Patrice Avella - Ad porta Roman ad supra mare - Presso il mare di Roma

Patrice Avella – Ad porta Roman ad supra mare – Presso il mare di Roma

AD PORTAS ROMAE AD SUPRA MARE

Presso il mare di Roma

Tratto dal libro “Piazza Repubblica” – sequel del thriller storico “Piazza Fontana” edito in Francia sotto il titolo “Rome Criminelle”, tome 2, “Pluie de deuil”.

Ostia, domenica 10 settembre 1970 – Spiaggia della Vecchia Pineta – ore 11:00.

(musica: Roberto Vecchioni – Parabola )

«Ragazza dovevi restare a casa muta, adesso c’è chi piange d’averti conosciuta…!»

Presso il mare dell’odierna Ostia, la natura forte e potente si riprendeva i suoi diritti sulle costruzioni fatte dagli uomini del litorale mediterraneo. Gli stabilimenti balneari alla periferia di Roma erano stati devastati dalla furia di una tempesta che si era abbattuta per una settimana, aumentando i danni. Le tracce del caos erano evidenti sulle spiagge distrutte. La forza dell’erosione perpetua di vento e onde, aveva ridotto le distese di sabbia a un semplice corridoio sabbioso. Cumuli di rami sparsi erano stati scaricati a riva dalle onde disegnando sculture senza senso in alcuni punti. Sul lido della Vecchia Pineta, come negli altri stabilimenti di Ostia, ci si attivava per offrire agli ultimi turisti ampie strisce di sabbia. L’orizzonte, però, era offuscato da quelle rocce nere e ostili. I bagnini trascinavano a fatica dei carretti per sistemare i lettini e gli ombrelloni, permettendo ai pochi clienti di godersi i raggi del sole di fine stagione. Il capitano dell’Arma Antonio Lamura e Licia Battisti poterono così sistemarsi a dovere. Al loro fianco si sistemarono due uomini. Erano le loro guardie del corpo che li accompagnavano ogni volta che Licia usciva. Quella misura di sicurezza era stata ordinata, in vista del processo, dal giudice. Si stesero sul lettino per godersi il sole. Mentre si rallegrava a spalmarle la crema sulle fragili spalle, massaggiandola con delicatezza… una pallonata alla schiena lo riportò alla realtà. Antonio sobbalzò per lo spavento e si girò furioso contro l’aggressore. Vide che il colpevole era un bambino di una decina d’anni. Lo sfrontato calciatore poteva somigliare al figlio di Licia: fece uno sforzo per non rimproverarlo e prenderla a ridere davanti allo sguardo preoccupato della mamma di Aldo. Si alzò e imitò in modo goffo i gesti dei calciatori, dribblando i bambini con il pallone. Accompagnava i movimenti con commenti sportivi inappropriati a quella situazione:

E Sandro Mazzola passa la palla a Gianni Rivera che dribbla Beckenbauer, ed ecco che la mette al centro per Gigi Riva che si presenta solo davanti a Mayer, il portiere della Mannschaft, lo supera con facilità e segna… Ahi!

Antonio inciampò nella sabbia e cadde di peso per colpa dello sgambetto che gli aveva fatto uno dei discoli. Il ragazzino si riprese la palla e la tirò più lontano. Immediatamente, Lamura si portò due dita in bocca per fischiare, gridando che era fallo: doveva battere un rigore. I bambini si bloccarono e obbedirono educatamente all’adulto. Uno di loro si mise in posizione di portiere. Antonio prese la rincorsa e con un colpo preciso fece volare la palla in mare gridando:

«Goooool! Gooool di Riva! Gol per l’Italia! L’Italia è in finale della Coppa del mondo in Messico! Gol!!! »

Mentre i bambini si tuffavano in acqua per recuperare il pallone che fluttuava tra le onde, Antonio si girò verso Licia. Ritornò serio, abbassando gli occhi per la vergogna di quell’entusiasmo spontaneo e vide finalmente un sorriso sul viso sempre triste della donna che tendeva sempre a frenare le emozioni. Riprendendo un tono gioviale, le chiese se aveva voglia di una bibita fresca o di un gelato. Con sua grande sorpresa, lei rispose in modo affermativo. Dopo il gol, Antonio era felice di quella seconda vittoria, corse verso lo stabilimento per comprare le bibite. All’improvviso, una altra donna vicino a loro urlò sulla spiaggia dicendo che suo figlio stava per annegare. I due carabinieri si precipitarono in acqua per aiutarlo. Licia smise di leggere per guardare cosa succedeva. Ma il sole così acceso e cocente sparì davanti a lei: un’ombra coprì a poco a poco il suo corpo disteso come sotto l’effetto di una marea crescente. Il freddo dell’ombra fece che Licia sentì qualche brivido addosso e sentì mancare la terra sotto i piedi. Si tolse gli occhiali da sole scuri e vide un’imponente figura nera che le ostruiva totalmente la vista. Si spaventò. Avrebbe voluto gridare, alzarsi e fuggire, ma i suoi muscoli erano paralizzati; si sentì impotente. L’ombra parlò con una voce familiare e la chiamò con il suo nome: Licia Protasi. 

«Volevo rivederti Licia. Avrei potuto diffondere la tua descrizione e aspettare che ti riportassero da me, ma non volevo attirare l’attenzione del tuo cavaliere servente. Ci ho messo un po’ più tempo del previsto, ma adesso ti prometto che non ti lascerò più» affermò la voce di Guido Gian. 

«Ma cosa vuoi ancora da me? Mi hai preso tutto: il mio corpo, mio marito, mio figlio… Cos’altro vuoi?» gridò Licia in una disperata scarica di adrenalina.

«Voglio la tua anima tutta per me!» disse Guido con un profondo sospiro  «tutta per me…»

L’ombra che aveva coperto il sole nascente della sua nuova esistenza scivolò verso terra. A poco a poco, ridiede il colore alla natura intorno alla donna. Il sole accecava di nuovo gli occhi di Licia, che alzò una mano per coprirsi. Il freddo che circondava il luogo tornò a riempirsi dei pungenti raggi del sole. La pelle di Licia iniziò a riscaldarsi. Le riapparvero l’azzurro del mare, poi quello del cielo. Guido Gian era sparito come un incubo al risveglio. Licia rimase con la sensazione di aver fatto un brutto sogno, convinta della sua irrealtà. Eppure non riusciva a frenare la paura che l’aveva pervasa. Antonio tornò con le bibite e vide Licia distesa con un’espressione di tristezza indefinibile. Fissava l’orizzonte con le pupille dilatate, come sotto ipnosi. 

«Gian è tornato» disse la donna in un soffio.

«Eh? Che dici Licia? Sembra che tu ti sia risvegliata da un sogno…»

«Guido Gian è apparso davanti a me. È tornato come uno spettro…» riprese con una smorfia spaventata.

«Il Maggiore Guido Gian qui? Non è possibile!» esclamò il capitano Lamura in modo febbrile.

Aveva forse sognato? Quello spettro si era presentato davvero davanti a lei? Licia tentava di esprimere il suo spavento con parole, ma nessun suono poteva spiegare quell’emozione. Poi Antonio si guardò intorno e notò l’assenza dei due carabinieri. Vedendoli tornare tranquillamente, li aggredì facendosi il sangue amaro:

«Maresciallo, brigadiere, ma dov’eravate finiti, per Dio? Per quanto tempo l’avete lasciata da sola? Siete forse impazziti?» gridò Antonio prese dal panico.

«Solo per qualche secondo» risposero loro «Il tempo di salvare un bambino che stava annegando e riportarlo in spiaggia»

«Poi il bagnino ha preso la situazione in mano e siamo tornati» si scusò il maresciallo.

«Perché, cosa è successo?» chiese il brigadiere rendendosi conto dell’errore.

«Niente, ero sorpreso per non avervi visto vicino a lei, tutto qui. Licia si è svegliata da un brutto sogno e ha gridato» tentò di calmare la situazione Lamura.

«Non era un sogno Anto’. Guido Gian era davanti a me e ha parlato» affermò Licia con autorità.

«E che voleva dirti Licia? Che voleva da te?» chiese con ansia Antonio.

«Voleva prendermi l’anima…» disse la giovane donna in tono pavido come se gliel’avesse vista il diavolo.

«La tua anima?… Ma… Perché?»

Antonio provò la stessa profonda malinconia che leggeva negli occhi della donna. Avrebbe tanto voluto stringerla tra le braccia per rassicurarla. Per proteggerla. Lei se ne accorse e sfiorò con le dita la guancia di Antonio. Il suo corpo si avvicinò al suo in un movimento furtivo, troppo intenso perché lasci indifferenti. Ma lui si sforzava di capire il motivo dell’arrivo di Gian, di trovare una spiegazione logica e non ci riusciva. Pensava al modo di sfuggirgli. Dove potersi nascondere. All’improvviso il suo sguardo si posò su un foglietto color crema lasciato sul tavolino. Aprendolo, vide all’interno una rosa bianca essiccata e lesse la scritta marcata in rosso:

Hannibal ad Portas!

«È un messaggio di Guido, la rosa è per me?» chiese Licia con una voce tremolante.

«Sì Licia, una rosa bianca…» si spaventò Antonio.

«Perché mi ristabilisca presto, perché poi lui possa prendermi l’anima?» affermò disperata e cosciente dal suo tragico destino.

«No, Licia, perché tu non sveli alcun segreto intimo… È questo il messaggio della rosa bianca!» rispose l’ufficiale Lamura capendo l’intenzione del colonnello Gian.

«E cosa vuol dire la frase in latino? Chi è Annibale? È lui, l’infame Gian?»

«No, vuol dire che Annibale è alle porte di Roma. Nell’Antichità, si diceva ai bambini per far loro paura, come oggi la favola del lupo» rispose Antonio cercando di nascondere le sue paure. Il maggiore Gian aveva mostrato la sua nuova corazza per sfidare l’avversario. Sarebbe stato un combattimento tra militari dell’arma ma quella volta fino alla morte. 

Patrice Avella

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