Bruno - Silvia Mazzocchi

Bruno – Silvia Mazzocchi

Discese personali all’inferno sottoforma di peluche, scorci e squarci di periferia, comunque meno taglienti degli sguardi della gente, ricordi che vorresti sotterrare. Questo il presente che ci racconta Silvia Mazzocchi in un’altra bella prova di scrittura, l’ennesima che siamo contenti di ospitare nelle nostre pagine.

Bruno

Leggo il cartello “Bonefro” e il treno regionale rallenta, fino a fermarsi del tutto. Dal finestrino arriva l’odore della mia infanzia e mi lascio trasportare dall’antico profumo delle giornate belle. Dura solo un attimo, appena scendo percepisco il giudizio della gente, una signora anziana scuote la testa, la giornalaia finge di non riconoscermi e nessuno mi saluta. Una bimba piccola mi indica e viene subito subito strattonata via dalla mamma. Io merito solo sguardi colmi di rancore.

Sono fuori posto, come se dieci anni di successi non fossero mai esistiti, tutto quello che ho costruito, qui non è reale. Il mio cappotto rosso – un po’ eccessivo – sembra quasi urlare alla gente “chi sono”, loro rispondono all’urlo sbattendomi in faccia il loro disprezzo. Sono la figlia ingrata che è scappata di casa, abbandonando un fratello drogato e una mamma vedova.  Lascio alle mie spalle gli sguardi di disapprovazione e mi incammino verso la Piazza della Stazione, mi accoglie come se stesse aspettando il ritorno di chi, invece non voleva tornare più.

C’è profumo di Natale e sa di zucchero e buoni sentimenti, è l’odore delle case dell’infanzia. Come quella dove sto andando, prima di andare dal notaio.

Mi dirigo verso la mia vecchia casa, l’intonaco ha visto giorni migliori, apro il portone in legno e, appena varco la soglia, mi colpisce una raffica di nostalgia. Percorro il corridoio verso la mia camera che, immagino, che sia stata adibita a salotto o studio, invece appena apro la porta scopro che tutto è rimasto tale e quale. C’è anche Bruno sul mio letto, lo guardo e il senso di colpa mi schiaccia.

Bruno, un enorme maiale di peluche, il regalo di mio fratello Fabrizio per il Natale del 1989. Adoravo i maiali per questo mi regalò Bruno, era talmente grosso che lo usavo come cuscino, ed è sempre lì, sul mio letto. Ero certa le mie cose fossero state gettate via anni fa, invece tutto è come fermo nel tempo e sembra aspettare il mio ritorno. Mi chiedo se mia mamma in questi anni ha spolverato la mia stanza ogni giorno, penso quanto ha sofferto circondata solo da oggetti, come unico ricordo dei suoi figli. Ha mantenuto viva la mia presenza, nonostante io le abbia donato solo la mia assenza. La immagino mentire con le amiche, dicendo loro che ci sentiamo spesso, non l’ho mai chiamata in dieci anni e non potrò farlo più. Fabrizio invece è stato perdonato, per anni è stato il tossico del quartiere, da morto e si è guadagnato il titolo di “figlio devoto” rimasto vicino alla madre malata. Il bersaglio sono diventata io, “la scappata di casa” per inseguire lo scintillio della fama.

Osservo le fotografie ingiallite dal tempo attaccate alle pareti con le puntine colorate; i vecchi amici mi guardano, Fabrizio sorride, mio babbo è sul punto di parlarmi, ma nessuno dice niente.

Mi stendo sul mio lettino e il cuscino profuma di sapone di Marsiglia, abbraccio Bruno e ripenso al Natale del 1989, mia mamma tira la sfoglia in cucina, mio babbo è sprofondato sul divano, guarda il TG1 quando Fabrizio entra in casa con l’enorme regalo di Natale per me. Accendo il vecchio televisore e due occhi azzurri mi fissano, sorrido alla Tv che mostra chi sono nel presente. Le vecchie foto alle pareti mostrano quello che ero e che, dieci anni fa, non volli essere più.  Il pomeriggio, nell’ufficio del notaio firmo le carte per la successione, lascio tutto a Don Mario, il parroco che si è battuto per salvare Fabrizio dalla droga. Mi avvio in stazione e, con Bruno sottobraccio, prendo il primo treno per Milano e mi lascio di nuovo Bonefro alle spalle.

Questa volta, per sempre.

Silvia Mazzocchi

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