Marco Del Colombo - (D)istruzione

Marco Del Colombo – (D)istruzione

Quando Angela usciva di casa le strade sembravano quelle di una città abbandonata. Le luci pallide dei lampioni sfumavano sull’asfalto con un luccichio di perla. La cappa di silenzio veniva screziata da suoni ovattati: una sirena in lontananza, refoli di vento tra gli alberi, il miagolio stentoreo di un gatto insonne. Mancavano tutte le sordide attrattive di cui la notte è gravida nelle grandi città: quel campionario di umanità marginale, ubriachi e puttane, spacciatori e drogati, vagabondi e giocatori, amanti e barboni.

Lei pedalava immersa in quell’atmosfera sospesa e perplessa con le palpebre pesanti, godendosi l’aria balsamica di quell’ora del giorno che non si sa se sia tarda notte o mattina presto.

A volte pensava che se avesse avuto un figlio tutto questo sarebbe stato impossibile. E a lei piaceva quella pedalata solitaria per la città in provvisorio letargo. Si guardava intorno cogliendo ogni sussulto, ogni più piccolo fremito, quei particolari insignificanti nel caleidoscopio diurno.

Poco prima di arrivare la strada saliva, e da lassù si vedeva l’alba che si stiracchiava baluginando sul mare. Ma la risacca delle onde era sopraffatta dall’eco monotono delle fabbriche alle porte della città, metalliche sentinelle che non dormono mai.

Compiva i suoi soliti gesti con una cura rituale: legava la bicicletta alla rastrelliera davanti alle scuole, alzava la saracinesca facendone brontolare le giunture arrugginite, appendeva il cappotto e iniziava a impastare, infornare, farcire e glassare.

Angela non conosceva la trepidazione e gli inconvenienti di una gravidanza, tuttavia vedere le brioches che si gonfiano a poco a poco nel forno le dava un vago senso di maternità. Nell’attesa si sedeva a un tavolo davanti alla panetteria, si accendeva una sigaretta e osservava il lento ritorno alla vita. Il più mattiniero era Donato, il bidello della scuola che negli anni si era guadagnato, per una sempre più evidente calvizie, goliardici motteggi studenteschi. Al grido di “Donato, Donato, bidello pelato, pelato” ogni giorno frotte di adolescenti gli sciamavano davanti, suscitando il paternalistico sorriso della tutt’altro che ignara vittima.

Ormai Angela conosceva tutto e tutti a memoria, possedeva le coordinate di quel piccolissimo ritaglio di mondo e avrebbe saputo orientarvisi anche a occhi chiusi. Donato, per esempio, amava le sfogliatelle con la crema, che accompagnava incomprensibilmente con un succo di pomodoro che si portava da casa. Era di poche parole, il bidello, e, noncurante dell’alternanza delle stagioni, sfoggiava sempre gilet con grandi tasche incredibilmente simili. Il colore variava dal beige al cachi, fino a osare, ma raramente, un più impegnativo ocra. Sbocconcellava in fretta la sua sfogliatella, e mentre lo guardava allontanarsi piano, aprire il cancello che scorreva lentamente e sparire tra i lecci del giardino, Angela si chiedeva, accendendosi la seconda sigaretta della giornata, se Donato avesse una vita fuori da quella scuola che serviva con la devozione di un sacrestano. Ne immaginava i movimenti per i corridoi ancora immersi nell’oscurità, mentre in cielo tramontavano le stelle.

Uno sbuffo qualche centinaio di metri più in là preannunciava l’arrivo dell’autobus, a cui in fila indiana se ne accodavano altri, come in una carovana, colmi di ragazzi con i capelli arruffati – Angela non capiva se fosse una moda, o solo un sintomo di un’assonnata trascuratezza mattutina.

La girandola dei giovani avventori era inaugurata da Michele, un quattordicenne dagli occhi di un azzurro commovente, sempre in disparte rispetto ai chiassosi capannelli dei coetanei. Parlava nervosamente con una cura da accademico stonata alla sua freschezza adolescenziale. Si appollaiava su uno sgabello con lo zaino ancora in spalla, dondolando ritmicamente il busto. Ogni domanda di Angela sembrava metterlo a disagio: rispondeva a monosillabi, trattenendosi giusto il tempo di consumare la sua solita ciambella glassata. Una volta, in un accesso di imprevedibile loquacità, Michele aveva spiegato che quelle ciambelle, in realtà, si chiamano donuts, pronunciandolo con accento ostentatamente oxfordiano. Parve compiaciuto della sua cultura culinaria, ma quando Angela gli chiese di che colore preferisse la glassa Michele girò i tacchi, avviandosi a passo di marcia verso la scuola e facendosi piccolo piccolo nell’attraversare gli ingorghi di quei compagni che non riuscivano a rivolgergli parola.

Ad Angela sembra passato un istante. La strada si è di colpo animata di un circo di voci che si rincorrono, un carnevale di via vai trafelati, un ronzio in sottofondo di motorini, sebbene la seconda campanella non sia ancora imminente. Donato è un fedele osservatore delle antiche tradizioni scolastiche: la prima campanella sancisce l’apertura delle porte, la seconda intima l’ingresso in classe dei ritardatari, un’istanza simile a quella teatrale delle luci che preannunciano l’inizio dello spettacolo.

E la seconda campanella era una sorta di spartiacque anche per Angela: a un tratto il negozio si svuotava, e lei rimaneva in attesa della ricreazione, quando i ragazzi si accalcavano davanti al banco e alla vetrina spintonandosi a vicenda.

Però a volte capitava che qualcuno entrasse anche in quelle due ore. Un osservatore attento poteva cogliere, in quelle scappatelle, certi sintomi tipici della vita scolastica: quell’anno, il giovedì mattina intorno alle nove, entrava quasi sempre una coppia di profumatissime ragazzine, coi loro bravi jeans a vita alta e gli zaini su cui si intrecciavano dediche, cuori e inconsapevoli citazioni. Col dipanarsi delle settimane Angela venne a sapere che alla prima ora del giovedì “c’è la Cerliani, quella di greco”, e il nome della prof era spesso accompagnato da epiteti non proprio lusinghieri.

Angela aveva preso l’abitudine di sedersi a uno dei tavoli all’esterno con le due ragazze: le piacevano quelle chiacchierate ingenue, quelle confessioni resele a mezza voce e guardandosi sempre alle spalle, per quanto la strada fosse deserta e nessuno potesse origliare. Gli argomenti facevano parte del più trito repertorio adolescenziale: ragazzi, amiche “stronze”, genitori duri di comprendonio, e poi progetti per il futuro, l’estate all’Elba “se la Cerliani non ci dà il debito”, la patente l’anno prossimo, la maturità di là da venire ma sempre incombente, come orlo del precipizio oltre il quale si può volare ma anche cadere rovinosamente.

Lei osservava i lori gesti, così veloci e leggeri, fatti senza attenzione: mentre una delle due “si faceva un drummino” sparpagliando una quantità di trucioli di tabacco sul tavolo, l’altra sollevava il cellulare per un selfie sempre identico a se stesso.

Angela era commossa da una sensazione che non avrebbe saputo definire, molto vicina alla precarietà: era come se sogni, paure e speranze s’impigliassero in quei capelli colorati con tinte fai da te per sembrare più grandi, in quegli orecchini comprati a una bancarella del mercato una mattina di assemblea d’istituto, e che poi traboccassero sotto forma di lacrime, perché gli adolescenti hanno questo, pensava, piangono in un modo che gli adulti non sono più in grado di fare.

Era un peccato, pensava ancora, che l’adolescenza sia condannata a non durare, e poi si domandava che fine fanno quelle risate a bocca spalancata che esplodono all’improvviso e ti travolgono, che fine fanno quei progetti così stupidi e meravigliosi che crescono anche tra i banchi di un piccolo e un po’ scalcinato liceo di provincia. Angela aveva vissuto troppo tempo davanti a quella scuola per illudersi che tutte quelle cose potessero resistere ai colpi della vita e all’usura del tempo. Sapeva che quei “per sempre” incisi sui banchi, colorati sugli schienali delle panchine, scarabocchiati sulle pagine dei diari sarebbero stati traditi, ma li respirava ugualmente, nella vana speranza che un cortocircuito esistenziale potesse impedire che inaridissero.

Quell’anno, però, la catena ripetitiva degli eventi e delle abitudini venne spezzata. Un paio di giorni prima che calasse una mannaia a troncare quella ripetitiva e familiare quotidianità, Michele, sbriciolando il suo donut sul bancone addossato alla parete, parlò ad Angela dell’origine della parola “quarantena” e del perché quel virus di cui tanto si parlava alla televisione si chiamasse COVID-19.

Era appena passata la festa della donna, e le ragazze avevano ricevuto il permesso di uscire la domenica sera anche se il giorno dopo c’era scuola.

Improvvisamente Angela ebbe la sensazione che la vita si fosse sbiadita, come se la sua sfolgorante policromia avesse di colpo lasciato il posto a una monotona scala di grigi: un silenzio ben più assordante dello sferragliare degli autobus, del ronzio dei motorini, delle voci troppo alte dei ragazzi s’impossessò di tutto, insinuandosi in ogni anfratto e sigillandolo: nelle crepe dei muri sui quali erano esposti capolavori di illegali pittori, sotto le pesanti porte a vetri della scuola, sui banchi dagli angoli scrostati, sulle lavagne sporche di polvere di gesso, in mezzo alle pagine sgualcite dei libri, negli spogliatoi umidi della palestra, tra i pulsanti lucidi dei computer, lungo i corridoi rivestiti di linoleum.

Marco Del Colombo

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