Davide Ricchiuti - Come un cristallo di neve che si scioglie nel sangue

Davide Ricchiuti – Come un cristallo di neve che si scioglie nel sangue

COME UN CRISTALLO DI NEVE CHE SI SCIOGLIE NEL SANGUE

Spingevo la garza sulla ferita del braccio quando ho visto un fiocco di neve cadere.

Appena uscita dall’ospedale mi sono diretta verso l’auto e, invece di aprire la portiera per entrare, mi sono appoggiata allo sportello ancora chiuso. Non so perché, ma mi sono fermata a guardare i cristalli di neve scivolare sulla carrozzeria e sciogliersi per terra. Fino a che uno di quei fiocchi si è depositato proprio sulla macchia di sangue che traspirava dalla mia garza. L’ho visto in tutta la sua perfezione geometrica. Come se in quel momento i miei occhi fossero un microscopio, ho dissezionato quel cristallo di neve con lo sguardo. Finché l’ho osservato sciogliersi nel sangue.

Ero concentrata su questo quando ho notato che il nevischio adesso era quasi tempesta. E nella quasi tempesta mi è sembrato di vedere una ragazza, a poca distanza, fare dei gesti con le braccia rivolti nella mia direzione.

Ho chiuso gli occhi un attimo cercando di ricollocarmi nello spazio. Mi girava la testa. Ho pensato: «Parcheggio. Ospedale. Ferita». Quando li ho riaperti, però, ho notato che quella ragazza si stava rivolgendo davvero a me. Era appoggiata a un’auto poco distante e si sbracciava nel freddo. Non sapevo bene cosa fare. Alla fine le ho sorriso. A quel punto lei ha alzato un po’ la voce per farsi sentire. Ha detto che voleva solo sapere che ci facevo sotto la neve, se era tutto ok, se stavo bene.

Ho risposto «Sì sì» e poi non avevo proprio idea di cos’altro dire, ma per essere gentile ho aggiunto «E tu?»

Lei ha sorriso e ha detto «Io sto bene, ma tu sei sicura che non hai bisogno di aiuto?»

«Sicura, grazie.» E lei ha continuato: «È solo che ho notato che ti massaggiavi una ferita sul braccio in un modo un po’ strano. Ho anche visto qualche goccia di sangue cadere.»

A quel punto ho detto «Mi drogo», mantenendo un tono grave.

Lei si è incupita per un secondo, ma poi ha sorriso: «Ma che dici, hai troppo la faccia da brava ragazza».

Ho detto: «Vedrai di cosa sono capace quando mi sale l’effetto nelle vene».

La ragazza è diventata seria e si è avvicinata a me. Mi ha osservato per alcuni secondi.

Odiavo parlare con gli sconosciuti. Ma all’improvviso ho sentito tutta la tensione dei miei muscoli sciogliersi nei suoi occhi e sono scoppiata a ridere sotto la neve.

Ho detto: «Dai non prendermi sul serio».

A quel punto anche lei ha sorriso. Si è chiusa il cappotto e ha detto: «Che freddo!»

Io ho aperto lo sportello: «Se vuoi puoi salire anche tu», le ho detto, «mi hanno raccomandato di aspettare un po’ prima di rimettermi alla guida».

«Ok. E comunque non sarà facile girare per le strade ora», ha risposto.

Ci siamo sedute e ho acceso il riscaldamento.

«Quindi hai fatto un prelievo?», mi ha chiesto.

«Ho fatto una donazione», ho risposto.

«Che brava. Io non ho mai donato il sangue a nessuno».

«Neanch’io prima di oggi».

«Allora hai scelto il giorno giusto per fare una buona azione. Lo vedi che sei una brava ragazza, che doni il sangue a Natale?»

«Io non è che credo al Natale», ho detto, «solo che è capitato».

«Ah ok, comunque neanch’io credo al Natale, ma mi piace l’atmosfera».

«Tipo?»

«Tipo questa della neve che scende e fa buio presto e ci sono luci dappertutto nelle case. Cose così, insomma».

«Ah sì, le luci sono belle. Ma la neve non so. Non mi fa impazzire».

La ragazza a quel punto è saltata sul sedile e ha tuonato: «Cosa?!»

«È la verità», ho detto.

«Senti, l’altro braccio è sano?» mi ha chiesto lei d’impulso.

«Sì perché?», ho risposto.

«Posso connettere il mio telefono alla tua radio?»

«Sì, ok, ma perché?»

Senza rispondermi la ragazza ha messo play su Spotify del suo cellulare, ha alzato il volume, e mi ha trascinato fuori dall’auto. Siamo state inondate da vortici di neve nei capelli, io ho abbassato i finestrini e chiuso gli sportelli che lei aveva lasciato aperti. Nel frattempo, la mia sciarpa è volata poco distante da lì.

Lei ha detto: «Ascolta bene adesso, fra poco parte la batteria».

E quando la batteria è partita davvero, lei ha iniziato a cantare Uhhhhh, Uhhhhh, Uhhhhh, seguendo la melodia di quel pezzo. Io non sapevo nemmeno chi fosse il cantante ma non ho avuto il tempo di chiederle niente. A dieci secondi di canzone lei stava già girando intorno a me che raccoglievo la sciarpa, teneva il tempo con i piedi e mi prendeva per mano, la mano del mio braccio sano. La stringeva nelle sue ogni volta che si avvicinava per fare un passo di quella sua danza un po’ classica, un po’ sconnessa. E poi ha gridato nella tempesta: «Senti la cassa che ritmo! Senti la melodia! Non è perfetta da ascoltare sotto la neve?»

«Che canzone è?», ho chiesto

«Blood Bank, è di Bon Iver. Ti piace?»

«Sì, mi piace», ho risposto, «ma siamo nel parcheggio di un ospedale, è Natale, c’è una tempesta di neve e io dovrei stare seduta ancora un po’».

Lei ha detto: «Mi eri sembrata una tipa vagamente noiosa all’inizio, quando ti ho visto. Ma mi avevi anche fatto tenerezza, sembravi persa in pensieri più grandi di questo parcheggio. E invece ora lo so!»

«Cosa?», ho chiesto.

«Che non sei solo un po’ noiosa, sei tutta noiosa!» e si è messa a ridere mentre continuava a ballare intorno a me.

Io non riuscivo a sentirmi libera come lei, ma una specie di scarica elettrica ha iniziato a nuotarmi nelle arterie. La sentivo che pulsava dal cuore verso le mani, gli occhi, le gambe. L’energia di quella ragazza mi attraeva. Stavo entrando in un cerchio di movimenti fuori luogo. Lei ha gridato: «Guarda! Quel palo della luce in mezzo alla tempesta si muove più di te!»

E alla fine l’ho fatto. Ho ballato anch’io. E ridevo, ridevo perché sapevo che lei aveva ragione.

Lei cantava:

Then the snow started falling

We were stuck out in your car

You were rubbing both of my hands

Chewing on a candy bar

E il suo corpo era vicino e lontano e vicino e lontano ancora. Io ero impacciata ma vibravo di vita adesso. Lasciavo che lei mi stringesse le mani fino a farmi male. Poi per un istante ci siamo sfiorate le guance e quando ci siamo trovate occhi negli occhi lei ha detto: «Lo vedi? Questa canzone siamo proprio noi, c’è la neve, la tua auto, le nostre mani, solo che io non ho nessuna candy bar».

Ho risposto: «Beh, io ho qualcosa da mangiare nel baule».

Lei ha lasciato la presa del mio braccio sano e ha detto: «Wow, in effetti sarà già ora di pranzo».

Ho detto: «Sì ma oggi non è un pranzo qualsiasi».

«In che senso?»

«È il pranzo di Natale, te lo sei dimenticata?»

La musica continuava a pulsare, la voce di Bon Iver era moltiplicata con qualche effetto strano, e le chitarre della canzone lanciavano lunghi riverberi nei momenti in cui la cassa smetteva di battere.

La ragazza ha detto: «Hai ragione. Sai che forse questo è il Natale più bello della mia vita?»

Solo a quel punto ho pensato che non sapevo niente della sua vita. Non sapevo perché era stata in ospedale, se c’era stata proprio lei o un parente o un amico o che ne so.

La tempesta di neve stava diminuendo d’intensità adesso, ma i suoni della canzone che si propagavano all’aperto sembravano più ovattati rispetto a pochi minuti prima. La neve già riposava a qualche centimetro dal terreno.

Quando la canzone è finita ho guardato il telefono e avevo parecchie chiamate perse dei miei. Ho sentito tutta l’energia che avevo addosso svanire in un secondo. Ho detto alla ragazza che mi sarebbe piaciuto restare ma dovevo proprio andare.

Lei mi ha risposto: «Ma come?»

Ho detto: «Mi ero dimenticata che le cose che ho nel baule le ho comprate per portarle a casa dai miei. Abbiamo dei parenti a pranzo».

Lei si è ricomposta adesso che la musica non c’era più, è entrata in auto e ha chiuso lo sportello.

Io mi sono affacciata al finestrino aperto e le ho detto: «Possiamo aprire un panettone se ti va, tanto ne ho presi tre».

Lei ha cambiato tono e ha premuto il tasto per chiudere il finestrino. Ha detto: «Scusa, dovevo immaginare che avevi da fare. Sono proprio stupida. Recupero il telefono e vado».

Ma io ho preso un panettone al cioccolato fondente dal baule e sono salita in macchina.

Ho detto: «Non sei stupida, sei divertente».

«Dici? Quindi se invece di essere divertente io fossi più noiosa saresti rimasta?»

«No, ma che hai capito», le ho detto. «Mi piacerebbe stare qui, con te. Ma non posso, è Natale».

«Lo so», ha risposto lei, «è solo che sentivo un’energia scorrermi dentro da quando ti ho visto, prima. Tutto qui».

«Se è per questo, anch’io la sentivo. E la sento ancora», ho detto.

«E sei felice?» mi ha chiesto lei, fissandomi negli occhi.

«Di cosa?»

Lei non ha risposto.

Io ho guardato fuori dal finestrino. Ho detto: «Sì che sono felice». Poi ho cercato il coraggio per voltarmi verso di lei. Era difficile dirglielo guardandola negli occhi. «Ma sono imperfetta», ho detto.

«Tutti lo siamo, no?» ha risposto lei.

Poi c’è stato un silenzio di qualche secondo, il cielo era diventato di un arancione artificiale quasi fastidioso. Era colpa della neve per terra, che rifletteva sulle nuvole la luce dei lampioni. Si accendevano uno dopo l’altro ora, anche se non era ancora arrivato il buio.

Ho guardato il panettone e, senza aprirlo, gli ho detto che quello era tutto per noi. Lei ha detto: «Sarebbe la prima cosa che mangio da quando mi hanno dimesso».

«Eri ricoverata?» ho chiesto.

«Già».

«Che ti era successo?»

«Niente che non avessi voluto io stessa».

«Che vuol dire, scusa?»

La ragazza si è girata verso il finestrino e ha detto: «A quattordici anni mi hanno portato in una struttura psichiatrica».

Poi si è voltata verso di me, che ero immobile ad ascoltarla.

Ha detto: «Lì dentro mi chiamavano la bella compulsiva. Volevo sempre guardare una registrazione in bianco e nero del balletto de La Bella Addormentata. L’avevo visto in TV una mattina che ero rimasta a casa da scuola e me n’ero innamorata. Nel senso che amavo proprio Aurora Darcey, la ballerina. Adoravo le sue gambe, i suoi piedi, i suoi movimenti, il suo sorriso, tutto il suo corpo. È stata la prima volta in cui ho sentito quella cosa che tutte le mie amiche chiamavano amore. Era tutto così spontaneo e vero per me, che un giorno l’avevo anche detto a mia madre. Lei aveva notato dei disegni sul mio diario e si era incuriosita. Disegnavo me e Aurora che ci baciavamo, che danzavamo nude, che formavamo una X con i nostri corpi incrociati in volo sul palco di un teatro. E mia madre ha pensato di portarmi da un dottore».

«Davvero?»

«Il dottore ha detto che avevo un disturbo. Ha detto che c’era qualcosa riguardo all’amore in me che andava corretto. Io avevo risposto che ero solo innamorata degli esseri umani, che male c’era?»

L’ho fissata, cercando di capire se mi avrebbe raccontato qualcos’altro.

«Non c’è molto altro da dire», ha detto lei, quasi leggendomi i pensieri. «Ho fatto terapia per due anni e quando ne sono uscita ho passato il resto dei miei giorni chiusa nella mia stanza. Ascoltavo musica e guardavo film. Questa è stata la mia vita da allora. Avrei voluto frequentare l’università, fare un corso di danza. Ma mi mancava il coraggio. Non riuscivo più a fare niente, zero. L’unica vera decisione che ho preso nella mia vita è stata quella di non vivere più».

«Ma come ci sei finita in questo ospedale?», ho trovato il coraggio di chiedere io.

«Ieri ho sentito mia madre discutere con mio padre. Dicevano peccato che non abbiamo avuto altri figli, e cose del genere. Con quelli avrebbero potuto rimediare la situazione, etichettarmi come un’eccezione che conferma la regola. È stato a quel punto che ho pensato che se ero un’eccezione, allora avrei potuto fare cose eccezionali. E così ho rubato l’auto aziendale di mia madre e mi sono diretta nel paesino più remoto possibile. Ho controllato su Google Maps che fosse davvero un posto isolato, di campagna, con un campo e un fiume. Ho portato con me un cacciavite per svitare le targhe e ho buttato in acqua i documenti dell’auto insieme alla mia carta d’identità e tutto il resto. Poi mi sono nascosta nel campo. Sarà stato il tramonto quando ho perso conoscenza. Mi ero portata una siringa per iniettarmi nelle vene del braccio i principi attivi degli psicofarmaci che non avevo preso anni fa, durante il trattamento. Li avevo frantumati e tenuti nascosti per tutto questo tempo. Pensavo che, con una soluzione liquida aggiunta nella siringa, adesso tutto sarebbe andato per il verso giusto. L’ultimo ricordo che ho è un cristallo di neve che si era depositato proprio sulla macchia di sangue che sgorgava dalla ferita. Ho guardato meglio il braccio, come se in quel momento i miei occhi fossero un microscopio, e ho visto quel cristallo di neve in tutta la sua perfezione geometrica».

«Che cosa è successo poi?» ho chiesto. Ero molto nervosa adesso, il cuore mi batteva in modo irregolare, accelerato.

Lei ha detto: «Nei pochi istanti prima che il fiocco di neve si sciogliesse ho pensato che forse mia madre e i dottori avrebbero voluto che la mia vita fosse come quel cristallo. Che aveva creato intarsi geometrici dentro le impurità delle nuvole, prima di trasformarsi in neve. A me sembrava di essere stata obbligata a fare la stessa cosa. Costretta dagli altri a disegnare un percorso che avesse un senso in mezzo alle imperfezioni della mia vita, prima di poter amare qualcuno».

Io ho spostato lo sguardo dagli occhi della ragazza al mio braccio perché ho iniziato a provare un gran dolore all’altezza della ferita. Ho notato che aveva ripreso a sanguinare. La garza dovevo averla persa. Forse prima, ballando. Ora al posto della benda c’era un cristallo di neve. Si stava sciogliendo nel sangue.

Mi girava la testa. Ho chiuso gli occhi un attimo per ricollocarmi nello spazio. E ho sentito qualcuno vicino a me che diceva qualcosa tipo «Parcheggio. Ospedale. Ferita».

Davide Ricchiuti