Nataša Kramberger - Ettari comparabili, Un racconto nel calendario della semina

Nataša Kramberger – Ettari comparabili, Un racconto nel calendario della semina

Casa Editrice Beletrina, Lubiana, 2018

Titolo originale: Primerljivi hektarji, Pripoved v setvenem koledarju

I CONTADINI DEVONO LAVORARE pp 9- 16

Mio fratello e io siamo una pala meccanica, io e mio fratello siamo l’incarnazione dello spirito collettivo.

“Spala!” “Piccona!” “Pigia!”

Mio fratello spala piccona pigia.

Spala! “Piccona!” “Pigia!”

Io spalo, piccono, pigio.

La nostra fratellanza è unità, e il nostro cameratismo follia.

“Però, che argilla, ragazzi.”

Cerco di sbrigarmi, accelero. Non riesco a riflettere.

“Ancora terra!”

Anche mio fratello cerca di sbrigarsi, accelera. Che gioia.

“Dai!”

Molte battaglie furono perse perché le persone nella loro follia non avevano compagni.

“Dai, via via!”

Errore. Molte battaglie furono perse perché le persone avevano dei folli per compagni.

“A te, tocca a te!”

Il sole minaccia di eclissarsi dietro il bosco, mentre ci sono altri otto alberi che ci aspettano.

“Non sento il culo, ” sospiro.

“Ma se non ce l’hai”, ghigna mio fratello.

Spaliamo, picconiamo, pigiamo e scoppiamo in una risata.

“Anche le cosce non le sento.”

“Domani le sentirai il doppio.”

Le estremità sono la meccanizzazione, il paesaggio è il nastro trasportatore. Il processo è ottimizzato e raffinato.

“Ma così è peggio che andare in miniera!”

Siamo lanciati, sotto spinta ………e ce ne sono altri come noi.

Innanzitutto, una buca. Spala. Poi le pietre. Piccona. Un po’ di terra. Pigia. Il susino e il palo. Il fertilizzante. La carriola è vuota. Come vuota? Sì, appunto: vuota. Tocca a te! Mio fratello va a prendere il concime, io scendo nella buca. Radici. Una peluria morbida. Un po’ di terra. Un po’ di polvere bianca. Cos’è, pepe? Zeolite. Cosa? Pietra vulcanica Deve esserci? Sì. Perché? Perchè sì Perché parti per la tangente, te, alle volte? Anche l’universo parte per la tangente. Ah ah parti per la tangente, te! Ecco, il fertilizzante. Spala! E io spalo, rinterro, sotterro, io ancoro, fermo, assicuro. Schiaccia! Io premo, opprimo, io compatto e buratto, io spremo e comprimo. Piccona! Io scavo, conficco, colmo, ammasso. Dai, non riesco a riflettere. Via, dai, adesso! Trulla trulla trulla chi lavora si trastulla. Trentatre trentini andavano a Trento, tutti e trentatré trotterellando.L’albero ha trovato la sua dimora. E l’acqua ?! Gli alimentatori sono vuoti. Aaa! Vado a prendere l’acqua, e mio fratello: “L’universo parte per la tangente ah ah!” Un alberello e un palo. Due nodi incrociati. È diritto? Non è diritto. E ora? L’acqua. Annaffiato. Compattato. Ancorato. Ci siamo!

Altri sette.

“Non vedo più nulla, ‘sticazzi.”

“Ecco il perché delle batterie.”

“E non rompere …. Ma no! Dove? “

“Si chiama meccanizzazione questo, ah ah. Lassù. “

“Lassù vuol dire su, vicino al concime organico? “

Mi leggi nel pensiero.”

Mio fratello e io siamo l’incarnazione dello spirito collettivo.

“E me lo dici adesso?! Lassù c’ero un minuto fa.”

“Ma….”

La nostra fratellanza è unità.

“… Era ancora giorno un minuto fa!”

Il nostro cameratismo è follia.

“Non è normale.”

Che?”

Piantare i susini con la torcia! Non è normale.”

Mio fratello sbuffa e manda uno strido, poi scompare su per il pendio, io non so che gli potrei dire per scusarmi. È buio e non riesco a riflettere.

“La regola del buon padrone!” grido, quando finalmente riesco a formulare l’idea.

“Eeeh?!” si sente da lontano, da molto, molto molto lontano, mio fratello è affondato nel buio. Strizzo gli occhi, come se servisse a qualcosa. Sul declivio qualcuno accende un fuoco. Caldarroste, prevedo io.

“La regola del buon padrone!” urlo di nuovo, per timore che un pensiero maestoso e faticosamente conquistato cada nel nulla:

“Quello che puoi fare oggi, non lo rimandare a dooooooo”

Nel mio entusiasmo, ho dimenticato la buca scavata di fresco qui sotto e molto maestosamente capitombolo sul culo.

Il culo non c’è quindi non lo sento. Non mi fa male niente. Resto distesa, metà in verticale, metà in orizzontale. Le gambe nella buca, il resto sulla prataglia. Attraverso la valle è arrivato di colpo un alito freddo. Il buio inghiotte tutti i suoni. Non c’è paesaggio. Non ci sono le estremità. Non ci sono i susini, men che meno i viali alberati. Io e le costellazioni, oh, nessuna costellazione: il silenzio. L’autunno è quasi inverno. Allargo le braccia. C’è. Il dolore: c’è. Infido, si infiltra dagli stivali fangosi e pesanti fino ai fianchi intorpiditi alle braccia fangose e infiacchite e di lì alle ciocche che ancora questa mattina erano capelli, ma ora non si possono districare dai ciuffi d’erba fangosa. La terra in ottobre è fredda se ci stai disteso sopra. Puoi beccarti un vulcano nelle parti basse. Cosa? un vulcano nelle parti basse. Sarà tua la colpa se ti buschi un’infezione, alle ovaie e alla vescica come minimo. Il buio è denso. La luna è debole. Jimi! Jimi è nero come la notte. Jimi, oh, tu povero orfanello. Nel buio, lo sento che tra i giovani susini spia le arvicole e i topi. E il fuoco dov’è, ora? Dov’è mio fratello? Un bruciore pesante parte dal polpaccio verso la coscia, passando per il bacino e le costole, oh, andiamo, alzati! Quando avremo finito, mangeremo castagne. Jimi! Jimi, disgraziatello, subito al tuo posto. Mi si distende sullo stomaco e sono fusa immediate.

“Non ce la faccio più!” si sente un sospiro ma nelle tenebre non si distingue da dove sia arrivato. Dall’invisibile paesaggio spunta fuori un braccio, mio fratello: ” Su le chiappe, fannulloni! La pala chiama! “

Altri sette.

Quando quel maggio sono tornata dal Salone del libro di Torino, e ho messo al corrente la nonna del fatto che avrei rilevato la fattoria della mamma, lei si è puntellata a una sedia. Poi ha fatto un giro completo su sé stessa e si è puntellata a un mobile di cucina. Ha rovistato un po’ in un cassetto, nel mobile, nella stufa, ha guardato se non fosse il caso di accendere il fuoco, si è voltata di nuovo, di nuovo si è appoggiata a una sedia, si è seduta, con le braccia sul tavolo, sull’ultima traduzione italiana del mio primo romanzo, che avevo portato come un trofeo da Torino, con lo sguardo lontano su di me e ha sentenziato:

“Ma i contadini devono lavorare”.

Dovremmo essere in grado di dire onestamente cosa è successo allora. Non all’esterno. Dentro. Cerco di ingraziarmi il ricordo, affinché sistemi gli avvenimenti con il suo miracoloso rivestimento di patina e di divagazioni. Ricucio le lacerazioni, ripiego gli spigoli, ripasso con la lastra, direbbe mia nonna, ma tutto quel che vien fuori sono chiacchiere senza capo né coda. Bisognerebbe saperlo ammettere onestamente: si è staccata una valanga e ha schiacciato la casa e il muro di cinta. No. Con maggiore onestà: ha spazzato via tutte le difese.

Qualcuno è scoppiato a ridere. In un angolo inaccessibile dell’immagine, mi vedo che sollevo le mani davanti agli occhi e faccio ballare le dita, teatralmente, chiacchiero, chiacchiero senza sosta, mi dilungo in minuzie, aggrotto le sopracciglia e mi curvo come un punto interrogativo incredulo, comico, ammaccato. La nonna minaccia con l’indice e non dice nulla, non dice: ridi, ridi pure, tu, io parlo sul serio, però, ecco, già mi manca il fiato, già afferro la situazione, riconosco chiaramente che la donna di fronte a me, mia nonna, la mia unica OMA vivente, con precisione e spietatamente, faccia a faccia, conta i suoi – e non i miei – anni, a partire dall’anno zero, sempre tutto dall’anno zero, li interpreta con l’atteggiamento ribelle che la caratterizza, però non tira a far male; li dispone sul tavolo della sua impeccabile cucina come le carte per giocare a Schnapsen.

C’è stato un periodo nella nostra famiglia in cui in questa cucina, a questo tavolo, giocavamo a lungo e ripetutamente lo Schnapsen a quattro. Lo zio e la zia e la nonna e il nonno e qualche volta mia madre e qualche volta il babbo e qualche volta una riserva, qualcuno capitato per caso a farci visita, sera dopo sera ricercavano il segreto di una partita che veramente valesse la pena, e per essa concludevano incondizionate alleanze a due a due, poi, in cerchi tesi, contavano con passione, quasi maniacalmente gli assi caduti e gli assi nella manica. Tutta la cucina, tutta la casa, la legna nella stufa, il tè sul fuoco, i nipoti, i pronipoti, le immagini degli antenati e il calendario dei pompieri: per un buon gioco hai bisogno di un buon compagno per avviarti con lui verso l’eterno dizionario segreto della dissimulazione gestuale. In esso era spiegato il patrimonio lessicale di un linguaggio che gli alleati esternavano con un tic della testa, delle mani, delle spalle, con calci sotto il tavolo e con gli occhi. Dovevi saper leggere ogni sillaba non detta, notare ogni minima strizzata d’occhio, e quindi tradurre quell’insieme di segnali nella mano di carte davanti a te.

“Ma i contadini devono lavorare”.

Lo Schnapsen è un gioco in cui i compagni siedono lontano, ciascuno dalla propria parte del tavolo, affiancati da una spia, un avversario a ogni lato. Agli spioni non devi far vedere le carte e men che meno il corpo. La lingua è il miglior mezzo di inganno. Ecco perché i giocatori parlano molto, raccontano, raccontano continuamente, per lo più ricordi in comune con tutti, burleschi, che eruttano per la cucina come lava infiammata, si induriscono agli angoli come pietra vulcanica, un humus vivo, da cui alla prima pioggia spunteranno le sedie, il tavolo, il camino e il pane quotidiano. Quindi i giocatori di Schnapsen, imbroglioni a uso domestico, da sparsi ricordi stregano la verità e da una materia selvaggia e caotica che, per molti anni, si è a modo suo depositata in cucina, danno forma ai tempi mitici che sono stati e a quelli eroici che saranno. Perché tutto il visto, tutto lo sperimentato e tutto il sentito, tutto il pronunciato inevitabilmente predice il corso della vita: i giocatori di carte oscillano tra i racconti e una carta fortunata, e quando nella stufa rovente sfavilla la mezzanotte, nel tè caldo c’è una grappa che odora di prugne, nelle teste una nebbia fertile, un humus fiabesco, che mescola tutti i segreti, combina tutti i destini e fa evaporare ogni piccola, ogni minima certezza. Questo è il momento in cui- in sentenze violente, si concepiscono i bambini, quando in ciò che viene detto si realizza la loro essenza di base, i giocatori di carte con parole lunghe si trasformano in fate della nascita che- dentro corpi mortali, lasciano attorno alla stufa veri doni, una traccia indelebile. Ciò che è scritto nel destino, viene inizialmente rivelato come un ricordo del vissuto. Poi si ripete, continua a ripetersi, si amalgama, si impasta, si plasma, fermenta e si distilla, si raffredda e si deposita, di cerchio in cerchio, di sera in sera, così a lungo, che un giorno diventa verità e dalla verità: il futuro.

Così è stato, ed è venuta al mondo una creatura e le fate della nascita al tavolo delle carte hanno colmato la piccolina dei loro profetici miracolosi regali La prima, la verità nella parola, la seconda, la verità nel canto, la terza la verità nel cannocchiale, la quarta …

“Ma i contadini devono lavorare”.

Era un maialetto, roseo e indifeso, come sono rosei e indifesi tutti i maialetti appena partoriti alla vita. La madre, la scrofa che aveva scodellato al mondo i tredici cuccioli, era grassa e maldestra, del resto i piccoli cucciolotti rosa le rimanevano attaccati giorno e notte alle mammelle, ciecamente, e succhiavano e ingrassavano tanto da farsi pesanti come mucche. “Ooo, povera scrofa, tredici cuccioli, pesanti come mucche! “Bisognerebbe saper dire onestamente, a quale lava è mescolato questo humus ma è impossibile; tutto ciò che abbiamo, è un sedimento che non deve essere profanato. Vedo: un viale alberato di salici grigioazzurro là sotto, vicino alla sorgente, un prato di erba fresca, i susini e le loro chiome rotonde, mia nonna, che in gonna rossa cava le patate. Seduta su una copertuccia di lana lavorata a maglia, bevo tisana di tiglio, molta tisana di tiglio. Ne bevo talmente tanta che mia nonna deve attingere alla riserva segreta nel cestino di giunco. La riserva segreta è in bottiglie di birra, tre o quattro, io chiedo, esigo con la parola più importante che compone il mio piccolo mondo: il ciuccio. »Ma cosa non fa bene la tisana di tiglio! Dalla nascita alla scuola, mai un raffreddore! ” La nonna raccoglie la zappa, e la coperta di lana e il cestino e io zampetto dietro di lei a una distanza sempre crescente e camminiamo e zampettiamo oltre i susini bassi, oltre le loro chiome rotonde, lungo il campo con le patate, l’erba dolce viene via via falciata perché la nonna ci nutre la scrofa, la madre porcella che ha scodellato i tredici cuccioli, ora attaccati alle sue mammelle come mucche e lei poveretta è nervosa come un cane. La nonna ha una sottana rossa con sopra un grembiule a scacchi. Prima di entrare nella stalla, mi guarda e dice:

“Vieni?”

Dopodiché tutto si confonde. Il cane Luka abbaia, io zampetto, la nonna scompare nel porcile e da lì un rumore, un terribile rumore, un esserino strilla, la nonna strepita con la sua miscela segreta di ansia e rabbia, io sono troppo piccola per dire qualsiasi cosa, per ricordare qualsiasi cosa, ma ora è una questione di vita o di morte, si tratta della grassa scrofa, la mamma porcella che ha dimenticato di contare i suoi figlioletti, tanto da schiacciarne uno sotto la sua mole ooo, “Ha acciaccato un maialetto!”, povero maialetto, rosa e indifeso, gli ha calpestato una zampetta. L’esserino storpiato stava disteso strillando in modo raccapricciante, “Ciuccio, ciuccio, ciuccio, ciuccio!”, quando finalmente zampettando ho raggiunto la nonna, lei già aveva montato una staccionata e da un porcile ne aveva ricavati due.

Il ciuccio. La piccola parola dal mondo dei bambini è diventata vita. Quattro mesi è durata la convalescenza del povero porcellino nella stalla separata e sicuramente sarebbe morto per il dolore e la solitudine, se non gli avesse tenuto compagnia un infante di due anni, forse quasi tre, che lo allattava con un biberon di latte e farina. “Stavi seduta sul trifoglio nella stalla con il porcellino in grembo e lui succhiava dal biberon e tu lo coccolavi come una bambola. Cucciolo ciuccio, dicevi, cucciolo ciuccio. “

Era la verità nella parola e mi profetizzava un futuro di nutrice di porci.

Nataša Kramberger

ETTARI COMPARABILI

In breve…:

i giovani se ne vanno, emigrano, in cerca di migliori opportunità:

in opposta tendenza, la voce narrante di Ettari comparabili – e l’autrice stessa! – torna a casa dopo decenni di permanenza all’estero. Senza rifletterci su, ha deciso di stabilirsi nella fattoria lasciatale dalla madre, salvandola con modalità all’antica, naturali, ecologiche.

Divisa tra una metropoli apparentemente cosmopolita e una campagna apparentemente disastrata, percepisce poco a poco l’intrecciarsi dei due mondi e i propri errori nel rappresentarseli. Quando lotta per preservare gli alberi di un parco pubblico a Berlino, viene bollata come provinciale mentre nelle campagne native, chi la conosce fin da piccola non prende sul serio i suoi propositi di fare la contadina. Perfino sua nonna dubita di lei, non la crede capace di tanto. A tutto ciò si aggiungono infinite seccature burocratiche, che le impediscono di occuparsi a tempo pieno della terra e delle piante.

Saranno però i doni ricevuti dalle fate al suo capezzale di neonata a farle superare ogni difficoltà, e recuperare con il ritorno a casa anche l’amato mondo berlinese; il presente si fonde così con il passato e mette radici nel futuro: senza illusori ottimismi, ma con tenacia incrollabile.

Nataša Kramberger

Scrittrice, agricoltore ecologico ed erborista, è nata nel 1983 e ha trascorso la sua infanzia nel villaggio di Jurovski Dol in Stiria, in Slovenia. Dopo la laurea conseguita presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione della Facoltà di Scienze Sociali a Lubiana, ha continuato gli studi a Utrecht e a Berlino. Come giornalista ha iniziato a scrivere subito dopo il liceo; subito dopo è seguita la letteratura.

Il suo primo romanzo Nebesa v robidah (Heaven in a Blackberry Bush, 2007) (Il Paradiso in un cespuglio di more) fu positivamente accolto dalla critica e fu nominato per il Premio Kresnik 2007( come miglior romanzo sloveno dell’anno). Lo stesso romanzo vinse il Premio dell’Unione europea per la letteratura, edizione 2010.

Nataša ha poi pubblicato:

— il romanzo in rima Kaki vojaki(Such Soldiers, 2011)(Soldati così) , una raccolta di sue rubriche da giornali e riviste, in cui descrive la sua vita a Berlino;

Brez zidu(Without a Wall,2014)(Senza il muro, 2014)

Tujčice(Catkins, 2014)(Infiorescenze, 2014)

e il romanzo

Primerljivi hektarji(Comparable Hectares, 2017)(Ettari comparabili, 2017) un’opera parzialmente autobiografica in cui la protagonista e voce narrante ritorna in un piccolo villaggio sloveno dopo aver vissuto a lungo a Berlino e diventa un agricoltore ecologico.

Nataša mescola spesso la campagna e la città nelle sue opere, il realismo della contemporaneità con un passato mitologico, combinando i generi (giornalismo, saggi e letteratura).

Le sue opere sono state tradotte in molte lingue.

Nataša trascorre ogni estate nel villaggio di Jurovski Dol, dove ha fondato la eco-collettiva Zelena centrala (Green Central) con la quale promuove principi di ecologia, arte e inclusione sociale. Trascorre l’inverno a Berlino, dove dirige l’associazione culturale sloveno-tedesca Periskop.

natasa.kramberger@posteo.net

Nota personale

Ho conosciuto Nataša quest’estate a Maribor, e sono rimasta folgorata. E’ una lottatrice nata, l’apparenza è fragile, eterea, la volontà d’acciaio, sostenuta da un’inattaccabile cocciutaggine, talento palpabile e magnetismo.

Il libro Ettari comparabili sarà una scoperta per i lettori. La traduzione (non mia) uscirà nel giro di un anno.

Patrizia Raveggi

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