Mirko Tondi – Lavorare sulla struttura (Parte terza)

Mirko Tondi – Lavorare sulla struttura (Parte terza)

Lavorare sulla struttura (Parte terza)

Oggi parliamo di un argomento al quale avevamo promesso di collegarci, ma sempre ragionando sul tema più generale della struttura: il punto di vista. La scelta di uno o più narratori può infatti contribuire a dare una forma anziché un’altra alla nostra impalcatura, e spesso questa è frutto di uno studio approfondito sia rispetto all’intero romanzo sia alle singole parti che lo compongono. Quello di raccontare le vicende attraverso più personaggi è solo un altro degli espedienti molto in voga in ambito letterario, ma pensate che già William Faulkner, con L’urlo e il furore, lo faceva già quasi cento anni fa, nel 1929: quattro capitoli, ciascuno narrato da un protagonista diverso, di cui il primo è un ragazzo ritardato; ne risultò, tra dialoghi e flussi di coscienza, un’opera dallo stile dirompente e originalissima sul profilo della tecnica narrativa. Ciò che spesso troviamo è una successione di voci che si alternano nei vari capitoli, e i capitoli stessi di solito recano come titolo il nome del personaggio che in quel momento sta parlando. Ecco allora che la storia va costruendosi per mezzo dei suoi protagonisti, alcuni dei quali avranno magari più rilevanza di altri; l’esempio ci porta sempre a Faulkner, che l’anno seguente al titolo poco fa citato pubblicava Mentre morivo, dove la storia della famiglia Bundren si dispiega mediante l’utilizzo di quindici diversi punti di vista: i componenti della famiglia hanno logicamente un’importanza superiore ad altri personaggi di contorno. In altri casi le differenti voci potranno essere poste tutte sullo stesso piano, per esempio se pensiamo ai quattro protagonisti di Non buttiamoci giù di Nick Hornby, autore leggero e spassoso, la cui lettura può insegnare senz’altro qualcosa, al pari di scrittori maggiormente impegnati, come Roberto Bolaño, di cui invece citiamo I detective selvaggi: qui il gioco del punto di vista è condotto all’estremo, perché i 54 diversi personaggi che nella parte centrale del romanzo prendono parola per ricostruire la vita dei due protagonisti costituiscono un numero di narratori decisamente elevato ma allo stesso tempo gestito con incredibile maestria. Ammetto mio malgrado che, per limiti personali, ho sempre fatto un po’ fatica a seguire i romanzi in cui i personaggi sono così tanti, ma dall’altra devo pure attribuire i meriti a coloro che percorrono questa via con successo, riconoscendone il coraggio e le capacità innovative. Tra i libri che mi sono piaciuti di più negli ultimi anni, ce n’è proprio uno che si basava sulla cosiddetta “polifonia di voci”, e si tratta di Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann, ma devo anche menzionare uno scrittore italiano che da qualche tempo è riuscito sempre più a trovare la sua collocazione sul mercato editoriale, Sacha Naspini, che col suo Le case del malcontento ha saputo portare in auge lo stemma del grande romanzo corale. Per divagare giusto qualche riga con il nostro usuale parallelismo cinematografico, possiamo chiamare in causa registi come Martin Scorsese (che in Quei bravi ragazzi e Casinò, per esempio, si serve di voci off differenti, le quali è come se si passassero la palla della narrazione tra loro) e Robert Altman (chi ha fatto film più “collettivi” di lui? Uno su tutti: America oggi, tratto – fra l’altro – da alcuni racconti di Carver), la cui eredità credo sia stata raccolta a piene mani da Paul Thomas Anderson, che può vantare nella sua filmografia pellicole del calibro di Boogie Nights e Magnolia. Per tornare invece al campo letterario, un ultimo autore che vorrei citare (consapevole che l’elenco sarebbe ben più nutrito…) è l’Irvine Welsh di Trainspotting. Welsh è un esempio azzeccato di come si possa riuscire a caratterizzare i propri personaggi con l’ausilio di poche ma decisive parole, soluzioni linguistiche che si ripetono a creare un efficace refrain, intercalari, espressioni che irrompono con forza, modi di dire, insomma un repertorio incisivo che fa lo stile e diventa più importante della trama stessa.

Concludendo, cerco di dare l’aggancio alla prossima volta, quando ci concentreremo su alcuni schemi che possono aiutarci a progettare la struttura di un romanzo. L’assist ce lo realizza Propp, che ripeschiamo da uno dei pezzi precedenti, in cui era stato menzionato. Qui prendiamo a prestito il suo prezioso volume Morfologia della fiaba, dove l’autore, in seguito all’analisi di un certo numero di fiabe popolari russe, descrive quello che è uno schema comune a tutte le narrazioni prese in esame; lo schema è in quattro punti e prevede: 1- Equilibro iniziale / 2- Rottura dell’equilibrio / 3- Peripezie dell’eroe / 4- Ristabilimento dell’equilibrio. La situazione di partenza viene presto scardinata, generando conflitto (concetto chiave di ogni plot che si rispetti, sul quale torneremo); ma il protagonista risolve tutto (da solo o con l’appoggio dei suoi aiutanti) ed ecco che riappare la stabilità. È una buona sintesi, anche se ovviamente non contiene la verità assoluta né la ricetta universale per scrivere una trama che funzioni. Tuttavia è un ottimo punto di partenza se non si sa come approcciare una narrazione. A questo devono servire gli schemi: dare un valido sostegno in caso di bisogno, ma non certo sostituire ogni apporto creativo da parte dell’autore. Gli schemi dunque sono utili, ma da soli non bastano; insomma, non dimenticate mai di dare il vostro contributo a livello ideativo e stilistico in ogni storia che scrivete.

 

Mirko Tondi

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