Gordiano Lupi - Mal d'Africa - La vita avventurosa di Aldo Zelli

Gordiano Lupi – Mal d’Africa – La vita avventurosa di Aldo Zelli

MAL D’AFRICA

La vita avventurosa di Aldo Zelli

Mi rivedo in un giorno di ghibli, l’asciutto e imprevedibile vento del sud. Le signore sono già in abito estivo. Ogni tanto una folata di sabbia proveniente dalle dune dietro la stazione ci sferza il viso. Con il naso incollato al vetro del finestrino, guardo attonito l’andirivieni degli arabi in baracano e mi stupisco della bizzarra sagoma e del passo cadenzato dei dromedari. Il marciapiede è gremito di folla pittoresca, si odono voci gutturali e richiami in una strana lingua. Non mi accorgo che il treno sta lasciando la stazione. La fuga degli eucalipti lungo la strada ferrata, i primi ciuffi di palme sparse nell’oasi di Gargaresc, mi sembrano brevi momenti d’un sogno a occhi aperti. E per quanto senta le voci dei miei genitori, sicura e baldanzosa quella di mio padre, sommessa e velata di pianto quella di mia madre, penso di essere solo in quel trenino sbuffante che mi porta verso un paese ignoto chiamato Zuara, verso una nuova casa. Non sono ancora uno scrittore. Sono soltanto un bambino di cinque anni portato via dall’Italia dopo la grande guerra. La Libia ci chiama, vecchia colonia desiderata da tanti italiani che sognano la fuga in Africa. La Libia diventa la malattia che accompagna la mia vita, il posto dove tornare per assaporare il profumo della giovinezza, la terra dove ambientare storie, per averla sempre accanto e non doverla sognare. Zuara è il paese dei miei amici arabi, dove Aziza, Ghibri, Spiridion e Teresita si danno ancora la mano e giocano una partita decisa da un magico calcio di rigore, tirato da un bambino zoppo che prende la rincorsa e resta saldo sulle stampelle. Perché la vita è sogno. Qualche volta. Arriva un giorno triste quando devo lasciare la casa di Zuara per andare a Tripoli, una città troppo grande per un bambino così piccolo che ama fantasticare. A Tripoli c’è poco da immaginare, tutto è già fatto, tutto è troppo grande per gli occhi d’un bambino che si affaccia al balcone dell’Hotel Perugina. Al termine del lungomare Bastioni vedo due ampie strade, una conduce al porto, l’altra si divide in due. La prima metà, opposta a quella che conduce al porto, segue la linea sinuosa della costa e forma un’ampia curva rientrante, sbuca vicino a Sciara al Garbi, il vialone d’ingresso a Tripoli da ponente, presso la spiaggia dei Dirigibili e le prime case della città. La seconda metà è stretta e sale bruscamente di una dozzina di metri, separata dall’altra da un massiccio bastione, lungo il quale si snoda racchiudendo la parte vecchia della città. Di tanto in tanto una rampa di scalini la collega alla metà sottostante. Da un qualsiasi punto del bastione si può vedere l’ampia distesa del mare disseminato di scogli presso la riva e, in lontananza, ad ovest, si scorge la punta di Gurgi.

Zavia. Un nome che non mi dice niente. Una città sconosciuta. Certo, avrei preferito tornare a Zuara da Spiridion e Teresita per continuare quella bellissima partita di calcio, ma tanto avrò tempo di scriverla, con maggior tranquillità, adesso mi aspetta la vita vera con destinazione Zavia. Prepariamo i bagagli e lasciamo la casa. Non abbiamo una lira, ma la provvidenza ci viene incontro, come capita quando c’è la fede e noi ne abbiamo da vendere, soprattutto mia madre. Nonna Margherita manda duemila lire dall’Italia e subito dopo muore nonno Angiolo che lascia tremila lire di eredità. Per quel tempo sono tanti soldi e ci rimettiamo in sesto. Zavia è davvero un bel paese. Una piazza piccola con la caserma dei carabinieri e negozi tutt’intorno, una piazza grande, quella del mercato, con cento altre botteghe. Nella piazza grande c’è la scuola, e nello stesso fabbricato, dalla parte di dietro, l’ambulatorio. A Zavia c’è anche un dottore, ma abita a Sorman e non si vede quasi mai. La strada che da Tripoli, per duecento chilometri, si snoda tra oasi e pianure aride, conduce al confine tunisino, prende d’infilata le due piazze, prosegue verso Sorman, Sabratha e infine Zuara. Il paese è tutto qui: le due piazze, la lunga strada e qualche stradicciola laterale. La strada che porta al quartiere ebraico, quella che conduce alla stazione ferroviaria e altre che si sperdono bruscamente, subito fuori dal paese, frazionandosi in sentieri e viottoli tra i giardini dell’oasi. Questo è il panorama della mia nuova vita di bambino che a otto anni si trova in una classe di Zavia a imparare italiano e arabo per volontà di suo padre. Zavia è la mia nuova casa. Ho tanti amici, gioco a palla, con la trottola, ma ogni tanto me ne sto da solo e leggo, oppure sciolgo le briglie alla fantasia e vago per mondi incantati che si perdono oltre le dune. Questo vizio assurdo ce l’ho sempre avuto, dicono sia una cosa da scrittori e i genitori se ne accorgono subito. Brutta bestia un figlio scrittore. Molto meglio idraulico, muratore, carrozziere. Gli scrittori hanno sempre la testa tra le nuvole, non sono concreti, guardano il mondo per scrivere invece di vivere. A me piace osservare questa nuova terra dai fiori bizzarri, piena di formicai, cavalli, mucche, dromedari e somari. Sono un bambino che si lascia affascinare dallo spettacolo della natura e dagli animali che vagano indisturbati per le strade polverose della mia città. Catturo tutto con lo sguardo profondo del cuore e credo di saperlo che il ricordo d’un mondo incantato non mi abbandonerà mai. Raccontare per anni la stessa storia sarà il mio destino, ma credo sia la croce di tutti gli scrittori, grandi o piccoli che siano.

La guerra è una cosa che non ho mai capito. Ti trovi immerso in un meccanismo assurdo, conosci tanti ragazzi come te che sognano di tornare a casa, soffrono la lontananza e hanno paura di morire. Sei in un gruppo di giovani che vorrebbero soltanto incontrare ragazze, far l’amore, andare al cinema, leggere romanzi, sognare, far dei figli. E invece sono costretti a sparare con un fucile stretto in mano perché se non lo fanno loro saranno gli altri a uccidere. Brutta cosa la guerra. Non c’è patria che possa giustificare una guerra. Ho passato tutta la vita a scriverla questa cosa, spero che sia servito a qualcosa, anche se le parole degli scrittori cadono come lacrime in un mare di indifferenza, restano belle parole, ma nessuno le segue. Uomini che uccidono altri uomini. Aerei che bombardano. Bombe che esplodono. Case distrutte e bambini che piangono. Civili che muoiono. La guerra è la cosa peggiore che può accadere a un uomo, dopo la morte del padre. Nel breve volgere di pochi anni faccio entrambe le esperienze. Mi faccio due anni di guerra in prima linea. Non sono un gran soldato, preferisco fare il portiere su un campo di calcio. Preferisco leggere e scrivere. In questo preciso momento so che è il mio dovere e ubbidisco. La patria chiama e il soldato risponde. Non credo alla retorica di questo regime. Ho vent’anni e tante voglie in corpo che devo reprimere. Ho anche il senso del dovere che mi ha trasmesso mio padre, pure se anche lui aveva mollato l’esercito per fare il bancario in Libia. Qualcosa non torna in tutto questo, ma cerco di non pensarci e combatto. Stringo il mio fucile e vado avanti, anche se non so perché lo faccio e vorrei stringere tra le braccia una bella ragazza invece di uno stupido oggetto che spara.

Molti anni dopo la fine della guerra, Piombino diventa la mia nuova città. Merito di mia sorella, credo. A lei piace il clima mite e poi c’è il mare. Pure per me è importante. Piombino mi ricorda la Libia e le giornate di vento sul lungomare di Zavia. Pini e scogliere al posto di palme e dune di sabbia fanno venire a mente giorni felici e camaleonti che danzano nel sole. Lo scirocco prende il posto del ghibli, un appiccicoso vento del sud reca un sentore d’Africa che mi fa tornare bambino. Piombino è una città sonnolenta ai confini della Toscana, Bassa Maremma dimenticata, rifugio per uno scrittore che decide di narrare ricordi. Basta dimenticare l’ingresso da inferno dantesco, ciminiere immense e sbuffi di fumo nero che fecondano il cielo. Basta non pensare all’industria e ritrovi l’oasi dimenticata della tua infanzia, un regno tra le dune racchiuso tra le pagine d’un racconto per non morire di nostalgia.

Sinforiano gatto vegetarianoè la storia della mia vita nei pensieri d’un gatto e per scriverla dovevo fermarmi a Piombino. Un gatto grigio a pelo lungo che non ama topi, pesce e carne, ma si ciba soltanto di frutta, verdura e latte. Mica per questo mi assomiglia, ché io non sono mai stato vegetariano, soprattutto dopo le mancanze della prigionia non ce la farei proprio. Sinforiano è nato in Tripolitania, gira il mondo in lungo e in largo, pure per mare, conosce paesi lontanissimi e alla fine si ferma a Piombino. Sinforiano è parte di me perché ricorda l’Africa, le lunghe sieste che faceva all’ombra dei fichi d’india e i sonni ai piedi d’un limone. Sinforiano è pacifico, tollerante, antirazzista, vorrebbe che tutti gli animali vivessero senza farsi del male, tanto meno mangiarsi. Un gatto amico dei topi, senza pregiudizi per chi è diverso da lui, come i piccoli arabi che scambiavano locuste al forno per pane e marmellata, pure se mamma non voleva. Sinforiano gatto vegetarianoè la storia della mia vita, autobiografia in forma di racconto per ragazzi, non lo so se tutti l’hanno capito, ma non è mica importante. Uno scrittore racconta una storia, chi legge se ne appropria, la modifica, ne diventa proprietario, può farne l’uso che crede e trovare i contenuti più impensabili. Faccio solo il mio dovere, racconto me stesso, la vita e sfoglio ricordi. Rammento la primavera di Zavia come la vive Sinforiano nella vasta e accogliente casa dei padroni. Una primavera che splende rigogliosa nei colori del giardino, tra siepi di fichi d’India con decine di foglioline novelle, verdi, trasparenti e lucide. Le pale dei fichi più giovani gonfie di linfa, si innestano a raggiera sulle più vecchie, corona di fiori, colori di sole e di frutti che cominciano a rosseggiare. Il vecchio tamerice è un fremito di vita per i cento nidi che sostiene. La siepe di roselline rampicanti, a metà giardino, è gremita di piccole rose giallo pallido che s’accendono in riflessi arancioni e spandono intorno un soave profumo. I garofani svettano orgogliosi, l’arbusto di gaggia è fiorito e le sue palline gialle gareggiano in bellezza con quelle simili che ricadono dalle acacie australiane. Grandi ciuffi di margherite accendono di bagliori la siepe di rosmarino che, addossata alla rete metallica, delimita il giardino.

Dimenticare Zavia che è il mio passato. Piombino è il presente. Approdo di Sinforiano che vive in un’industriosa cittadina di mare della riviera tirrenica dopo aver abbandonato l’amata Tripolitania.Madame Bovary c’èmoi, c’è poco da fare. Lo scrittore non è un fingitoree chi l’ha detto non era uno scrittore. Lo scrittore è uno che racconta la vita dopo averla vissuta, quando si ferma a riflettere sul passato. Forse scrive quando non ha più cose da vivere, chissà. Forse scrive quando le emozioni si fermano e diventano storie. Non sta a me dirlo. So soltanto che mentre scrivo questa storia mi sento Sinforiano, divento un gatto vegetariano che fa a botte con i gatti del porticciolo e con gli avidi gabbiani affamati di prede. Le paranze attraccano, mi trovo con il pensiero in un ampio spiazzo in cemento che fiancheggia una piccola insenatura del mare, protetta dall’altro lato da un massiccio molo. Vedo una piazzetta in pendenza traversata da una strada che porta a vicoli oscuri popolati da una moltitudine di gatti. Sono i gatti del porticciolo, famelici divoratori di pesce, battaglieri nemici di voraci gabbiani. Rientrano i pescatori, spettacolo che ammiro ogni giorno dalla piazza sul mare, luogo che più amo di una città immersa nel fumo nero dell’acciaieria disperso dal vento di scirocco. Le barche rientrano, si scarica il pescato della notte, si fa una prima cernita per lanciare ai gatti minutaglia e interiora dei grossi pesci sventrati. I gatti si gettano ad arraffare gli scarti degli uomini, tentano di rubare nelle barche, rimediano pedate e scapaccioni dai pescatori, si azzuffano, miagolano, si scambiano ingiurie e improperi.

Scrivo la mia vita usando Sinforiano, motivo per sentirmi ancora sul lungomare di Zavia, tra strade polverose e piccole case bianche, soffi di vento caldo che sconvolge le dune. Racconto l’amore per la mia nuova città, mondo piccolo dove scomparire, provincia dalla quale è impossibile prendere il volo. In fondo a me sta bene così, insegno a scuola, i ragazzi mi vogliono bene, racconto un sacco di storie, forse più di quante riesca a scrivere. I libri sono la mia passione, lavoro per biblioteche, leggo molto, scrivo recensioni, parlo di letteratura alla radio, ché c’è pure una radio in questo paese, organizzo serate in una libreria del centro. Basta poco, a volte. Un po’ di buona volontà e gente che ascolta. Pagine da leggere. Storie da raccontare. La televisione ancora non monopolizza l’attenzione e persino in provincia si può fare cultura.

Piombino si nasconde tra scogliere e tramonti in un angolo di Toscana lontano dalla vita che conta. Per sentirmi vivo devo leggere, informarmi, cercare le ultime novità, ma anche tuffarmi nel passato di storia romana e medievale, scorrere biografie di personaggi famosi, appassionarmi a gialli e racconti del mistero. Uno scrittore è anche un lettore e i miei romanzi storici sono figli di tante letture. Non può essere altrimenti. Se no farei come un mio amico protagonista di un vecchio racconto, uno che colleziona lettere di rifiuto da parte delle case editrici. Non vi dico il nome, esiste davvero, ormai lo sapete che uno scrittore inventa poco, di solito si ispira alla vita.

Non leggo perché mi potrei far condizionare. Magari dopo copio e non sono originale. Voglio restare puro…”.

È così puro che le case editrici lo rifiutano e lui colleziona lettere, le appende in cornici, le conserva nei raccoglitori, quando ci vediamo me le legge una per una.

Cosa ci vuoi fare, il mondo editoriale è strano, pubblicano solo personaggi famosi, capita pure a me…” lo consolo.

Sì, ma tu hai pubblicato tanti libri” ribatte.

Fortuna. Soltanto fortuna” concludo.

Pago da bere al mio amico e torno a casa. Mi pare più tranquillo. Mica ce la faccio a dire le cose che penso. Meglio una buona azione che troppa sincerità.

Vorrei dirgli che potrebbe leggere i racconti di provincia di Piero Chiara, al limite anche Cassola che non mi convince troppo, ma sempre meglio di niente. Io mi sono letto romanzi e racconti di Grazia Deledda e Matilde Serao, mi avranno pure influenzato, avrò rischiato di copiare storie di pastori sardi e vita quotidiana d’una Napoli che non c’è più, ma ho imparato molto. E i romanzi inglesi dell’Ottocento, le avventure su carta narrate da Kipling, Dickens, Mellville e Stevenson, fanno parte della mia vita, della mia cultura. Non potrei farne a meno. Non dimentico i romanzi storici di Dumas e le avventure caraibiche di Salgari, momenti unici e irripetibili della vita di un bambino che si getta a capofitto nell’avventura. Vorrei dire al mio amico che colleziona rifiuti che non è possibile copiare dai maestri, al massimo possiamo trovare ispirazione. In uno scrittore conta lo stile, quello è soltanto suo, deve stare attento ai padrini letterari. Tutto il resto sono balle per giustificare la mancanza di talento, ché pure quello non s’inventa. Lui se n’è andato così felice dopo aver sentito che ho pubblicato tanti libri perché ho avuto fortuna. Non me la sento di rovinare un sogno, ognuno ha diritto al proprio, ché la vita è tanto dura…

Ai ragazzi, però, raccomando che leggano. E mica perché devono diventare scrittori. Ce ne sono fin troppi al mondo di scrittori. Per quel che servono e per quanto li ascoltano…

Leggere ti fa sentire vivo, ti apre la mente, ti porta ad approfondire ciò che la televisione lascia in superficie. Leggere ti fa ragionare, ti porta a conoscere cose nuove e mondi lontanissimi che non vedresti mai. Leggere ti fa viaggiare con la fantasia e forse per merito di qualche libro, un giorno o l’altro, potrai davvero realizzare il tuo sogno.

Mica come il mio amico che colleziona rifiuti…

Piombino è la mia città, ma quando viene l’estate preferisco emigrare in un paese vicino, tra castagni e campagna in fiore, un luogo fresco dove passare giornate rilassato e poter scrivere in santa pace.Cronache della Staggetta, racconta i ricordi di tante giornate estive passate a Sassetta, è un libro che amo ma che non riesco a pubblicare. Tempi duri e poi sono vecchio per lottare. Fotocopiare, spedire, attendere risposte. Non ho più molto tempo per le risposte e in fondo quel che conta è scrivere. E allora prendo la penna e descrivo un piccolo mondo di un borgo contadino di quasi mille anime, anche se è importante non dirlo agli abitanti. Quando si parla con uno staggetanobisogna far finta di credere che sono davvero più di mille, se si vuole entrare nelle grazie dei paesani sarà saggio esclamare convinti: Eh! Sarete anche millecinquecento…

Racconto un mondo che sta scomparendo, ma forse in provincia ancora resiste e fa da baluardo a tante brutture. Narro i tipi umani e i luoghi dove scorre il quotidiano, tra il prete, il farmacista, il sindaco e il maresciallo dei carabinieri. Sassetta, la mia letteraria Staggetta, ricorda l’abruzzese Sagliena di Antonio Carotenuto, il neorealismo rosa di Luigi Comencini di Pane amore e fantasia, le avventure di Vittorio De Sica a caccia di belle donne come Gina Lollobrigida e Marisa Merlini. Sassetta è un posto sperduto tra le colline della Bassa Maremma toscana, per arrivarci si devono fare decine di curve e tornanti in mezzo alla macchia, ma ne vale la pena, perché quando si arriva pare di essere entrati in una dimensione dove la vita scorre secondo i ritmi d’un tempo. A Sassetta ci sono tanti cani, forse più di mille come i suoi abitanti, ma l’accalappiacani li lascia vivere, finge soltanto di catturarli. Il consiglio comunale che si accapiglia su fontanelle e sagre di paese, due locande sfornano piatti caldi a base di funghi, castagne e cacciagione, si fanno concorrenza ma convivono da sempre. A Sassetta ci sono tre santi patroni, ma Santa Lorica è considerata la più importante e tutti la venerano quando viene ottobre e per le strade del paese si corre il palio. A Sassetta ci sono stati fatti di sangue che si tramandano come leggende, ci sono i fantasmi e tutti giurano di averli visti per le antiche strade, ma io mica lo so se è vero. A Sassetta ci sono i giocatori di scopone e c’è un romantico maestro che vive una grande storia d’amore. Tutta questa gente vive ancora nei miei racconti, chiusi in un cassetto, spingono forte per venire fuori, vogliono essere letti per poter tornare ancora una volta alla ribalta della vita. A Sassetta forsze non esiste più il mondo che ho conosciuto. Tutto cambia. Ma è bello ricordare storie di donne innamorate per la vita, di onore e dignità, di solitudini sopportate con fermezza. Storie che parlano di piccole cose, di abitudini, d’amore e d’amicizia. Parlano della vita. E questo deve fare uno scrittore, mica scrivere best-seller…

Non sono un poeta, ma scrivo poesie solo quando ripenso al passato. Il ricordo dell’Africa e la mia giovinezza sono uniche fonti di ispirazione perché ricordo quando intorno a me camaleonti d’oro danzavano sulla sabbia rovente e il mio tempo era felice.Agli attoniti occhi dell’infanzia, il dromedario bigio mi appariva come il destriero alato della fiaba. Ai miei timidi occhi fanciulli, il timido geco color sabbia era drago di fuoco. Ed io, come San Giorgio ardito, lottavo e l’inseguivo.

La mia poesia è una chitarra fatta d’aria bruna, la sua cassa armonica è di pianto. I raggi della luna sono le sue corde e muto e inascoltabile è il suo canto.

Se questa pensate che sia poesia, allora sono stato poeta.

Per me è soltanto nostalgia d’un tempo che non può tornare, come quando sognavo una dolcissima oasi incantata.

Nelle mie lunghe notti solitarie

ricordi che parevano sepolti,

visioni si susseguono, e la mente

stanca per anni e per vicende amare

si rinnovella e poi torna bambina.

Ed io ricordo l’oasi incantata

che spazia fra Bu-Isa sino al mare

con le palme svettanti contro il cielo,

rosso al tramonto, come nere mani

che vogliono la luce trattenere.

Ed io ricordo il minareto bianco

sovrastare la candida moschea

e la voce del muaddhen proclamare

la grandezza di Allah e del Profeta,

e la fede degli uomini in preghiera.

Ed io ricordo i fertili giardini

fiammeggianti di fior di melograni,

le casette in argilla, le capanne,

i sentieri, le siepi, le radure,

le magre mucche, i rospi gracidare.

Ed io ricordo i giochi dell’infanzia

con l’amico arabetto Nuri, e Fahmi

piccolo negro lustro e sorridente.

Eravamo gli Emiri delle Homra

e lottavamo contro i predatori.

Giorni lontani, quando camminavo

a piedi nudi sulla sabbia gialla

calda di sole o fresca di rugiada,

e l’oasi incantata era il mio mondo

e il mio tempo pareva senza fine.

La mia poesia ha il profumo degli anni giovani, come dicono molti personaggi delle mie novelle, profuma di rimpianto. Ogni storia ha il sapore del rimpianto, sa di occasioni perdute, perché la vita è un dedalo di strade da prendere e di scelte da compiere. Stammi ad ascoltare per l’ultima volta e vienimi incontro fino a mezza via, memoria struggente di un’infanzia, trascorsa a piedi nudi, sotto il sole accecante di Gefara…

Uno scrittore vorrebbe poter far leggere tutto quello che scrive. Per quel che mi riguarda non è possibile, perché sono troppo prolifico e dai cassetti debordano inediti, tante storie che nessuno leggerà mai. Peccato. Sono i racconti che amo più degli altri, poveri figli meno fortunati. Angeli e diavoletti che si danno la mano, topini colorati, indiani e giapponesi, mogli sciocche e mariti gabbati, proverbi che si fanno racconto. Il cruccio maggiore per uno scrittore consiste nel dover abbandonare troppe pagine ferme. Lui sa che presto ingialliranno e dopo non le guarderà più nessuno.

Profumo di nostalgia sulla mia vecchiaia che procede a passi lesti e non si vuol fermare. Non siamo in un racconto. Non posso immaginare un Natale a Zavia e sognare l’estate.

Il Natale è neve, è freddo pungente, è il contrasto tra la raccolta atmosfera della chiesa gremita di fedeli e l’animazione delle strade, l’intima dolcezza del presepio che fa da contrappunto agli alberi sfavillanti di luci. Natale è la promessa di pace agli uomini di buona volontà, è il cantare in coro davanti al presepio costruito in un angolo della chiesa, è la letterina che ancora oggi tanti bambini scrivono ai genitori e ai nonni, il grato odore di buon cibo. Non posso immaginare tutto ciò in altra stagione che l’inverno. Ho vissuto un Natale a Zavia e ancora non c’era una chiesa. Ricordo il presepe con le pecore più grandi del bue, il dispiacere di nonna Margherita senza la parrocchia, anche se un frate sarebbe venuto a dir messa. Ricordo la cena a base di castagne, panforte, caffè, ma soprattutto allegria e preghiere davanti al presepe. Ricordo e scrivo, perché scrivere è raccontare la propria vita, i sogni riflessi negli occhi degli altri, immaginare che qualcuno abbia i tuoi stessi pensieri.

Lo scrittore interpreta la realtà e la riferisce, incontra il lettore, si unisce a lui tra le pagine cosparse d’inchiostro. Lo scrittore è un innamorato che corteggia la Signora Fantasia, una giovane donna bellissima, con lunghi capelli bruni (o biondi, se preferite), vestita di un vaporoso abito di velo azzurro, stretto in vita da una sciarpa di seta rosa. Porta sempre un cappello giallo come il sole, con una tesa larghissima, un po’ sollevata sul davanti per lasciar vedere il viso. La cupola e la tesa del cappello sono guarnite di corolle di ogni colore: sembra quasi che la Signora Fantasia abbia sulla testa un’aiuola fiorita. Poi la bella signora è profumata e lo scrittore si lascia ammaliare da quel profumo, perché non conosce droga migliore ed è la sola essenza che lo spinge a fare tardi la sera per riempire pagine su pagine di sogni a occhi aperti.

La Signora Fantasia ogni tanto esce in compagnia della Venditrice di Illusioni, protagonista d’un vecchio racconto, fulcro di speranze lontane. Adesso che non coltivo più illusioni, mi capita di incontrarla nelle mie notti insonni. Un tempo avrei provato a illudermi ancora, ma oggi non ha più senso. Ho avuto molto, in fondo. Se apro la finestra insieme a un refolo di vento di mare sento tornare alla memoria un brusio sommesso. Sono le voci dei miei personaggi che non mi lasciano mai solo. Voglio morire così, in mezzo a loro. Figli che non ho avuto ma che ho soltanto sognato. Racconti per bambini che ascoltano la voce di un nonno lontano. Ricordi d’una giovinezza perduta, tra vento caldo che sferza le dune e carovane di cammelli che passano a ritmo cadenzato. La mia vita trascorsa in compagnia del mal d’Africa, romanzo alla ricerca delle mie radici ritrovate in una città tra mare e scogliere. Sinforiano ha trovato il suo porto, in compagnia dei gatti in amore che contendono il pesce ai gabbiani, ma adesso è soltanto un vecchio felino che non ha più la forza di lottare. Ho sempre creduto che non si può morire finché c’è una buona storia da raccontare, ma da un po’ di tempo a questa parte la fantasia sembra avermi abbandonato. Le mie storie sono la sola eredità che lascio. Fatene buon uso, perché erano la mia unica ricchezza…

Aldo Zelli è’ morto improvvisamente la sera del 24 aprile 1996, dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale. Il sei ottobre 1996 avrebbe dovuto ritirare il premio del “Centro culturale Marco Tanzi” per il suo ultimo volume Il tempoall’indietro – I capelli della strega(Giacchè, La Spezia 1994). Nel 2000, l’Amministrazione Comunale di Piombino, per ricordarlo e commemorarlo, ha voluto intitolare a suo nome una nuova strada della città.

Gordiano Lupi

(Libera riduzione del romanzo breve Mal d’Africa, contenuto ne Alla ricerca della Piombino perduta, Il Foglio Letterario, 2012, pag. 95 – 169)

Bibliografia di Aldo Zelli(1918 – 1996). Kaslan, storia di un dromedario intelligente (L’Ariete, 1966 – ristampato da Il Foglio, 2002), Il marinaio zoppo e altre storie (L’Ariete, 1967), Il magnifico corsaro (Paravia, 1971), Le avventure di Sinforiano, gatto vegetariano (L’Ariete, 1973), Lo schiavo di Tunisi (Edizioni Paoline, 1974), Diecimila anni fa (Le Monnier – Salani, 1980), La stirpe di Horo (La Fortezza, 1981), Il gatto robot (Comune di Piombino, 1981), Le storie di Abu Bakr (Editrice Virgilio, 1980), Buffe storie di animali (Ed.La Scuola, 1985), La tartaruga a rotelle (Ed. La Scuola, 1985), La carota ballerina (Ed. La Scuola, 1985), Larthi, principessa etrusca (Ed. La Scuola, 1985), Flaviano il longobardo (Ed. Petrini, 1988), Roma primo secolo (Le Monnier, 1991), Sotto le insegne di Colombo (Le Monnier, 1991), Il primo panda (Lalli, 1992), Schiava in Babilonia (Editrice SEI, 1995), Il sogno di Settimio Severo (Ed. La Scuola, 1994), Avventura nel futuro (Editrice Alberti, 1994), Il tempo all’indietro (Editrice Giacchè, 1994), Cronache della Staggetta (Chegai, 1998), Bartolomeo d’Alviano (Chegai, 1998), La bertuccia malandrina (Ed. Paoline, 1974 – rist. Il Foglio, 200), Putifarre e Serafino (Ed.Il Foglio, 2001), Le voci lontane (Il Foglio, 2002).

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