro ingresso in Italia, dove ricevevano volantini riguardanti i negozi pronti a soddisfare le loro richieste. Il fenomeno fu di così tale portata da cambiare persino la struttura organizzativa della città: in  virtù delle numerose bancarelle presenti in pianta stabile, la zona dai due lati del canale venne dichiarata isola pedonale.

Spesso gli jugoslavi, dopo aver passato il confine, continuavano i loro viaggi, arrivando a trasportare i jeans nelle confinanti Bulgaria e Romania. Si trattava quindi di un commercio in vasta scala. Tra originali e contraffazioni si parla di una cifra (approssimativa) di 8 milioni di capi all’anno.

Molti triestini criticavano questo stato di cose, affermando che Trieste aveva ormai perso il proprio volto ed era ridotta a una sbiadita copia di Portobello. Altri, invece, mi raccontano di come ci fosse da fare una barca di soldi: “Ci guadagnavamo tutti – racconta Milena – il commercio fioriva. Spesso al mercato si aggiravano personaggi veramente strani, tra rom vestiti in modo esotico e punk venuti direttamente da Belgrado. Il primo segnale di stop arrivò soltanto tra l’80 e l’81 con la morte di Tito. Infatti, il governo jugoslavo aveva posto dei limiti all’esportazione della propria valuta. Allora il flusso di Yugo diminuì sensibilmente, per riprendere verso la fine degli anni 80 e poi chiudersi definitivamente con l’inizio della guerra, nel 1991”.

A proposito dei tristi anni della guerra, dall’altra parte del confine (o meglio “dei confini”) Milan narra di come per molti abitanti di Sarajevo il mercato di Ponterosso fosse un simbolo prima, ma anche durante la guerra che sconvolse la ex Jugoslavia. “Al principio si andava spesso in autobus dalla Bosnia a Trieste a comprare la merce che da noi non c’era. Partivamo in gruppi di cinque, sei anche dieci persone e sull’autobus conoscevamo altri che avevano gli stessi nostri interessi: comprare vestiti occidentali, soprattutto i jeans. Durante la guerra Sarajevo divenne la città simbolo del martirio di tutte le genti jugoslave. La popolazione assediata aveva bisogno di generi di prima necessità come medicinali, cibo, bevande e carburante. In città si riusciva ad arrivare tramite un corridoio che sbucava ai piedi del monte Igman. Proprio davanti all’uscita del tunnel alcuni abitanti di Sarajevo allestirono un mercatino veramente povero, ma, considerato il momento, per chi come me si trovava là sembrava davvero una fiera di paese. Il mercato nero venne battezzato proprio Ponterosso”.

La speranza era ancora viva negli abitanti della città assediata i quali fecero di questo luogo la metafora dell’esistenza di un mondo lontano dalla sofferenza che stavano patendo, di un luogo di benessere e di piaceri materiali per anni rappresentato proprio da Ponterosso, vetrina dell’occidente. Il mito di Trieste e Ponterosso, dunque, continuò anche in quei terribili anni. Se in tutta la ex Jugoslavia si chiede alle persone che quel momento lo hanno vissuto, non si può non notare una certa malinconia nei loro occhi. Una realtà forse triste, ma per loro un attimo di gioia, una speranza in un futuro migliore. Alcuni jugoslavi hanno persino dedicato alcuni versi o canzoni a quel magico bazar che era piazza Ponterosso.

Oggi il ricordo, per non essere perduto, si fa itinerante: il progetto di una mostra ideata da Wendy D’Ercole (figlia di un negoziante), assieme a Massimiliano Schiozzi, dopo il successo riscosso a Trieste, ha visto successive edizioni a Pola (Croazia) e a Novi Sad (Serbia) per continuare in altre località della ex Jugoslavia. Ispirato da queste documentazioni fotografiche, Alessio Bozzer ha realizzato il documentario Trieste -Jugoslavia che, attraverso testimonianze e ricordi di una quarantina di cittadini del dissolto stato, vuole ricostruire il mosaico che componevano la Jugoslavia e Trieste in quel di Ponterosso.

L’epoca d’oro è lontana, ma c’è sempre chi la ricorda ancora molto bene e con una certa nostalgia.

https://www.youtube.com/watch?v=aANq9xqqrdA

https://www.youtube.com/watch?v=PUU95aZLnQs

Luca Palmarini

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