Lettera diplomatica di Domenico Vecchioni

CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI LETTERA DIPLOMATICA

PALAZZETTO VENEZIA n. 1205 – Anno MMXVIII

Via degli Astalli, 3/A – 00186 Roma Roma, 5 marzo 2018

Cuba alla vigilia delle elezioni

L’11 marzo p.v. si svolgeranno a Cuba le elezioni per eleggere i “delegati” nelle Assemblee Provinciali e i deputati nel Parlamento unicamerale (Asamblea Nacional del Poder Popular). Elezioni “politiche“ che tuttavia, paradossalmente, non avranno molto impatto politico sulla vita dei cubani! Un puro esercizio di procedura elettorale senza molto contenuto reale. Il sistema cubano, in effetti, non prevede né la partecipazione di partiti, né la presentazione di programmi elettorali, né tanto meno forme di campagne elettorali o di propaganda politica. I candidati vengono scelti esclusivamente sulla base dei loro curricula personali e professionali, nell’ambito di un complesso procedimento dove organismi istituzionali (Partito Comunista, CDR locali e Commissione elettorale) verificano preventivamente la “qualità” (leggi fedeltà al regime ed entusiasmo rivoluzionario) dei candidati, con piena facoltà di escludere le persone non gradite.

Il processo elettorale cubano, il più democratico al mondo secondo la propaganda ufficiale, si svolge grosso modo nella maniera seguente.

Qualche mese prima delle elezioni provinciali e nazionali, hanno luogo quelle municipali, quando si organizzano preliminarmente in tutto il paese le famose “assemblee dei vicini”, a livello cioè di quartiere, nel corso delle quali teoricamente chiunque può avanzare la propria candidatura. In base ai curricula presentati vengono quindi designati, per alzata di mano, più candidati per ciascuna circoscrizione elettorale. E qui sta tutta la difficoltà nel comprendere un sistema che appare nella forma democratico ma che, in realtà, è sapientemente controllato in tutte le sue fasi, collegando inestricabilmente elezioni municipali, provinciali e nazionali.

Esiste una consolidata prassi o “auto-regolamentazione”, per cui ai contestatori o tiepidi del regime non verrebbe mai in mente di presentarsi perché sanno che tanto non supererebbero mai la soglia del primo filtro della Commissione elettorale. Allora perché esporsi a possibili rappresaglie? Inoltre i candidati non presentano un programma, non rappresentano un’idea, non avanzano una proposta, devono solo essere utili al regime. Una volta dunque verificate scrupolosamente le candidature, si svolgono le elezioni con doppio turno per eleggere il delegato (consigliere comunale) della circoscrizione sulla base di più candidati ritenuti idonei. Se nessuno raggiunge la metà + uno dei volti, si va al ballottaggio nella settimana successiva.

I “delegati municipali”, una volta eletti, avranno l’incarico di designare i candidati alle elezioni provinciali e nazionali. Se quindi ha funzionato la prima fase, con l’elezione cioè di persone sicure, allineate, “idonee”, la seconda può seguire agevolmente in un processo di designazioni ”a cascata” e di elezioni collegate l’una con l’altra. Ecco perché i consiglieri municipali si chiamano “delegados, delegati cioè a scegliere i candidati alle elezioni provinciali e nazionali. Inoltre è da tenere presente che il 50% dei candidati all’Asamblea Popular viene indicato da organismi istituzionali, professionali, sindacali ecc…Designazioni dall’alto e dal chiaro sapore corporativo.

Con i candidati così “selezionati” si va alle elezioni nazionali (quelle dell’11 marzo prossimo), dove l’elettore troverà un candidato per circoscrizione. C’è forse allora da dubitare dell’esito delle elezioni e del tasso di partecipazione (in genere oltre il 90%)? In un paese dove votare è obbligarono e il giorno delle elezioni giovani attivisti del Partito bussano a casa dell’elettore per accertarsi che nessuno in famiglia dimentichi il proprio dovere, nemmeno i ragazzi che acquisiscono la maggiore età, e quindi il diritto al voto, a 16 anni. Strano come i regimi dittatoriali tengano ad apparire ad ogni costo democratici, vantando tassi di partecipazione inimmaginabili per gli stessi paesi democratici, dove invece si va sempre meno alle urne e il partito più importante è diventato oramai quello “dell’astensione”…

Per completare il quadro, aggiungiamo che il parlamento successivamente elegge tra i proprî membri i componenti del Consiglio di Stato (massimo organo decisionale e istituzionale del paese), i quali, a loro volta, designano al proprio interno il loro Presidente. Il Consiglio di Stato esercita un’amplissima serie di poteri: emana decreti-legge, nomina i ministri, impartisce istruzioni a Procure e Tribunali, concede indulti ecc… Il presidente del Consiglio di Stato presiede anche il Consiglio dei Ministri (che a Cuba peraltro ha una proiezione più amministrativa che politica …).

Questo dunque è il complesso meccanismo elettorale che in pratica parte dalle elezioni comunali e arriva fino alla elezione del Presidente del Consiglio di Stato, attraverso designazioni successive fatte secondo gli orientamenti dei grandi dignitari del Partito Comunista e, ovviamente, della famiglia Castro.

Questo è anche il quadro di riferimento entro il quale si stanno svolgendo le lotte per la successione a Raúl, che da tempo aveva annunciato la sua volontà di abbandonare il potere alla scadenza del suo secondo mandato, in occasione appunto delle elezioni di questo mese di marzo.

Ma l’ipotesi di una “tranquilla” staffetta con il vice Presidente del Consiglio di Stato, Miguel Díaz-Canel, un tecnocrate, un civile della generazione post-rivoluzionaria, alto dirigente del Partito Comunista, data per scontata dalla maggioranza degli osservatori, sembrerebbe improvvisamente inceppata, determinando incertezza e suscitando interrogativi.

In effetti Raúl Castro, che a giugno compirà 87 anni, ha dichiarato che “è stato costretto” (i dittatori sono sempre pronti a sacrificarsi per il bene del popolo) a rimanere al potere fino al 19 aprile p.v., oltre cioè la scadenza da lui stesso annunciata. Perché? Per causa di forza maggiore, è stato detto. Per affrontare la situazione eccezionale che si è venuta a creare nel paese dopo gli ingenti danni provocati dall’uragano Irma che ha messo in ginocchio la popolazione. Un cambio di presidenza nel delicato momento della ricostruzione è stato giudicato inopportuno. Del resto la costituzione cubana prevede in determinati casi la possibilità di prolungare la vita della legislatura, che arriverà così fino al 19 aprile. Formalmente e costituzionalmente quindi procedimento corretto.

Tuttavia alcuni segnali, a prima vista di minore importanza, fanno pensare che forse non tutto è stato ancora regolato per la problematica successione di Raúl e che la candidatura del suo vice Diaz-Canel potrebbe aver incontrato qualche difficoltà.

Il primo segnale è che Raúl Castro risulta candidato alle prossime elezioni nazionali! Ora sappiamo il Presidente del Consiglio di Stato viene scelto tra i proprî membri, i quali devono obbligatoriamente far parte del parlamento. Perché dunque Raúl si candida? Per trovarsi nelle condizioni di essere eletto eventualmente per un terzo mandato? Difficile in effetti credere che abbia interesse a diventare un semplice deputato, quando disporrà pur sempre di una buona parte del potere, essendo stato nominato Primo Segretario del Partito Comunista fino al 2021.

Secondo segnale. Il figlio primogenito di Raúl Castro, Alejandro, capo del controspionaggio cubano, da molti dato come “erede” della corona castrista, non è invece candidato, il che tecnicamente esclude che possa essere eletto al Consiglio di Stato e quindi alla Presidenza. D’altra parte è candidata una delle figlie di Raúl, Mariela (sposata con l’italiano Titolo), personaggio alquanto popolare a Cuba per le sue battaglie in favore della parità dei sessi e per l’emancipazione dei “diversi”. La famiglia punta su di lei per offrire della dinastia un’immagine moderna, emancipata, “al femminile” e al tempo stesso continuatrice della saga dei Castro? Si inserisce in qualche modo in questo contesto il recente e misterioso suicidio di Fidelito, il primogenito di Fidel?

Tutti interrogativi legittimi in un paese dove il processo decisionale politico è particolarmente opaco e costantemente avvolto da un velo di segretezza e l’osservatore rischia di essere facilmente spiazzato da un’informazione totalmente controllata che nulla lascia filtrare.

E’ dunque verosimile che sia tuttora in corso – questo spiegherebbe il tempo supplementare chiesto dal Presidente Castro – un duro confronto all’interno del PCC, tra i tradizionalisti della vecchia generazione, fautori della continuazione dell’attuale sistema e gli “aperturisti” della generazione post-rivoluzionaria, convinti che Raúl non sia andato sufficientemente avanti con i suoi cambios per incidere in maniera efficace sull’economia del paese. Un’economia che si trova in condizioni drammatiche, sia per il sostanziale fallimento appunto della ricetta “raulista”, sia per il venir meno o comunque per la drastica riduzione del supporto del Venezuela, a sua volta soffocato da un’interminabile crisi politica, economica e sociale, che vendeva a Cuba a prezzi stracciati immensi quantitativi di petrolio e retribuiva generosamente l’Avana per l’invio dei cooperanti (medici, insegnanti, istruttori, formatori ecc…).

C’è in definitiva da augurarsi che chiunque sarà il successore di Raúl Castro (sperando che non sarà se stesso!) dovrà prender atto che è arrivato il tempo di riflettere sull’utilità di mantenere un sistema che non ha funzionato e che ha dimostrato di non poter essere modificato: può essere solo eliminato. Dopo 10 anni di limitate riforme, il mercato cubano in effetti è sempre asfittico, l’iniziativa privata troppo limitata e pesantemente tassata, persistono divieti, eccessiva burocrazia, corruzione diffusa. I prezzi sono alti mentre salari e pensioni sono ai minimi, non c’è risparmio per investire e pagare i debiti, non sono arrivati i grandi investimenti esteri e si è anche evaporata l’attrattiva per gli investitori americani suscitata dall’intesa Obama-Castro.

Se il successore dell’attuale Presidente non sarà in grado di risollevare l’economia cubana, di migliorare significativamente la vita dei cubani, di offrire al paese serie prospettive di sviluppo, dovrà far fronte ad un malcontento sociale che non avrà più remore a manifestarsi dopo l’uscita di scena dei carismatici Castro, che bene o male riuscivano a contenerlo con la retorica nazionalistica e rivoluzionaria.

Insomma la nuova classe dirigente dovrà accettare la sfida di trasformare l’economia cubana, aprendola realmente al mercato, senza paure e timori di ritorni “politici”, senza cioè soffocare sul nascere quei venti di libertà, di democrazia e di benessere che 60 anni di Rivoluzione non sono stati capaci di stimolare.

Insomma a Cuba è tempo di cambiare. E’ tempo di restituire Cuba ai cubani.

(Domenico Vecchioni)

CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI «Lettera Diplomatica»

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