Panchina (non solo briciole per pennuti ma punti di vista e riflessioni babeliche di un mestierante ribelle) – Dicembre

Bukowski!

                                      Bukowskiiiiiii!

                                                                                       Bukowskiiiiiiii!

L’urlo attraversa i capelli distratti dall’equivoco. Scaraventa hippies e contadini nella pancia nera del grande aereo, che lascia la terra dei tacchini farciti per un cielo cupo. L’urlo scrolla anche le metamorfosi delle best mind, che s’illudevano di poter uscire dai labirinti istituzionali sfrigolando un cerino sotto una canna, e poi danzare a piedi scalzi sui prati della libertà sessuale, annidandosi in paradossi quantici, godendo di ubiquità materiale e stati d’animo in modalità plastilina.

Il sergente continua a urlare ma Bukowski è assente. E molti come lui cominciano a rifiutare il “presente”.

I parametri non sono più euclidei, finalmente! I giovani sentono di avere opportunità cosmiche e sensi cangianti, le parole scolpite attraverso nella pietra del roveto ardente sono liquide, prive di senso, figlie di un vocabolario disperso o inventato. Non più un’autorità suprema ma Paul Menard che conosce ogni realtà e la modifica. Sulla carta, basta cercare, si può stampare anche il paradosso. L’opposto: L’altro. Il bivio. Perfino il doppio ma soprattutto il falso autentico.

La realtà è il “presente”, l’adesso, il vero, l’azione che si compie. L’atto dell’essere. Ma chi lo ha detto che sia così? L’ Essere è il ricordo di un attimo non colto perché fuggito o il sogno di una possibilità, di un altrove, di una verità diversa che si avvererà? Al mio nome fiocco floscio per incerte dita materne distratte eppure amate, avrei dovuto rispondere “presente” con voce sicura quando la burocrazia scolastica chiedeva la mia conferma alla routine, al ruolo, ma soprattutto alla mia identità di scolaro, di cittadino, di figlio, di futuro impiegato schiacciato dal complesso di certezze che si replicavano senza l’ipotesi di un dubbio, di un’alternativa, di una biforcazione. Entravo sicuro ma già sognavo a occhi aperti. Me lo dicevano con tono di rimprovero tutti, tutti conformati ai canoni ufficiali. Niente doveva essere diverso dai sacri crismi ufficiali, ma io insistevo a sognare. Sognavo storie, avventure, isole dove fiorivano bombe con la crema e gli alberi avevano come frutti libri.  Sognavo mondi paralleli, porte che si aprivano in giardini fatti di scale che potevano scendere o salire.

Vagabondavo in quella nebbia che è la libertà non ancorata al pregiudizio. Non c’era continuità di soluzione tra stato di veglia sonno o sogno. La fantasia leggeva la fisica dell’universo come un mouse impazzito.

Ero sempre assente. Mai costretto dai muri che impediscono albe e tramonti e non avevo più il fiocco floscio come un palloncino bucato. Ero libero. Correvo. Scendevo precipitosamente le scale di Escher, scegliendo d’istinto biforcazioni di sentieri e ballatoi. Volevo raggiungere la biblioteca, la grande Babele argentina di cui avevo intravisto la scombiccherata architettura, e cercare tra gli esseri fantastici lo squonk. Mario B. era rimasto folgorato dallo squonk e mi salvò dalle maioliche ma non dal capolavoro. Ma la noia delle prime cento pagine del capolavoro istituzionale mi risucchiava sempre alla prima impedendomi di scollinare nel convento e mi catapultava nel paradosso. Quello temporale era il mio faro che illuminava la banale cronologia degli eventi e scardinava sempre più intrigante e più consona alla mia indole di ribelle, di rifiutatore di ogni precotto politico, fisico, scientifico, religioso, artistico, sociale, esistenziale, sessuale, banale come la quotidianità. Il cinema coi suoi mondi artificiali è una palestra, un cerchio sospeso nella temporalità e nella tempestosità per attraversarlo acrobaticamente.

Peter Pan (ma io non sono Peter Pan) fugge da una finestra a cercare l’ombra. La mia ombra siede su una panchina e riflette: il presente è inquieto, liquido che si sparge senza confini, sconosciuto e pericoloso. Pretende una resa incondizionata all’accadimento, all’unicum non riproducibile. Per molti meglio il passato, l’attimo successo al presente perché già vissuto, ricordo che non emoziona più, che si può ricostruire grazie a una memoria duttile e partigiana. La memoria si schiera sempre al tuo fianco e seleziona solo i dettagli migliori, potando tutti gli altri. La memoria può innocentemente deformare il ricordo, quindi la realtà del vissuto. La memoria può personalizzare la tua vita, perfino gli eventi vissuti insieme ad altri, rendendoli solo tuoi, interpretabili. E il presente? Svanisce nel passato senza lasciare tracce? La pasta con la crema tanto agognata, una volta morsa non ha più valore. E il futuro? un sogno progettato e proiettato nella realtà del possibile, delle probabilità che forse non si faranno mai presente.

Ma come ha scritto Bierce, il presente può essere un dono: un attimo solo, impossibile ma infinito, durante il quale si vive una intera vita, tutte le vite, in ogni mondo. Ecco l’altro significato della parola “presente”: dono. Ed io questo mio presente lo dono a te, amore mio, per replicarlo in tutte le forme all’infinito affinché non sia mai passato, né solo sogno irrealizzabile. Lo dono anche a quei tre scarciofolati che tra porte, ballatoi, scale, sentieri che si biforcano cercano una panchina che non c’è.

Tempo di feste, ne approfitto per dare una sverniciatura alla mia panchina che accoglie la mia ombra.

 

Dardano Sacchetti

 

 

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