Elena Giustini - "Viaggio lento in quattro giorni"

Elena Giustini – “Viaggio lento in quattro giorni”

E come ha scritto Mirko Tondi “… io mi fisso su certi massi quasi in bilico sui boschi scoscesi: mi affascina il loro equilibrio così solido e precario allo stesso tempo.”

Venerdì

Viaggio da sola e parto con un’ora di anticipo tanta è la voglia di fermarmi. Nessuna fretta di trovare quello che cerco e chissà se poi lo troverò. Questa lunga attesa sul binario mi fa pensare che quando sarò in pensione dovrò ricordarmi di venire a Campo di Marte a vedere i treni, perché è una stazione di transito e quelli che non si fermano vanno come le schegge. “Allontanarsi dalla linea gialla!” Ecco la mia Freccia Argento per Bolzano, il cuore accelera e non riesco a spianare il sorriso, spero che nessuno fraintenda e che arrivi solo l’energia del mio buonumore. A Bologna il treno riemerge dalle gallerie dell’Appennino e mi giro insieme a tutti gli altri passeggeri per vedere un aereo appena decollato fermo a mezz’aria sopra le case. Velocità e direzione dei due mezzi hanno prodotto un effetto ottico che ha dato il via a un po’ di chiacchiere in un vagone dove tutti erano impegnati con il proprio cellulare. Io alle prese con il mio libro Istruzioni di fuga per principianti perché è questo che sono, una principiante in fatto di viaggiare sola e ho dovuto fuggire per farlo. L’ultimo incubo prima della partenza è stato lo scenario di una stazione nel nulla dove non c’era proprio nessuno, senza cartelli informativi, roba da non farcela nemmeno a trovare la fermata del bus per arrivare a Selva di Val Gardena. La realtà

mi ha resa felice facendomi sbarcare in una Bolzano briosa, piena di gente indaffarata e sorridente, che ho programmato di
visitare durante il viaggio di ritorno.

La giovanissima Micaela proprietaria insieme al marito del rifugio Friedrich August (2300 m s.l.m.), viene a recuperarmi al capolinea perché la stagione estiva non è ancora iniziata e non ci sono pullman per raggiungere il Passo Sella.

Scendo dalla macchina con la maglia a mezze maniche e avverto la pelle libera di sentire il vento che nelle orecchie fruscia.

Non prendo neanche fiato, svuoto lo zaino dal superfluo e mi avvio in senso antiorario sull’anello dei sentieri che circondano il Sassolungo e il Sassopiatto. Non ho nessun obbligo di arrivare al Rifugio Comici (che bellezza!) e mi fermo in un punto imprecisato della Città dei sassi dove assisto alla lezione di arrampicata di un padre alpinista al figlio. Le Torri del Sella sullo sfondo materializzano lo scopo

di quegli esercizi.

Per la prima volta sono sola accanto alle rocce che
mi sfidano. Guardo le vette e non le chiamo verso
di me, non gli chiedo più di entrarmi dentro a
cancellare sofferenze e rassegnazione. Ora sento
che la distanza tra noi è quella giusta e loro, libere
dalle mie gravose richieste si lasciano guardare. Devo affrettarmi se voglio vedere il tramonto dalla veranda del rifugio, sembrerà un aggettivo sbagliato ma la realtà è che sono avida di tramonti.

Sabato e domenica

Credo che l’alba sia il momento più freddo delle ventiquattro ore. Ho dovuto mettermi tutto quello che mi sono portata e sopra il pigiama, per star fuori a fotografare il Sassolungo e le vette dal Latemar ai Denti di terra rossa, infuocati come nessun tramonto, me li aveva mai mostrati. Sono felice di essermi presa per mano e accompagnata attraverso le mie paure in questa natura sfacciatamente vanesia, che per fortuna non risparmia di mettere in mostra neanche un briciolo della sua bellezza.

Per questi due giorni ho scelto dei sentieri che io chiamo “da passeggino” e che sono molto frequentati, perché camminare da soli in montagna comporta sempre un rischio maggiore. Ho controllato le previsioni ed ho informato il personale del rifugio dei

miei spostamenti. Sono sicura di avere con me esperienza, preparazione e attrezzatura adeguati. Posso incamminarmi e pensare: al deserto per esempio. Quando l’ho visto, mi ha fatto salire l’angoscia. Le parole di entusiasmo che mi aveva regalato un’amica prima di partire non servirono a farmi stare meglio. Il mio corpo s’irrigidì e sentivo solo il desiderio di andarmene prima possibile. Nessun confine visibile in nessuna direzione, nessuna via, nessuna tappa, non c’era scelta e non poter scegliere per me non è libertà. Non potersi fermare dopo un piccolo traguardo non mi dà riposo. Credo che sia per questo che amo i monti, li sento parte del mio modo di vivere. Posso scegliere uno dei sentieri che qualcuno ha già segnato e di cui mi posso

fidare, un rifugio, una sosta. Domani un altro obiettivo, un altro punto di vista, altra vita da vivere con coraggio. Ed eccomi arrivata da Lorenzo del rifugio Sandro Pertini. Vedo che ha fatto dei notevoli cambiamenti anche quest’anno e diventa un posto sempre più confortevole.

Altra meta è il rifugio del Col Rodella.
Sorge come una Meteora greca su un picco
che si può risalire arrampicandosi per la
via ferrata da un lato o per il ripido
sentiero dall’altro. Da lassù si ha una vista
“all inclusive” sulle dolomiti della Val di
Fassa. Mentre salgo mi domando cosa
troverò dentro di me e la risposta davanti a
questo spettacolo arriva veloce: la capacità di adeguarmi alle nuove modalità che il mio corpo richiede per arrivare dove mi piace. Faccio una lenta piroetta con la telecamera del cellulare e giro un piccolo video da postare su Facebook perché non

sono così egoista da tenermi tutto per me.

Giugno così caldo non è per niente normale, mi sono perfino addormentata al sole distesa sul prato accanto al Pertini, con indosso solo una canottiera. Peccato perché cambierà tutto nella natura e il panorama dei ghiacciai rimarrà un ricordo. Se i pascoli saranno diversi cambieranno anche i sapori di

certi cibi tipici o semplicemente del latte come quello crudo che bevo alla mia malga preferita, quella del Sella.
Al rifugio dove alloggio la cena di stasera è stata sorprendente perché il pavone si è messo in testa di sedurre i clienti e ha danzato con la sua ruota per tutto il tempo. E mentre noi umani abbiamo fermato forchette e mandibole, le mucche highlander hanno continuato a pascolare indifferenti. È un posto dove i bambini si divertono e credo che sia uno dei motivi per cui l’ho scelto, per far felice la bambina che sono

stata e che ancora vive in me.

Cattura

La ronda del falco lega il tempo sempre più stretto e si ferma. Lui piega le ali, scende in picchiata fino al suolo d’erba
e non vedo, immagino.

Lunedì

Mi sono concessa un’ultima passeggiata prima di colazione e sono stata fortunata. Le marmotte alle sei di mattina scorrazzano senza paura, sembra che stiano giocando, e un branco di stambecchi scende al trotto verso il bosco della vallata sottostante il rifugio. È stato il rumore degli zoccoli a farmi voltare in quella direzione. Magnifici!

E ora partenza, oggi viaggerò a piedi, con la funivia, con il pullman, con il treno e con la tramvia. Lentamente tornerò a Firenze facendo una breve sosta a Bolzano. Qui visito la

Chiesa dei domenicani ed il Duomo, poi mi perdo tra i portici e il
coloratissimo mercato. Il centro è piccolo e nonostante la grande
area pedonale, non è frequentato solo da turisti. Condivido la panchina con due ragazze in pausa pranzo e facciamo due chiacchiere. La parola che porterò con me da questo viaggio sarà “gentilezza”. Ne ho trovata tanta al Friederich August, dove sono stata accolta come una zia con cui far giocare la piccola Alexa di due anni, ogni volta che lei con grande simpatia mi veniva a cercare. Gentile lo chef, al quale ho dichiarato che non volevo mangiare carne ogni sera e con un sorriso compiaciuto mi ha detto: «Ci penso io!». Gentile la cameriera del Pertini, che il secondo giorno mi ha riconosciuta e mi ha viziata scegliendo un’ottima grappa barricata per correggermi il caffè. L’inserviente della funivia mi ha gentilmente fatto scendere senza biglietto, perché era il primo giorno di attività e la biglietteria era aperta solo a valle, non mi avrebbe mai lasciato a piedi a causa di un disservizio. E poi l’autista del bus di linea per Bolzano mi ha fatto da cicerone per la Val d’Ega e abbiamo riso insieme quando ha dovuto rallentare e stare dietro ad un trattore senza targa che trasportava una montagna di fieno. Gentilezza ovunque, e mi domando: se è vero che quello che ci circonda è ciò che ci riflette, è possibile che i miei sorrisi di questi quattro giorni di fuga siano stati così potenti?

Elena Giustini, fiorentina, è nata nell’ottobre del 67. Originaria del Mugello, ha

un’anima fortemente ecologista. Scrive poesie e, dopo aver frequentato alcuni corsi,

ha cominciato a scrivere anche racconti.

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