Patrice Avella - Piovve Sangue - "Ager Romanus"

Patrice Avella – Piovve Sangue – “Ager Romanus”

Roma, venerdì 19 marzo 1970 – Colle del Campidoglio – ore 6:30

(Musica: Monteverdi – Selva morale e spirituale – Laudate Dominum in sanctis ejus)

«…[Alleluja.] Laudate Dominum in sanctis ejus; laudate eum in firmamento virtutis ejus.Laudate eum secundum multitudinem magnitudinis ejus…»

«… Lodate il Signore nel suo santuario; lodatelo nel firmamento della sua virtù. Lodatelo per la sua immensa grandezza…»

Tranquille nuvole bianche giocavano con il vento quando scoppiò il temporale. L’aurora scacciava dal cielo l’ombra umida della notte. Il fermento della Città Eterna si risvegliava sul Campidoglio e l’antico colle sacro continuava a essere venerato. L’inverno stava per finire e c’era un’aria primaverile sull’immensa terrazza capitolina. Dall’Ager Romanus, la campagna circostante dove un tempo regnava Saturno, passando per la via Appia Nuova, una folla brulicante scendeva verso l’ombra delle mille chiese dell’Urbe Roma; le cupole si profilavano sull’orizzonte intervallato dai cipressi. La maggior parte delle primizie presenti nei mercati rionali della città proveniva dai colli romani, sia dagli orti sia dai campi coltivati, che fornivano i prodotti tipici delle campagne vicine: mazzi di carciofi viola, lunghi fusti di cardo intrecciati, grandi foglie di cicoria ancora frementi di rugiada. Proveniente dal vicino porto di Ostia, invece, la pesca della mattina invadeva con i suoi effluvi i banchi ricoperti di ghiaccio tritato dove troneggiava un polpo gigante con i suoi tentacoli, davanti a una corte rossa di scampi e gamberi di tutte le dimensioni che salutavano, con le loro chele, la sua nobiltà. Tutt’intorno, come per proteggerli da una risacca invisibile, monticelli di frutti di mare si aprivano alla ricerca di acqua salata del mare: piccole vongole grigie, lunghi cannolicchi con il frutto che cercava di fuggire dal guscio protettore ormai inutile, grosse cozze nere guarnite di alghe tenaci. Dalla vicina Trastevere, i vaccinari, dai capannoni insanguinati dei mattatoi, trasportavano le carcasse dei manzi spaccate in due attraverso le viuzze color ocra imbrattate dai secoli. Erano seguiti dai trippai che portavano, come per la tomba di un faraone, le interiora sanguinolente delle bestie dentro giare di terracotta: milze, polmoni, fegati, svariate budella per le ricette sacrificali della romanità popolare. A chiudere il corteo c’erano i carri sui quali erano esposti, come giovani principi, dei capretti con i corpi bianchi di latte materno che nella loro breve esistenza non avevano ancora assaggiato l’erba. Eppure in primavera la loro carne tenera rendeva felici le bocche dei commensali delle migliori trattorie della capitale che avevano nel menù il famoso abbacchio alla romana. Adornate di corone di rosmarino come giovani Augusti vittoriosi, distese su un letto di patate, le belle creature di Dio sarebbero state arrostite lentamente in forno. E il loro sapore avrebbe ricordato al Maggiore Guido Gian la sua giovinezza di un tempo. Tra i vari prodotti infine, arrivavano botti di prelibato vino bianco dalle colline di Frascati, fatti rotolare sui sampietrini con la parte ferrosa che martellava sulle pietre vulcaniche. Campo de’ Fiori si animava. Questa piazza nel pieno centro della Roma antica aveva beneficiato del grande onore fattole da Papa Innocenzo X di diventare il mercato capitolino per eccellenza al posto di piazza Navona. Decisione in realtà dovuta a un altro fattore: quando andava a trovare sua cognata Donna Olimpia a palazzo Pamphili, la cui interminabile facciata con le numerose finestre dà sulla magnifica piazza Navona, il Papa e l’aristocrazia storcevano il naso per l’odore nauseabondo che si sprigionava così vicino al mercato di bestiame.

All’improvviso un altro rumore metallico più cupo, più intenso, quello di un bastone con il puntale in ottone che colpiva il lastricato, scatenò il panico: era la camminata di Addolorata Rosolis, la governante napoletana del Maggiore Guido Gian, che faceva il suo ingresso al mercato. Durante la sua passeggiata mattutina, la Dora terrorizzava con i suoi insulti i venditori ambulanti che abbassavano lo sguardo o giravano le spalle per ignorarla. Speravano che se ne andasse a sputare fiele su qualche altra povera vittima. Non potevano mandarla a quel paese né dirle di raggiungere nell’infamia l’intera sua stirpe. Tutti sapevano che era protetta dalla malavita romana capeggiata in quella zona dal fosco e pericoloso Er Negro. Gli amici della Banda erano intoccabili se si voleva evitare di avere rogne o di mettere in pericolo la propria vita. Davanti alla vecchia donna, vestita di nero con un fazzoletto in testa, tutti i venditori si sentivano come bambini davanti a quella della Befana il giorno dell’Epifania. Dovevano pensare a quello che avevano da rimproverarsi per le azioni passate: avrebbero meritato di trovare caramelle nella calza appesa al camino oppure pezzi di carbone provenienti dalle tasche della strega vestita di nero?

Dora Rosolis era di cattivo umore quella mattina. Cercava prodotti freschissimi per preparare vecchie ricette popolari. Tornata dalla sua visita annuale alla sorella che viveva in provincia di Avellino, nella parte più interna della Campania, era amareggiata di trovare nella capitale ingredienti di qualità mediocre. I suoi rari momenti di felicità erano sempre offuscati da un’amarezza che si trascinava dall’infanzia. Nella sua città natale, la sorella allevava pollame che sgozzava con le sue mani la mattina stessa prima di prepararlo per pranzo e coltivava il suo orticello da cui otteneva la verdura che coglieva all’alba per esaltarne il sapore. La sua cucina era solare come la freschezza della rugiada che arriva in gola e il calore dell’astro che penetra nello stomaco… A Roma, la governante non poteva fare come la sua sorella in Irpinia sopratutto dopo la morte del marito, guardiano e giardiniere nella vasta proprietà di un uomo politico nella parte alta di via Cassia. Dora non aveva più la forza fisica per occuparsene. Non poteva più conservare la tradizione di cucinare con i prodotti suoi. Li restava solo la gioia di perseguitare quei contadini fannulloni che vendevano prodotti raccolti diversi giorni prima: sbraitava rumorosamente per fargli sapere cosa pensava di loro. Per stuzzicare l’appetito del padrone con un apristomaco, aveva scovato delle chiocciole dalle carni scure ma con il guscio bianco, le cosiddette ciammarichèdde, che venivano raccolte dopo le prime piogge di marzo sulle piante fiorite di cicoria selvatica. Verificò che le lumache fossero state correttamente spurgate per il tempo necessario controllando la bava presente nel recipiente e subito scaraventò le bestioline morte in faccia al venditore senza dire una parola. Avrebbe voluto prepararle distese su una fetta di pane abbrustolita al forno e accompagnata da pomodori fritti all’aglio, insaporiti con peperoncini rossi e conditi con aceto. Dai vaccinari venuti da Trastevere, Sora Dora trovò finalmente un bel pezzo di vitello che stava cercando per un piatto romano che piaceva molto al Maggiore Guido Gian. Le fettine di vitello erano rosee al punto giusto e freschissime; meritavano che ci si prendesse cura di loro con una cottura veloce per evitare di farle asciugare troppo e per offrire al palato tutta la loro delicatezza, però rimase inorridita dal prezzo e lo disse subito al macellaio che aveva di fronte. Il commerciante tentò di giustificarsi davanti ai suoi clienti:

Eh cara signora, la roba buona si paga! Non si mercanteggia più, vede il cartello: «Prezzo fisso!» – si vantò.

Iamm’, nun perdimmo ccchiù tiempo Don Vicie’, – si spazientì incredula la vecchia signora.

Le faccio veni’ da Salierno fino a ccà pe le fa trovà bone! Cheste so pazzie che se fanno pe… – tentò di spiegare con fierezza il macellaio per informare i clienti della provenienza della carne e far capire che il prezzo ragionevolmente alto era dovuto alla qualità migliore.

No, non so’ cose de pazz’, so’ cose de birbante, de scellerato! – strillò Dora dandogli del ladro e del poco di buono davanti ai clienti sbalorditi.

Chisto è stato n’insulto bello e buono, ‘nanze a la gente in pubblica strada, – disse il venditore rinfacciandole l’offesa che aveva ricevuto davanti a tutti.

Non voglio spennere denare, – si ribellò la donna che non voleva sprecare soldi.

Che denare, ve pare, sette o otto solde so’ denare? – si indignò il commerciante per i pochi spicci che erano in gioco in quella disputa puerile.

  • Se capisce che so’ denare, compare mio bello! – s’incazzò Dora – Have lo coraggio de lo mettere a doie lire, lazzarone ?

Anche se non erano soldi suoi ma quelli dell’ufficiale dell’Arma che aveva come padrone, per lei anche una moneta contava e non ne avrebbe buttata neanche una per la spesa.

Eh, va buono, se dice accussi! – tentò di calmarla il commerciante.

Sangue de Bacco, m’arrubbaie? Che piezzo de sforcato! – lo insultò la governante lasciandogli la metà di quello che gli doveva e andandosene senza dire altro.

  • Ma comme, neh? – si arrabbiò il macellaio ritrovandosi in mano solo pochi spicci.

Anna Magnani nel film « L’ Onorevole Angelina »

Tratto dal romanzo « PIAZZA REPUBBLICA », il volume Due della trilogia del romanzo Noir Historique « Piazza Fontana » scritto da Patrice AVELLA

per le Edizioni IL FOGLIO LETTERARIO per il 2018

Patrice AVELLA

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