Fabio Marangoni - "It follows"

Fabio Marangoni – “It follows”


Chi siamo, da dove veniamo…

Facciamo le cose per bene, cominciamo dall’inizio, dalla presentazione.

Non la mia, bensì di questo spazio. Ho pensato parecchio prima di dargli un nome – ci tenevo lo avesse, siamo un giornale serio! – finché non sono giunto a quello che vedete sopra, ma prima, i candidati erano molto più rustici e anche banali: cantina, ripostiglio, soffitta… no, non è un annuncio immobiliare, volevo dare l’idea fisica di un posto dove si mettono quelle cose di cui non ci vogliamo sbarazzare perché, “prima o poi”, si sa, tornano utili, di quel caro vecchiume che in fondo è sempre pronto a tornare, e a ritornare, al quale siamo affezionati, nostalgicamente, ma che non possiamo tenere troppo vicino a noi così lo inscatoliamo, ben chiuso, che non scappi via, e poi… ci dimentichiamo dov’è.

Così spesso vale per i ricordi e le emozioni suscitati da un film, un libro, una canzone, positive o negative, purché lascino un segno, una traccia, un solco, ed è già molto.

In questa camera delle meraviglie mi voglio occupare principalmente di cinema, in particolare horror, giallo, fantascienza dimenticato ma non da dimenticare, di quei b-movies che tutti abbiamo visto in televisione nel cuore della notte, io li cerco con il lanternino, facendo una premessa: non sono un esperto né un critico cinematografico, ma un appassionato sì, mastico film da quando ho dieci anni, sono passato delle vhs del videonoleggio allo streaming, in mezzo di tutto un po’, godetevi quindi il resto senza aspettarvi supercazzole, spoiler e neanche trame dettagliate che rovinano la visione, ma pochi e diretti spunti di riflessione e godimento.

Per suggerimenti, commenti, proposte (non indecenti) potete scrivere alla redazione.

Contrariamente a quanto detto poc’anzi, apro questa rassegna parlando di una pellicola recente che aspira già al ruolo di “classico moderno”, di titolo importante oltre il genere, cioè di “It Follows” scritto, diretto e anche prodotto da David Robert Mitchell, al suo secondo film, sconosciuto al mondo prima dell’exploit di critica e pubblico ottenuti con un lavoro indipendente, un low budget, come spesso accade per i quasi esordienti e come succedeva anche da noi per quelli pure affermati, dovendo fare di necessità virtù.

E il giovanotto ci riesce. Ora, io non grido facile al capolavoro e nemmeno lo relego a film per adolescenti come ho letto in rete, certo è che ha saputo fare quello che non si fa quasi più: scrivere una storia che funziona in primis sulla carta, dove non ci sono effetti speciali, scenografie grandiose e nomi importanti sulla locandina, una sceneggiatura non dal ritmo frenetico ma carica di attesa, di lasciato in sospeso, di volutamente non spiegato.

E in “It Follows” non c’è niente di eclatante: c’è la provincia americana, le casette unifamiliari col giardino tutte uguali, un gruppo di adolescenti, la scuola, il cinema e… il sesso. E il mostro.

Che c’è, ma non si vede. O meglio appare sporadicamente nelle sembianze (dis)umane che inseguono la malcapitata, personaggi che non desterebbero inquietudine se non ci fosse una carica di attesa, di suggerito incombente a monte: fa più paura l’immaginato, il sospetto continuo di qualcosa che ti segue e presto ti raggiunge ovunque, è la fuori nella notte, in attesa dietro le tendine della finestra, di una porta, piuttosto dello scontato killer mascherato che non muore mai.

Il tutto sottolineato da uno score musicale di sintetizzatori, che sommati alle inquadrature di vialetti autunnali in campi lunghi, allo stile sobrio – non c’è una goccia di sangue se non nei primissimi minuti – trasuda John Carpenter da tutti i pori, “Halloween” su tutti, ma se chiudete gli occhi quando la comitiva si sposta sulla vecchia familiare sembra un momento di “Distretto 13”.

Ecco perché al tipico consumatore di horror e popcorn non è piaciuto, sobrietà e scrittura non vanno d’accordo con frenesia e stordimento a tutti i costi per coprire la mancanza di idee di tanto cinema che arriva nelle sale.

Perché questo piccolo grande film è arrivato anche nelle sale, cosa non scontata, troppo spesso rimangono perle destinate ai festival dove portano a casa pacche sulle spalle ma nessuna distribuzione, quindi niente dvd né passaggi televisivi, l’oblio eterno dal pubblico.

Ho citato Carpenter non a caso: il Nostro ci prende gusto fin dall’inizio facendoci credere che siamo piombati negli Anni Ottanta, ma così non è, appare un cellulare nei primi minuti poi un moderno lettore di ebook, di fianco a macchine, arredi e vecchi televisori col tubo catodico che trasmettono di notte pellicole in bianco e nero di fronte alle quali si consuma l’attesa, scena comune negli horror, metacinema, il film dentro il film, scatole cinesi e ombre, tante.

La Cosa si trasmette per via sessuale – mai un orgasmo è costato tanto, invece di generare la vita, la toglie – gioco forza facile farne la metafora di una malattia venerea o del classico monito conservatore sul vivere troppo libertinamente il sesso porta alla morte, tipico sotto testo di tanti slasher, e allora cosa si dovrebbe dire dell’acqua, anch’essa carica di simbologia, elemento frequente da quando vediamo la protagonista rilassarsi nella piscina prima dell’inizio di tutto fino alla nuotata nel finale, in mezzo immagini della vasca desolatamente svuotata… e poi il temporale che si abbatte sull’edificio abbandonato e ancora la gita/fuga al lago.

It Follows dimostra ancora una volta come una buona idea e la regia misurata, senza strafare, lasciano il segno, come negli Anni Novanta fece The Blair Witch Project, tanto che si parla già di un sequel, e sì, in questo caso c’è da aver paura!

Fabio M.

– Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?

-Sono andato a letto presto.”

C’era una volta in America.

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