Dardano Sacchetti – Panchina (non solo briciole per pennuti ma punti di vista e riflessioni babeliche di un mestierante ribelle)

Quando il sogno svanisce, si staccano

le foglie

                      in fondo al vento s’agitano pensieri, quei pensieri che attraversano l’anima come rasoi

pensieri non idee

mentre la tempesta non si placa sotto l’urto delle vite contrarie, diverse, elettive, aliene, disperse ma mai, mai inutili

sono vite godardiane

seduto sulla mia panchina, osservo nevicare dolcemente foglie che vanno a coprire i viali dei passi golosi e denudano il bosco. Ed ecco, all’improvviso, vedo il cielo. Vedo oltre il suo azzurro infantile, vedo lontano fino ad un mare conosciuto mentre il tramonto indora un molo in disuso, ruggine e disperazione, dove nella fissità dell’occasione sciupata brilla lieve e timida un’unica luce, quella di Perdida Blue. Un luogo, un locale, un via vai di gente, un ritrovo un qualsiasi Rick’s bar dove ozionano, in attesa di ingaggio, vecchi marinai che non naufragheranno mai più perché già naufragati. Un posto sudaticcio che sa di fame e sangue, dove si scambiano versi, commerci, insulti, rutti e speranze disperate. Il fumo satura ogni poro mentre l’odore del wiskey si miscela a vomiti ed urla di pazzia o dolore. Sulle pareti scrostate ed ammuffite, i porti, tutti i porti del mondo: Kandahar, il ponte di Messina, le Torri gemelle, il viale del tramonto, Haiti, Chernobyl, Gaza, Mosul, il Golfo della Sirte e gli altri. Porti dove si parlano tutte le lingue, dove Perdida Blue canta per i maschi in calore. Ma quella sera cantava solo per lui. Per il suo marinaio sconosciuto. Aveva una faccia d’attore, un film di Wim Wenders. Una storia di angeli. Quel tipo, lo sconosciuto, gli somigliava. Non proprio bello, ma figo. Come l’angelo del film, si disse e s’innamorò perdutamente. In fondo lei era Perdida e immaginò il suo sesso duro quanto il microfono che teneva nelle mani. Lo strinse.

«Zolotaja golova…» gli sussurrò avvicinando le labbra rosse al suo orecchio e lo sconosciuto rispose che nessuna lo aveva mai chiamato così.

«Perché nessuna ti ha mai fatto vedere i miei tatuaggi» gorgheggiò Perdida Blue riprendendo a cantare con sensualità crescente trasformando il locale nella sua alcova. 

«Perché?» chiese lo sconosciuto. Lei lo guardò con occhi smeraldo.

«Ti ho riconosciuto: sei il mio assassino e mi ucciderai» sussurrò con un filo di voce emozionata, soffiandogli un bacio mentre si avvicinava ubriaco e malfermo sulle gambe un vecchio marinaio privo di una mano al cui posto aveva un uncino. Disse con voce sgradevole:

«Attento…. quei tatuaggi… una trappola per babbioni… sotto quella faccia rifatta c’è una vecchia troia…»

«Zitto! Vattene!» urlò Perdida.

Lo sconosciuto si alzò, gettò dei soldi sul tavolo e andò via.

Perdida pianse. Sapeva che sarebbe andato via come tutti gli altri. 

La vita è un’oasi nel deserto, pensò, solo un’amara illusione. Quella notte il suo letto sarebbe rimasto freddo, senza umori di maschio, eppure gli avrebbe fatto vedere i suoi tatuaggi.

Ma lo sconosciuto si era fatto inghiottire dalla notte, salpato per Gibuti, Città del Capo, Tangeri, Buenos Aires o chissà quale altra breaking news. Sugli alberi le foglie ebbero un brivido

Un rumore la strappò al sonno. Un rumore sordo. Come un colpo contro la parete. Attese qualche istante ad inseguire il sonno

poi aprì gli occhi. Lo sconosciuto non era accanto a lei. Ma il suo posto nel letto era ancora caldo e sapeva di maschio. Questo stronzo adesso se la squaglia, pensò Perdida Blue e lo cercò nel buio profondo della stanza dove c’era tutta la sua esistenza.

Lo vide. Era nudo, come lei, piegato verso terra. Raccoglieva i vestiti sparsi sul pavimento. Sorrise pensando alla follia della notte passata. Avevano scopato senza fermarsi un istante, come se fosse l’ultima cosa da fare.

«Aspetta, ti faccio un caffè» disse.

«Ho fretta» rispose lo sconosciuto.

«Di che hai paura, che ti faccia una scenata?» 

Lo sconosciuto si drizzò e chiese: «Dov’è la mia gamba?»

Aveva solo la sinistra, la destra era tagliata sopra il ginocchio, la coscia devastata da una brutta cicatrice.

«Scharapnel?»

«Dov’è?» chiese con rabbia lo sconosciuto.

Perdida Blue allora accese accese la lampada sul comodino. Una pallida luce azzurra ammorbidì la stanza. «Non la vedi?» disse e aggiunse «Guarda meglio marinaio». 

Lo sconosciuto la guardò. Perdida Blues offrì il suo corpo nudo allo sguardo dell’uomo. Il suo corpo, la sua pelle nivea, i suoi seni, il suo ventre…

Improvvisamente la vide. La sua gamba. Tatuata sulla pelle della donna.

«Ridammela» urlò.

«Prendila» sorrise Perdida Blue «Prendi anche me…» aggiunse mentre dischiudeva le cosce.

«Voglio solo la mia gamba, cazzo!» urlò e allungò la mano verso il corpo della donna mentre cominciava a vedere gli altri tatuaggi. Erano tanti, coprivano l’intero corpo. C’era di tutto: falling men, droni, movide, giovani in rave party, hippies, giovani nazi, cavalieri del Bushido, gaypride, sharia, iceberg, cortei me too, valanghe di selfie. C’era anche una mano.

«Lo sai di chi era?» chiese Perdida Blue e lo sconosciuto rivide l’uomo con l’uncino.

Poi Perdida Blue disse: «Ti amo» e lo accarezzò, quindi si voltò mostrandogli la schiena nuda, la pelle bianca, immacolata e sensuale. C’era una piccola foglia tatuata sotto la nuca. Si staccò e scivolò lentamente lungo la spina dorsale per andarsi a perdere nell’insellatura tra le morbide natiche. «Che vuol dire?» chiese lo sconosciuto.

Perdida Blue prese una piccola automatica nel suo comodino. Nella notte si sentì l’eco di una detonazione.

Le luci del ritrovo si spensero. Il molo sbiadì, come un ricordo.

Sono ancora seduto sulla mia panchina. Leggo le notizie riportate da un giornale. La tempesta sembra passata, le foglie non cadono più. Ma una ultima piccola foglia viene giù ondeggiando e plana sul giornale. La guardo. Sento la sua domanda. Rispondo:

«Lo so, non meritiamo il tuo meraviglioso autunno» aggiungo, alzandomi «siamo umani».

La tempesta apre e chiude mondi fragili come foglie che cadono e dimenticano per rinascere e sbagliare ancora.

Dardano Sacchetti

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