Fabio Marangoni - Il Messia del diavolo

Fabio Marangoni – Il Messia del diavolo

Notte profonda.

Un uomo stravolto corre a perdifiato lungo un marciapiede di una tranquilla zona residenziale, inciampa, cade. Nel mentre si apre il cancello di un’abitazione, una luce blu lo investe, si affaccia una giovane donna.

Lui si rialza, entra in cerca d’aiuto, intorno un giardino con sedie e ombrellone, riflessi porpora a bordo piscina – ma l’acqua non si vede – poi stramazza a terra ed ecco riapparire la ragazza, dal volto timido. Si inginocchia accanto a lui, gli allunga una mano, lo accarezza sul collo e… con l’altra gli taglia la gola con un rasoio!

Cambio di scena: l’immagine sfocata di un corridoio e la voce narrante di una donna in stato di alterazone avverte su ciò che sta accadendo in una cittadina della costa, dove gli abitanti sotto una finta normalità compiono atrocità inverosimili, e stanno venendo a prenderla…

Non sono solito raccontare per filo e per segno la sceneggiatura di un film perché le recensioni per me sono un’altra cosa, ma questo è ciò che accade nei soli primi tre minuti di “Messiah of Evil”, da noi tradotto come “Il Messia del Diavolo” (anche se letteralmente sarebbe “del Male”), per darvi un’idea di cos’è questo abbaccinante e suggestivo horror americano diretto daWillard Huyck nel lontano 1973.

La trama

La giovane Arletty sta viaggiando per raggiungere il padre, un pittore che vive solo a Point Dune, un paese lungo la costa californiana. I due si scrivono regolarmente finché le lettere di lui cominciano a essere strane e ammonitrici: lamenta di avere poco tempo e di voler aspettare da solo quella gente di cui ha paura, la mette in guardia dal non seguirlo e poi smette di risponderle.

Giunta sul posto scopre che il padre è scomparso. Lo cerca dapprima nella galleria d’arte cittadina dove s’imbatte in Thom, un bizzaro dandy che sembra interessato alle opere paterne, ma non è solo: c’è un vecchio ubriacone che sta raccontando una leggenda del luogo che risale a cent’anni prima, è la storia della luna di sangue apparsa “quando gli uomini persero la fede e cominciarono a fare cose orribili, come animali, a sanguinare senza ragione e mangiare carne cruda tanto che la città sembrava un grande bubbone sanguinolento”.

È l’inizio dell’incubo, come si suol dire.

Partiamo dalla premessa che ho scoperto questo piccolo gioiello horror per puro caso, o meglio, come spesso mi capita setacciando random la selva di video che propone una nota piattaforma di condivisione, ho fatto successivamente le mie buone ricerche, non prima di averlo visto e rivisto, perché certi film necessitano almeno di due visioni per comprenderli da più angolature.

Come afferma la protagonista, interpretata dall’affascinante Marianna Hill, volto noto della televisione americana e al cinema in particolare per “Lo straniero senza nome” (1973) di Clint Eastwood e “Il Padrino – Parte II” (1974) diretto da Francis Ford Coppola, si ha l’impressione di trovarsi in un “luogo ignoto tra gente sconosciuta”, fin dall’inizio, o semplicemente tra gente folle.

Folle come l’ubriacone che racconta la leggenda della Luna di sangue al gruppo riunito nella camera del motel, primo incontro, casuale, con quelli che saranno i protagonisti di un destino comune. Folle come il personaggio albino (Bennie Robinson) che vediamo nei primi istanti alla stazione di servizio e che poi ricompare al volante dell’unico mezzo che attraversa una via sterrata in piena notte, a dare un passaggio a Laura (Anitra Ford), una della due amichette di Thom che vuole andarsene. Il dialogo tra i due, surreale, culmina con un topo tirato fuori da un taschino come spuntino!

Per non parlare dei volti dipinti sui muri dalla casa: sono tutti rivelatori di qualcosa che si chiarirà solo quando sarà troppo tardi sfuggirvi.

L’inquietudine si respira ovunque, e a farne le spese saranno i malcapitati forestieri in un paese solo all’apparenza normale, dove gli abitanti nascondono qualcosa, sanguinano dagli occhi senza motivo, sono insensibili al dolore, forse malati, tacciono alle domande della giovane sul conto del padre scomparso e si recano sulla spiaggia in attesa di qualcosa, mentre la luna si tinge di rosso.

In particolare due scene sono di forte impatto emotivo e anticipatrici di situazioni analoghe in film ben più celebri e popolari; le protagoniste sono Anitra Ford e Joy Bang: la prima, dopo aver girovagato per la città di Point Dune di notte, tra vetrine illuminate e un silenzio irreale, segue l’unico abitante fin dentro un supermercato dove assisterà a un banchetto terribile che rivedremo con più enfasi e splatter nel film “Zombi” (Dawn of the dead, 1978) di George Romero. L’altra decide di andare al cinema la sera successiva. Pare l’unica cliente della serata finché non entra nella sala rossa, popcorn alla mano, si accomoda e ha inizio il film, un “noioso vecchio western”: alle sue spalle accadrà qualcosa di molto peggio. E quella mano implorante levata sullo sfondo bianco del telo del cinema ne rammenta altre, da quella di Carrie di Brian De Palma alla strafamosa scelta per la locandina di “Evil Dead” di Sam Raimi.

Willard Huyck firma la sua prima regia insieme alla consorte Gloria Katz, entrambi autori anche della sceneggiatura. Diventeranno più noti come collaboratori di George Lucas e firmando le sceneggiature di “American Graffiti” e “Indiana Jones e il tempio maledetto”, nonché la regia di “Howard e il destino del mondo”, celebre film degli Anni Ottanta su un papero alieno che deve salvare la Terra dalla minaccia extraterrestre. Con questa prima opera Huych dimostra di conoscere i meccanismi della suspense, senza l’uso di effetti speciali che non c’erano, costruisce l’inquietudine e l’orrore dall’ambiente, dai volti comuni eppur mostruosi, dalle insinuazioni, dagli sguardi e dall’ostilità crescente, dall’isolamento, da un rivolo di sangue improvviso provocato da una malattia sconosciuta, gestendo i tempi narrativi perfettamente, fino all’epilogo, in un crescendo angosciante unito a cromatismi accesi, quasi baviani, che non fanno che aumentare lo stato onirico e disturbante.

Volendo usare un solo aggettivo, definirei “Il Messia del Diavolo” un film lovecraftiano. Consapevolmente, perché negli ultimi anni il Solitario di Providence è stato spesso tirato in ballo per vendere meglio un titolo piuttosto che un video game. Complice anche la recente scadenza del diritto d’autore sulle sue opere, questa pellicola non ne saccheggia indebitamente nessuna in particolare, ma fa suoi gli elementi tipici dei racconti di H.P. Lovecraft(su tutti “L’Orrore di Dunwich” e “La Maschera di Innsmouth”), dalla comunità ostile che nasconde un terribile segreto che accomuna tacitamente gli abitanti fino al messia del titolo che annuncia la venuta di un nuovo dio cent’anni dopo la sua prima apparizione, e costui arriva dal mare come Cthulhu che dorme nella città sommersa di R’lyeh. Ma anche la condanna alla pazzia per chi riesce a salvarsi dall’incubo vissuto a occhi aperti, indelebile eppure destinato a non essere creduto dai “normali”, come voi che vedrete questo perturbante viaggio alla ricerca di un padre la prima volta.

– Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?

– Sono andato a letto presto.”

C’era una volta in America.

Fabio Marangoni

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