Francesco De Luca - "Danielle"

Francesco De Luca – “Danielle”

Sono tutti morti pensava, non come in Francia, dove l’aria culturale è diversa e dove la rivoluzione l’hanno fatta davvero o almeno ci hanno provato. Poi Robespierre, vabbè.

Ma la sensazione era questa: quella di una morte flaccida e accidiosa che incombeva su tutto, sui marciapiedi, sugli stivali lasciati agli angoli dei cassonetti della spazzatura, sulle salite sconnesse, dentro i tombini senza pagliacci col palloncino, nei tombini con pagliacci col palloncino, insomma era come un manto di neve nera che non si può vedere ma che c’è e copre tutto. Da dentro.

E Danielle non sapeva perché accadessero tutte quelle cose, perché avesse questa sensazione di incompletezza, anzi no, di mancanza, di ribellione amorosa. A Danielle mancava qualcosa. Ma alla fine, non gliene importava, o faceva finta non le importasse nulla.

Ci prestava caso però, talvolta rimaneva senza parole, per lei era come trovare una botola per un’altra dimensione, al centro della strada in mezzo agli altri, e nessuno poteva vederla questa botola, e allora? Allora anche solo uscire di casa per lei era, era, diveniva occasione di scoperta e di mistero. Ecco cos’era.

E quello era un giorno come tanti. Uno dei tanti che si susseguono senza connessione col tutto ma che la connessione ce l’hanno ma siamo noi sconnessi facendo pure i gaggi.

La terra era brulla, era verde, sì, era verde, e lei aveva indugiato come suo solito sull’uscio, là al confine tra la sua proprietà, il suo giardinetto ben curato con le foglioline di basilico accarezzate, annusate, baciate-leccate quasi, il suo rifugio delle meraviglie, e il non mondo esterno. Perché il mondo di fuori potrebbe anche essere un non mondo. Questo pensava ridacchiando tra sé e sé ammantata di luce nel mattino del martedì.

C’era come una linea di demarcazione forte e improvvisa, come un lampo a ciel sereno che squarciava il confine reale da quello irreale, dividendo nettamente quella che era la sua vita privata, dal non mondo di fuori; quel mondo che non riconosceva più o che forse non aveva mai imparato a conoscere, ma che con gli anni era sembrato allontanarsi allontanarsi, fino a farla sentire sola e incompresa da tutti, come un puntino nel buio. Ché quella solitudine la senti come un ago nella carne che gira e si arroventa fino a non farti sopportare più gioia e felicità mentre cambi colore incanutendoti. Ché la vecchiaia non è che l’incapacità umana di rendersi immortali! Perché la morte vince solo se abbiamo perso troppo tempo ad inseguire l’inutilità delle cose. Per questo si scompare, che poi, diciamocela tutta, è anche giusto così! Ce la sei meritata l’immortalità? O forse non la vogliamo e per questo scompariamo in polvere?

Sapete, come quando si fanno i falò e le scintille salgono lentamente rotolando tra le molecole d’ossigeno e piano piano spariscono ma non spariscono, si trasformano. Si trasformano.

Comunque, parlavamo di Danielle.

Neanche sua madre ormai le telefonata più, se non di rado, proprio quando non riusciva a resistere al fortissimo desiderio di sentire la propria figlia, quella che hai tenuto dentro, che hai allevato per decenni e che, oggi, la società ti ha abbrutito rendendo un nonsopiùneancheiocosa.

Ogni volta che chiamava, infatti, Danielle le rispondeva a monosillabi facendola dispiacere.

Pronto, Danielle, ciao, amore mio, come va? Tutto bene?”

Ma come vuoi che vada? Ci siamo sentiti pochi giorni fa…”

Danielle saranno due settimane che non ci sent…”

Maman…”

Attimi di vita che non tornano più, parole al vento, senza neanche un respiro a dar loro presenza e sostanza.

E poi si sentiva in colpa, Danielle, perché sapeva che le aveva sottratto battiti di cuore, secondi di vita, con quelle sue risposte non dovute, per ogni parola mal detta e ogni sofferenza inflitta. E che la colpa non era di sua madre se lei era viva e il mondo non era interessato a niente, a nulla se non a autodistruggersi, sì, autodistruggersi. Allora a che cosa erano servite le menti più brillanti della storia? A cosa son servite le Accademie, la Grecia, la Sapienza, a cosa è servito tutto quel rombo, quel grido umano eterno che si sente squarciarci le carni se ascolti bene mentre ti trasformi in spirito? A che cosa serve? E di chi era la colpa se non di questo non mondo che non ci riconosce più come esseri importanti?

Non siamo più importanti, non siamo nessuno, non ce la faccio più… mi aiuti qualcuno!” pensava spostando dei granellini di caffé rimasti a risplendere sopra il piano della cucina trafitti dai primi raggi del mattino.

Maman smettila, basta dai! Non è così!”

Ma Danielle, anche noi da giovani abbiamo dovuto scontrarci con il mondo del lavoro con il traffico, con i colleghi che ti schiacciano i piedi, con le persone viscide e non per questo tu devi prenderla così a male, no?”

Non trattarmi come una bambina, mammaaa! Negli anni Sessanta la società era diversa, non era così perversa e depravata come oggi, siamo nel Duemilaventi, ma che ne vuoi sapere tu! Parli di traffico? Ma se quasi neanche esistevano le auto allora? Prova ad andare da Roma Nord a Roma Sud oggi! Ma di che traffico stai parlando se a Parigi nei Sessanta non c’era neanche una macchina a confronto. Lo sai a Roma come stiamo? Qui è una manica di pazzi, la gente è impazzita, Maman, è impazzita, lo sai? Già, Mais qu’est ce que tu en sais toi? (Che ne vuoi sapere tu!)

Non la riconosceva più nessuno, eppure lei era lì, era sempre stata lì e ce l’aveva messa tutta a farsi conoscere, ad apparire, a volere bene cercando di farsi voler bene.

Danielle era una impiegata di una società mezza di qualcuno mezza dello Stato o forse no, comunque non lo aveva mai capito, perché non si capisce ormai più niente in ufficio, al lavoro, in azienda, chiamatela come più vi aggrada.

Insomma, Danielle era una di quelle tanti giovani donne che aveva dovuto accettare l’inaccettabile: una vita in bilico tra il lavorare, l’essere fottuta e il fantasticare una vita diversa, migliore, lontana. Pura. L’amore. Oh l’amour!

Lavorava in una società di consulenza, che fanno consulenza solo tramite conoscenze, agganci ministeriali col funzionario tal dei tali, quello che ha il fratello che lavora in un grande studio legale e che quasi ti ricatta se gli parli, sempre comunque, sorridendo, perché vuole ottenere sempre qualcosa di più.

Che frustrazione!

Il suo capo era una figura ambigua, non lo vedeva spesso se non di sfuggita quando camminava sorridendo per i corridoi dell’ufficio ammiccando a tutte le donne.

Specialmente alle nuove colleghe, quelle un po’ impacciate, giovani, ingenue, che fanno i sorrisetti e che non sanno che quel sorrisetto sarà la loro rovina, perché non si fanno sorrisetti a chi non vede in te vita, ma solo carne e sangue e liquidi corporei. Godimento di possesso. E a lei queste cose facevano schifo, lei che era così carina e si metteva sempre il foulard coi fiori per andare a lavoro perché l’aria condizionata era sempre troppo forte e lei non aveva il coraggio di lamentarsi con nessuno. Né di questo né di altro.

Lei aveva il suo mondo, dentro. Aveva il suo giardino coi fiori e coi pensieri.

Sìssignore! Non si preoccupi Signore! Subito Signore!”.

Ma tutti quei “Sissignore” e quei sorrisi l’avevano portata a rimanere inutile a se stessa, alla vita che voleva vivere. Ma qual era la vita che Danielle voleva vivere? Qual era tra le tante opzioni quella che avrebbe scelto, coscientemente, qualora a un’età diversa avesse avuto una mente diversa, un’esperienza maggiore, o forse solo più disincanto, distacco, o forse più determinazione? Che poi qui a Roma oggi non c’e lavoro e lo sanno tutti, specialmente se non hai le spalle coperte (anche se la madre da Parigi ogni tanto le mandava qualcosa e lei borbottava, ma alla fine se li prendeva sempre quei soldi benedetti!).

La televisione diceva sempre che andava meglio, che i giovani come lei avrebbero finalmente goduto di una società migliore, quella in cui si sente per strada quando cammini che è migliore, quella in cui quando cammini senti entusiasmo, senti la gente gioire, e come un raggio di luce che viene dal basso e va verso tutto e viene da tutto: quella sensazione Danielle non l’aveva mai provata ma sapeva, lo sapeva, esisteva, perché lei, lei la cercava e la sentiva. Ecco era più un sentire, non era un sapere.

Eppure era bella, dentro poi era bellissima, di quella dolcezza che al mattino splende come una goccia di rugiada sull’erba, come l’aria che ti attraversa la gola dopo un brutto sogno e senti una mano riscaldarti l’anima e sfiorarti la schiena. La bellezza di un abbraccio improvviso, che questa periferia ti toglie e ti strappa via.

Il caffé del mattino, bevuto di corsa per desiderare di più, come se dopo la botta di caffeina nelle vene potesse cambiare qualcosa.

Danielle era come se fosse una mamma, la mamma di tutto il vicinato, o un William Wallace di periferia, perché anche se stava zitta lei anche solo camminando aveva poteri curativi. Curava la gente, col suo sguardo su tutto, dentro tutto. Un curandero che sapeva di non sapere e sapeva soffrire senza sapere perché e da lei usciva una desiderio di ribellione e di amore per tutti.

E questo la devastava quando usciva da quel confine, da quell’uscio di travertino.

Alzarsi ogni giorno era una sconfitta dell’intento di cambiare il mondo, ma comunque lo faceva, come avrebbe potuto fare altrimenti? Aveva fiducia nel mondo e nel prossimo che la spingeva a non mollare, che forse sbagliava lei a soffrire, che forse la gioia era ovunque, anche tra le strisce degli incroci di città, anche tra le verdure del mercato del Tufello, dove passano sempre i due soliti pakistani o bangladini – che volete che ne sappia Danielle da dove venivano quei due, non glielo aveva mai mica chiesto! – e negli occhi si vedevano ancora i riflessi di immagini di povertà estrema riflettersi e propagarsi attorno, come fantasmi, miti o leggende indiane.

Danielle, che bella che sei Danielle! E io ti vedevo camminare ogni giorno sempre alla stessa ora, e attraversare la strada per andare in ufficio, tra la gente, dispersa tra dispersi in un mondo di fantasmi ignari di sé.

Danielle girava ogni mattina l’angolo della via, salutando con un sorriso d’amore quei pochi noti mentre aspettava il bus.

Che a Roma ce ne vuole di pazienza, che quel bus non passa mai, sembra come il treno che tu hai già perso, e lo sai, perché quando ci ripensi abbassi gli occhi a terra a cercar qualcosa, ma lo sai che non tornerà più.

Quel bus è come l’ultimo sguardo che non torna più.

Lo sguardo-bus che l’avrebbe portata a lavorare come sempre e per sempre, fino a che non fosse cambiato qualcosa, sì, che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato.

Dai coraggio!” .

Perché lei non si lamentava lei, se non con sua madre, ma mi lamento io, che la incontro sempre e la osservo come un vigliacco che osserva il proprio aguzzino covando vendetta, con odio, perché non potevo amarla, perché non riesci ad amare nessuno in questa città, ma sai ch’è sbagliato; e Danielle, Danielle saliva sempre rispettando i segnali imposti dalla compagnia di servizio pubblico, fino al giorno in cui è stato il suo ultimo giorno e non è mai cambiato niente e lo capisci quando viene l’ultimo giorno, perché un brivido mi è corso lungo la schiena, diramato lungo le braccia fino al cervelletto e mi è entrato nel cervello, quando l’ho sperimentato. E senti volare un turbinìo di grigiumi, di papaveri, senti penne piume e chissàcosa e un vento gira all’impazzata e risucchia tutto come in un vortice o come l’ultimo puntino delle tv negli Ottanta, e lo succhi quel vortice lo succhi come l’ultima boccata di ossigeno quando sai ch’è ultima, ne hai coscienza e vedi davanti un amore profondo che non avevi capito, che non avevi preso e apprezzato, ma ormai è tardi. Dannazione, è tardi, Danielle!

Francesco De Luca

Francesco De Luca nasce a Roma il 17 Maggio 1979 da famiglia partenopea. Comincia a scrivere i primi versi durante il periodo universitario. Nel 2004 si laurea in Scienze della Comunicazione presso “La Sapienza” .

Lavora subito alla Camera di Commercio di Roma, poi, deluso dalla situazione generale italiana, nel 2005 si licenzia e si trasferisce in Cina, dove studia mandarino all’Università di Lingua e Cultura di Pechino. Qui rimane quasi un decennio affascinato dalla decadenza della società comunista capitalista contemporanea in contrapposizione al mondo romantico e cattolico delle sue origini.

Tra il 2011 ed il 2014 lavora come giornalista, scrivendo per Outside Magazine, Traveller, Cosmopolitan e Coastal Life. Risiede sull’isola tropicale di Hainan, di fronte ad Hanoi. Fonda Chinasurfreport, il primo webmagazine cinese dedicato interamente alla promozione della cultura surfistica in Cina, stringendo rapporti d’amicizia con John Severson (RIP), Jim Loomis e molti altri.

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