Lina Infuso - La zà Mariuzza

Lina Infuso – La zà Mariuzza

Se a quei tempi venivano dei forestieri nel nostro paese, potevano prendere alloggio all’albergo della luna, si diceva, cioè, fuori, all’aperto, perché non c’erano posti dove pernottare e rifocillarsi.

Quali alberghi, quali ristoranti, se si avevano in paese dei parenti o almeno dei conoscenti, si poteva sperare di ricevere ospitalità per qualche giorno.

Il nostro paese era molto piccolo, non aveva nessuna attrattiva, era fuori da qualsiasi itinerario turistico e non aveva neanche una stazione.

Era un piccolo paese dell’entroterra agrigentino che viveva d’agricoltura, non aveva aziende, fabbriche di nessun tipo, né niente da visitare sia di naturale che di artistico. Non era interessante.

Dunque, chi lo doveva aprire un albergo nel nostro paese, per chi, per qualche avventore che poteva capitare una volta ogni tanto, ed il più delle volte non aveva che pochi soldi da spendere e non era in grado neanche di potersi pagare il pernottamento di una notte. Il problema non veniva neanche preso in considerazione.

Ma negli anni a venire qualche forestiero in più si fece vedere dalle nostre parti, qualcuno che veniva a lavorare nella zona e per forza di cose aveva bisogno di stabilirsi in paese e gli era necessaria un’abitazione, un posto in cui stare.

Qualche persona che aveva un po’ di posto in più pensò di mettersi in casa qualcuno di questi forestieri e di fargli pagare vitto e alloggio, arrotondando così le esigue entrate.

Molti erano contrari e sparlavanoquelli che cominciavano a pensare di farlo, perché a quei tempi ed in quei paesi era inconcepibile il solo pensare di mettersi qualche estraneo dentro casa.

Di queste persone che avevano una mezza idea di farlo, c’era la zà Mariuzza, che a un certo punto non pensò più a quello che diceva e pensava la gente , e decise di prendere qualcuno in casa a pensione.

Fu la prima a farlo, e manco a dirlo fu la più bersagliata, la più criticata, la piùsparlata di tutte.

Come poteva,dicevano, mintisi genti intra, avendo in casa tre figlie da marito e un figliu fimminaru.

Unna cci vinni st’idea Marsiò ! Ma cchi cci passa ppi la testa a to muglieri, nun ci putiemmu cridiri e nu la putiemmu arraggiunari, ma tu si d’accordiu ?”, dicevano le vicine di casa, le comari al marito e soffiavano sempre più sul fuoco.

Malu zì Marsioni non dava loro soddisfazione e rispondeva per sedare del tutto le chiacchiere che era stato lui a decidere, a dire l’ultima parola.

E la zà Mariuzza se la rideva sotto i baffi e faceva l’occhiolino al marito, che sotto sotto sorrideva anche lui, ed era molto contento di aver risposto per le rime a quelle pettegole del quartiere.

La prima a ‘ncignare,a capitare nella pensione di la zà Mariuzza, fu un anziana signorina, maestra di scuola, amiche delle sorelle schettedi la zà Mariuzza,alla quale era stata assegnata una cattedra nel nostro paese.

Il giorno del suo arrivo andò a prenderla lu zì Marsioni con il carrozzino di lu zì Giuvanni che faceva la spola dalla stazione di Ravanusa al paese, dal paese alla stazione.

La condusse, prima a casa delle sorelle delle moglie che ci tenevano tanto a salutarla subito e, poi, direttamente alla pensione.

La signorina Ida,così si chiamava, vestiva la moda di quei tempi, si atteggiava a maestra intransigente e rigorosa e signorina morigerata quando stava in pubblico fra la gente, ma in casa era tutta un’altra cosa, perdeva la sua alterigia, il suo aspetto impettito e scostante, il suo sguardo sdegnoso e si rilassava completamente dentro la sua abbondante vestaglia a fiori e le sue pantofole con i suoi pon pon bianchi che alla zà Mariuzza piacevano tanto e che lei le lasciò quando andò via, perché si ricordasse di lei.

E poi si metteva il grembiule di la zà Mariuzza ed insieme a lei in cucina a preparare deliziosi manicaretti, sempre cantando stornellate e arie di opere liriche.

La sera cenavano insieme, e la sua porta era sempre aperta, si chiudeva la sera tardi e si riapriva al mattino quando la zà Mariuzza vi bussava leggermente per avvisarla che il latte con il caffè d’orzo e lu pani assurbatu ,come lo voleva lei, era pronto.

Non si arrabbiava mai la signorina Ida, non perdeva la pazienza, era gentile con tutti, conciliante, livava l’occasioni,dicevano tutti e soprattutto lazà Mariuzza ; sedava le liti e le discussioni, aveva una buona parola per tutti e se c’era da fare un piccolo sacrificio o una penitenza, per il quieto vivere, lo faceva lei per gli altri sempre sorridendo e mettendoci una buona parola.

Una volta, mentre erano a tavola che stavano pranzando, successe che nel piatto di Pinuzzu,il figlio di la zà Mariuzza, vi si trovasse una mosca.

Pinuzzuche era un cristianu nirbusu a cui bastava poco per andare in escandescenze, cominciò a lamentarsi ad imprecare, a dire parolacce e stava cominciando a far volare le posate e i piatti, com’era solito fare. Quand’ecco una mano ferma e decisa si posò sul suo braccio :

Pinù! Pirchi accussì fa..? Nenti successi ! Ppi na muschiddra nica nica sta fannu succederi l’opera..!”, e così dicendo gli tolse il piatto di davanti e gli diede il suo.

Ora faciti tutti sti storii !Ma si sapissivu nuatri cchi mangiavamu, atruca muschi nni lu piattu ..!”.

E così dicendo, la tolse con la punta delle dita e cominciò a mangiare tranquillamente come se niente fosse stato.

Un giorno, era il periodo di Carnevale, per dare un po’ di atmosfera allegra e festiva in quel nostro ambiente dove non si festeggiava mai niente, dove l’abitudine, il lavoro ed i pensieri non lasciavano mai posto ad altro, pensò di allestire uno spettacolino non ha scuola, ma nel salottino di la zà Mariuzza.

Riuscirono a strappare il permesso a lu zì Marsioni, che non era molto d’accordo, perché era consapevole che per un po’ avrebbe perso la sua tranquillità, senza contare lu sparliemientu della gente.

Ogni sera c’erano le prove, si riunivano tutti i bambini con le madri ed i parenti che vi assistevano, ed andava sempre a finire a tarallucci e vino. Un sacco di gente e di curiosi, persone che si erano portate le sedie di casa, perché la zà Mariuzza non poteva averne tante, molte glieli prestarono i vicini, altri restarono in piedi.

Quel salottino era pieno, stipato sino all’inverosimile.

Era un evento speciale per quel quartiere. Fu uno spettacolo veramente carino, bambini che cantavano, che recitavano, giovani che si cimentavano in scenette molto divertenti che nessuno s’aspettava. Vi furono, anche, delle ragazze con dei graziosi balletti, con gli inchini e le spaccate, qualcosa di mai visto da quelle parti.

Tutto, naturalmente, sotto la direzione della signorina che non si era risparmiata e con l’aiuto di molti volenterosi era riuscita a mettere su un teatrino sobrio ed intelligente che non aveva fatto storcere il naso neanche ai più ritrosi e contrari, anzi, si erano ritrovati ad applaudire in mezzo agli altri, meravigliandosi.

Ma erano stati veramente bravi ed non erano mai andati oltre, erano stati divertenti ed avevano portato un ondata di allegria , e per una sera i pensieri e le preoccupazioni erano rimasti alla porta di la zà Mariuzza.

Verso la fine dello spettacolo, lei era scomparsa, non si riusciva a trovare. L’aspettavano per sfilare per i ringraziamenti finali, ma lei non c’era.

Lazà Mariuzza, dopo averla aspettata per un bel po’, alla fine con un sorriso quasi impacciato, aveva convinto gli altri a sfilare, peggio per lei se non c’era, si sarebbe persa gli applausi veramente meritati.

E così mentre i commedianti stavano sfilando, ecco apparire un omino vestito tutto di nero con un bastone, una bombetta, una giacchettina succinta, un paio di calzoni larghi e delle scarpe troppo grandi. Aveva i baffetti a spazzola e camminava in modo strano, agitando il bastone.

Tutti guardarono con grande meraviglia, ma nessuno riconobbe Charlot e nessuno riconobbe sotto le sue spoglie la signorina Ida.

Cchi sapivanu di Charlot al paese a quei tempi, nessuno conosceva il suo personaggio e mai poteva immaginare che la signorina potesse vestirsi da uomo, era una cosa impensabile, inconcepibile in quei paesi dell’entroterra dove la vita si succedeva seguendo il ritmo del giorno e della notte, soliti gesti, stessi discorsi, una perpetua monotonia, chiusa dentro le mura di un piccolo mondo, di una piccola cittadella, che proteggeva, che confinava, che vietava. Tutto quello che c’era dall’altra parte del muro non li riguardava, erano altre storie, altri spazi, altri cieli, altra aria che mai avrebbero respirato e di cui non importava molto.

Quindi, quel travestimento della signorina Ida era una cosa impensabile a quei tempi.

Infatti, tutti credevano che quell’individuo fosse un carusazzuche per Carnevale si fosse vestito in modo così strano.

Quando si tolse la bombetta e lasciò intravedere la crocchia dei capelli, si tolse i baffi finti e si mise a parlare, s’accorse con stupore che ancora il pubblico non la riconosceva, o forse non la voleva riconoscere, perché nella mentalità di tutti non era minimamente pensabile una cosa del genere.

Allora , un po’ si preoccupò ; era mai possibile che una donna a quei tempi non poteva vestirsi da uomo, mentre un uomo poteva vestirsi da donna e andare in giro per Carnevale e suscitare l’ilarità di tutti.

Era questo che si stava chiedendo, mentre un picciuttazzusalì sul piccolo palco, s’avvicinò alla signorina Ida e fece il gesto di abbassarle i pantaloni.

Ma cchi si un masculu ca voli fari capiri ca si na fimmina vistuta di masculu, ora vidiemmu..!”, e stava per afferrarla. Quand’ecco la voce forte e chiara di la zà Mariuzza riuscì a fermarlo come se fosse una mano.

Nun t’arrisicari ..! Sarì ..! Se no a tumpuluna ti pigliu !”.

Lu picciuottu restò con le mani ferme nell’aria e guardava ora la signorina Ida, ora il pubblico.

In quel frangente, salì sul palco lu zì Marsioni :

Ora buonicchiù..!” disse. “ Lu spettaculu finì. Tutti intra ca si fici tardu! Avanti, avanti…tutti intra, ca iè ura di irisi a curcari!”.

Lu picciuottuscese dal palco in silenzio ed andò via senza più dire una parola. E così fecero anche gli altri. Seguì un lunghissimo silenzio.

Quando restarono soli, lu zì Marsioni prese la moglie e la signorina Ida in disparte e fece loro una bella ramanzina.

Mi meravigliu di tutti dui, ma chiossà di ma muglieri. Ma non capite ca siemmu a lu paisi e no a lu cinamu ! Ccà nunni canuscinu di novità di lu Cuntinenti, ccà nunn’annu vistu mai fimmini ccu li pantaluna. Nuatri ccu la testa nun c’iammu ancora arrivatu. N’amma cumminciri, e ppi cummincirini n’ava passari ancora di tiempu, nugnè cosa d’ora!”.

La zà Mariuzza voleva replicare, ma la signorina Ida la trattenne, e poi si rivolse a lu zì Marsioni:

Zì Marsiò..! Vossia iè di natra ebica, però iè cchiù avanti di tanti atri, anchi di mia ca ccu tutti li studi, fici oj, sta malafigura ..!”

E tutto finì lì. E da quel giorno la zà Mariuzza e la signorina Ida si occuparono solo di cucina, di ricamo e della casa.

Rimase altri due anni alla pensione, poi, andò in congedo e ritornò al suo paese, ma restò tra di loro una grande amicizia che resistette al tempo e agli anni. Di lei restò a lazà Mariuzza il paio di pantofole con i pon pon bianchi che le piacevano tanto e alla quale la signorina Ida aveva lasciato con piacere.

Dopo la signorina Ida fu la volta del signor Tosi e famiglia. Un tecnico che veniva da Bologna, chiamato dai padroni di uno stabilimento di farina e pasta perché insegnasse agli operai l’uso di nuovi macchinari.

Il signor Tosi aveva due figlie e un figlio, due belle ragazze e un bel giovanotto ai quali sembrava di vivere ancora in città. Vestivano sempre di chiaro, portavano degli estrosi cappelli e degli abiti come quelli che si vedevano nei film, dicevano alcuni paesani, e sembravano delle mosche bianche in mezzo a tanti mosconi neri.

Le ragazze uscivano da sole con Pinuzzuche lavorava anche lui allo stabilimento come ragioniere e per questo icontinentalichiamavanoRaggio.

Viaggiavano con lui sopra la sua vespa e sulla macchina dei suoi amici. Il ragazzo, invece, faceva una corte allegra e leggera alle sorelleschettedi la zà Mariuzza, che gli sorridevano con indulgenza e lo accarezzavano con tenerezza, perché era un carusu,dicevano loro.

Malu carususotto sotto una vera corte, insistente e serrata la faceva alle tre figlie della zà Mariuzza, quelle alle sorelle era una copertura.

Le ragazze erano lusingate, a volte ci stavano, ma non gli davano molta confidenza perché sapevano che un giorno sarebbe andato via e che mai lu zì Marsioniavrebbe permesso che una di loro partisse.

Quindi, un sorrisino, un salutino, qualche scambio di battute, un rosolio a casa della mamma, una passeggiata tutt’insieme la domenica e poi basta. Era tutto quello che potevano offrire, che era loro permesso.

Lazà Mariuzza, dopo molte insistenze, cedette anche lei a quell’aria di Continente.Imparò a fare le tagliatelle come le aveva insegnato la moglie del signor Tosi.

Le figlie impararono a ballare e a confezionarsi dei vestiti sempre più svolazzanti e sgargianti con scarpe bianche, guanti e cappellini.

Pinuzzucominciò a rientrare tardi la sera e la zà Mariuzza,imparò dalla signora Nicolettaa non preoccuparsi e a non aspettarlo più alzata.

Ed anche lu zì Marsioni non si lamentava più quando non trovava la moglie in casa, quando le figlie si toglievano il rossetto e lui notava le sbavature, quando mettevano i tacchi alti.

Le lezioni di vita del signor Tosi anche se non lo convincevano del tutto, lo lasciavano un po’ incerto, perplesso, gli davano da pensare.

Quell’indugio, quella debolezza era già un segno, in lui qualcosa già stava cambiando e tutti in casa ne approfittavano.

Ma finì anche quel periodo. Il signor Tosi, finito il suo lavoro fu mandato in un altro stabilimento lontano.

Si versarono molte lacrime con promesse reciproche di mantenersi in contatto. Ma si sa come finiscono queste cose, col tempo anche il fuoco più grande diventa cenere…

Ma questa volta, restò qualcosa. Il germe della modernità, dell’aria di Continente che non svanì, contagiò chi gli stava accanto e piano piano, un po’ alla volta quell’aria prese tutto il paese ; si vedevano ragazze con i capelli corti, senza veletta in testa, con i rossetti rosso vermiglio, con i tacchi alti, le gonne sotto il ginocchio e le tinture per i capelli, non si usava più la cenere del focolaio e l’affumatu di lu pugnaticome prima che sporcava tutto. Ed alcuni giovanotti al posto del basco e di la scazzettaportavano il cappello, e al posto degli scarponi portavano le scarpe, le cosiddettetappine. E molti anziani invece degli scialli portavano giacche e cappotti e qualche ragazza si faceva la permanente e fumava di nascosto.

Gli anziani, quelli irriducibili, quelli che mai sarebbero cambiati, guardavano con indulgenza e rassegnazione e scuotevano la testa :

Eh…I tempi moderni …l’ebica cangià!”dicevano,“ Basta un tintu frustieri a fari guastari la testa a nichi e ranni…!”.

Intanto un’altra famiglia era approdata alla pensione di la zà Mariuzza, questa volta non veniva dal Continente, ma un po’ più giù, erano di Napoli. Un maestro di musica con la moglie e tre figli, mandato a chiamare per formare una banda musicale che al nostro paese mancava, si era sciolta prima della guerra ed il maestro De Carmine doveva ricomporla.

Questa volta fu lu zì Marsioni a stringere amicizia per prima, perché anche lui faceva parte di quella banda del paese che si era sciolta e poi quando il maestro lo prese come collaboratore, perse completamente la testa. Non era mai in casa, sino a tardi stava col maestro in un locale che il Comune gli aveva messo a disposizione per le prove e la scelta dei musicisti.

A casa, invece, la musica era di Giacomo Rondinella e Roberto Murolo e tutte gli cantavano appresso. La zà Mariuzza imparò a fare la pizza napoletana, a cucinare il capitone, a fare i babà. La signora De Carmine a fare le impanatee le stigliole.

Quel periodo fu il trionfo della cucina, della serenità, dell’allegria, delle ballate sulla terrazza. E nelle serate d’estate la signora De Carmine raccontava appassionate storie napoletane permeate di luna rossa e mare chiaro.

Il maestro suonava in sottofondo il mandolino e la zà Mariuzza, che non c’era mai stata, si sentiva a Napoli e lu zì Marsioni che era stato a San Giovanni a Teduccio faceva il saccente e commentava da gran conoscitore quel che raccontava la signora.

Quello fu anche il tempo del romanticismo, dei grandi sentimenti ; le sorelle schettedi la zà Mariuzza, s’innamorarono più di una volta del figlio del maestro, poi di altri picciuottiche vedevano sempre sotto la luce di quest’ondata napoletana, ma non si arrivò mai a un vero fidanzamento, ma fu solo un amore platonico.

Lazà Mariuzza,era, invece, affascinata dalle canzoni napoletane, di quell’atmosfera melensa, e le veniva una sorta di saudadebrasiliana, di nostalgia per un qualcosa che non aveva mai avuto, che non conosceva, ma che desiderava con tutta se stessa . Quellanapolitanitàin cui era tutto il giorno immersa.

Lu zì Marsioni, era stato ripreso dal suo antico e unico amore per il suo strumento : li piattiglia.

A tutti, quella famiglia aveva dato qualcosa, aveva aperto una porta chiusa, che si poteva aprire solo dall’esterno, da cui era entrata un aria che aveva fatto conoscere sensazioni e sentimenti mai provati.

Ma questa volta, il maestro De Carmine non andò via come gli altri, rimase in paese, s’affittò una casa più grande portemmienzuquella di la zà Mariuzza, era così vicina, tanto che si potevano scambiare le pietanze ed altro da balcone a balcone.

Questi furono gli ultimi inquilini della pensione. Lu zì Marsionie la moglie pensarono che potevano andare avanti lo stesso senza più avere gente in casa.

Nunni vuogliu cchiù novità intra sta casa …!” dicevalu zì Marsioni, e la moglie anche se non parlava si capiva che era d’accordo.

Era un po’ stanca ed aveva bisogno di stare tranquilla. Di non apprendere più e di non insegnare , tanto la signora De Carmine era lì, se batteva con una scarpa sul muro lei si affacciava, anzi, pensava di aprire una porticina per evitare le scale quando aveva voglia di vedere la sua amica.

E se venivano dei forestieri dove sarebbero andati ?

Niente paura, la zà Mariuzzaera stata la prima ad aprire la strada, adesso sarebbe successo in altre famiglie, perché ora che stava arrivando la modernità la cosa era diversa. Adesso avevano capito che si poteva andare avanti, che se ci si fermava gli altri avrebbero proseguito lo stesso e a che valeva se poi si doveva correre per arrivarci, meglio camminare insieme a loro.

Lina Infuso

Lina Infuso

Nata a CALTANISSETTA, vive e lavora a CAMPOBELLO DI LICATA. Da sempre scrive poesie ed ha partecipato a diversi concorsi a premi con lodevoli risultati.

Negli anni recenti si è dedicata al recupero della memoria orale della propria cittadina approfondendo in maniera particolare i vecchi cunti che gli anziani ancora ricordano e storie della sua fanciullezza colorite e particolareggiate vissuto nel contesto del suo ambiente.

Ha pubblicato “ Storie di malandrini e scassapagliara” ( Cunti di malavita e non )il primo volume di racconti che ha proseguito con

Lu mali di la luna”, che contiene altri cunti della vita di tutti i giorni.

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