Luca Palmarini - I giorni della fenice: il bombardamento di Dresda tra letteratura

Luca Palmarini – I giorni della fenice: il bombardamento di Dresda tra letteratura

Al principio era il buio. Un’oscurità surreale, innaturale, che non preannunciava nulla di buono. Il profumo dell’aria aveva un che di acre, era diverso dal solito. Dopo fu il turno del rumore. Un ronzio lontano cominciò a diffondersi tra gli edifici barocchi, si trattava di un rumore sordo che lentamente sembrava non solo moltiplicarsi, ma anche avvicinarsi. Era l’esercito dell’apocalisse che stava arrivando, in un’ordinata marcia nei cieli, senza incontrare alcuna resistenza. A poco a poco il rombo diventava insopportabile, gli edifici che si stagliavano verso il cielo cominciarono a tremare, quasi a emettere gemiti di dolore. Poi arrivò la luce. Le detonazioni, una dopo l’altra, squarciarono il cielo con lampi di fuoco. Polvere, fuoco, macerie, lampi, vortici di vento rovente investirono Dresda in pochi attimi. L’inferno dantesco era giunto sulla terra. I palazzi si sgretolavano come tanti golem in ginocchio davanti al rabbino Loew. La temperatura dell’aria, ormai irrespirabile, salì improvvisamente a livelli indicibili, bruciando ogni cosa. Il fuoco, elemento inquieto e terribile, trovava nutrimento nella carne e nei mattoni di quella sventurata città.

Ecco, con questa visione apocalittica, io mi immagino il bombardamento della città di Dresda, in Sassonia, uno degli episodi più tristi e crudeli della II Guerra mondiale. Dresda, la Firenze sull’Elba, in quei giorni del 45 doveva scomparire dalla faccia della terra, con essa dovevano morire i suoi monumenti e i suoi abitanti, rei di essere tedeschi, di aver fatto parte, volenti o nolenti, del III Reich, tragica follia ormai alla fine della sua esistenza.

Il bombardamento di Dresda, avvenne tra il 13 e il 15 febbraio del 1945. Molto si è dibattuto a riguardo: era davvero necessario? Si trattava di una vendetta? Non si sarebbe potuto evitare? In fondo la città non era un obiettivo militare e in quei mesi tra il 44 e il 45 ospitava profughi arrivati dell’est a seguito dell’incalzante avanzata dell’Armata Rossa. Il bombardamento del capoluogo sassone venne attuato tramite la tattica “morale bombings”, ovvero un bombardamento a tappeto che non dava molta importanza al fatto che la città da colpire fosse un obiettivo strategico o no. Bisognava distruggere i centri abitati con i loro monumenti e gli abitanti, in modo da colpire il morale germanico. Secondo le teorie degli storici Joerge Friedrich e Frederick Taylor, lo scopo, oltre a demoralizzare, era quello di creare il panico e il caos.

Dopo la guerra la città finì nella sfera di influenza sovietica e per un primo periodo si cercò di dimenticare questo tragico episodio. In fondo erano i vincitori a dettar legge. Eppure Dresda, rinata dalle sue ceneri, è diventata un’araba fenice che ha fatto molto parlare di sé negli anni a venire. Il bombardamento della capitale della Sassonia, scrigno di tesori artistici sul fiume Elba, ha ispirato scrittori e cantautori che hanno impresso nella memoria dei loro protagonisti scene terribili, di tragici ricordi e traumi sconvolgenti, accompagnati da una tristezza infinita.

Il romanzo più conosciuto in cui si scrive del bombardamento di Dresda è senza alcun dubbio quell’opera geniale dal titolo Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini (Slaughterhouse-Five; or, The Children’s Crusade: A Duty-Dance With Death), di Kurt Vonnegut, pietra miliare del pacifismo e manifesto del valore effimero dell’esistenza. La crociata dei bambini non si riferisce solo all’episodio storico del 1212 che porta tale nome, ma anche e soprattutto alla guerra mondiale che aveva svuotato i banchi di scuola, rubando l’adolescenza, e in molti casi la vita, a migliaia di ragazzini. Vonnegut scrive di più di 130.000 morti (forse basandosi sul  controverso libro di David Irving, Apocalisse a Dresda), ma il numero in realtà sembra attestarsi a cifre minori (circa 40.000 vittime). Resta comunque il fatto che Dresda e la sua distruzione gli rimasero impresse per tutta la vita.

Kurt Vonnegut, comunque, era lì, di persona. Catturato sulle Ardenne, il futuro scrittore americano venne tenuto prigioniero proprio a Dresda, dove sopravvisse al massacro rinchiuso insieme ad altri prigionieri in una cella frigorifera di un mattatoio. Dopo il bombardamento fu costretto a scavare alla ricerca dei corpi delle vittime. Ciò che ebbe visto riuscì a trasferirlo su carta soltanto vent’anni dopo. Il suo romanzo più celebre ricalca e narra, con alcuni particolari di fantasia, quella traumatica esperienza. Mattatoio n. 5, che già dal titolo ci suggerisce molto, ha inizio come una sorta di autobiografia per poi avvicinarsi gradualmente a una letteratura quasi di fantascienza. Lo splendido impiego della satira e dell’umor nero, accompagnati da uno stile semplice, conferiscono all’opera un che di unico:

« Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come puu-tii-uiit? »

Il genio di Vonnegut si unisce alle emozioni che l’autore suscita intorno al tema centrale dell’assurdità della guerra. Il protagonista, Billy Pilgrim, non sembra offrire nulla di speciale. Viene descritto come una persona qualunque che viveva nell’immensa e mitica America del Novecento: un bambino dall’aria stramba, che diventò un ragazzo dall’aria stramba: alto e gracile, e fatto come una bottiglia di Coca-Cola . L’intento dell’autore è proprio quello di raccontarci il bombardamento di Dresda ad opera degli Alleati, terribile avvenimento passato in sordina e al quale fortunosamente lo stesso Vonnegut riuscì a sopravvivere. L’autore sembra voler affidare a Billy Pilgrim, personaggio di pura fantasia che si rivela essere profondamente umano, il compito di suo alter ego, di protagonista che trasmetterà ai lettori i terribili ricordi delle vicessitudini che lo coinvolsero veramente durante la guerra. Il trauma del passato viene dunque superato proprio grazie alla creazione del personaggio di Pilgram su cui Vonnegut scarica le sue fantasie e i ricordi. La storia di Pilgrim è a volte straordinaria, con avvenimenti improbabili, addirittura fantascientifici, al cui fianco si trova la tragica storia del bombardamento di Dresda. Realismo e fantasia insieme dunque, storia e fantascienza, due generi che sembrano essere agli antipodi e che Vonnegut riesce invece a unire magistralmente, dilatando la crudeltà dell’episodio di Dresda. Il romanzo presenta alcune pause narrative al di fuori di ogni contesto storico, pause studiate dall’autore per lasciare spazio alla riflessione filosofica, asse portante dell’intera opera. Nella narrazione di Vonnegut la cronologia sembra perdere ogni significato, annullata dagli sbalzi temporali presenti. Il tempo non è qui unidirezionale, bensì prende un andamento quasi circolare, sembra quasi ruotare su se stesso. A Dresda, ad esempio, sembra sia di nuovo l’anno zero, quando Pilgram esce da quel fortunato rifugio che è il mattatoio, la città sassone è rasa al suolo, il paesaggio è lunare, il tempo sembra essersi perso nei meandri multidimensionali,  ma forse in questo caso ciò risulta comprensibile. Dopo questo tragico episodio Vonnegut fa ritornare il suo Pilgram in America, ma, attraverso un altro viaggio nel tempo, lo trasporta nuovamente alla Dresda del 1945, momento in cui il romanzo trova la sua conclusione. Dresda, dunque, si appiccia alla memoria, torna incessantemente nei pensieri di chi l’ha vissuta.

Il bombardamento di Dresda è presente anche nel romanzo polacco Sprawa pułkownika Miasojedowa (L’affare del colonnello Miasojedov), del controverso scrittore polacco Józef Mackiewicz.

È la storia di un militare russo, accusato di spionaggio. Una sorta di Dreyfuss sovietico, insomma, che alla fine viene condannato a morte. L’opera venne pubblicata per la prima volta nel 1962, ovvero ben sette anni prima della pubblicazione di Mattatoio numero 5. Mackiewicz è quindi il primo ad aver scritto su questo terribile evento a cui si ricollega alla fine del romanzo. Il tragico episodio doveva essere dimenticato, era una verità scomoda di cui, a detta dello stesso scrittore polacco, “non si deve parlare ad alta voce” (titolo di un altro romanzo

del polacco). Mackiewicz, voce critica sia del mondo occidentale che di quello oltrecortina, ritiene l’ecatombe di Dresda un crimine contro l’umanità. Il polacco non accetta la tesi morale in cui i tedeschi, rei di ogni genere di efferratezze, dovevano pagare con la stessa moneta i crimini compiuti. A Mackiewicz interessava il destino delle persone, non le giustificazioni morali. In uno dei dialoghi del romanzo si legge:

…mnie się tak zdaje, że jest trochę przesady w tak zwanych „cierpieniach narodów”. Osobiście mam takie wrażenie, że cierpią zawsze tylko ludzie. 

A me sembra ci sia abbastanza esagerazione in quelle “sofferenze dei popoli”. Personalmente ho l’impressione che soffrano sempre e soltanto le persone.

Mackiewicz non si pone, come alcuni possono pensare, a favore dei tedeschi, ma li ritiene, sebbene con tutte le loro colpe, un popolo fatto di esseri umani, come lo sono gli altri, anche durante e dopo il conflitto. Si tratta di uno dei molti crimini dell’umanità denunciato dal controverso scrittore che dopo la guerra fu costretto all’esilio dal governo comunista.

Diversa dal coro è la visione che Victor Klemperer, filologo tedesco di origini ebraiche, lascia in uno dei suoi diari dal titolo  Das Tagebuch 1933 – 1945. Eine Auswahl für junge Leser.  Discriminato durante il nazismo, Klemperer rimase a Dresda protetto dalla moglie. Entrambi riuscirono a scampare alle bombe. Klemperer ritiene che il bombardamento di Dresda gli abbia salvato la vita. Si è trattato di un segno del destino, in quanto per il giorno seguente erano previsti dei rastrellamenti nazisti in città e lui e sua moglie erano nella lista. Nel suo diario il filologo tedesco descrive i terribili attimi del bombardamento e il comune destino di molte altre persone. Dresda la ritroviamo ancora nel romanzo Erde und Feuer, del 1982, di Horst Bienek, scrittore tedesco nato a Gleiwitz (oggi Gliwice Polonia).

13th February 1946: Women workers removing debris from the shell of the Hof Kirche, the Catholic cathedral in Dresden, Germany. (Photo by Fred Ramage/Keystone/Getty Images)

Dresda, la città-rovina, sembra aver suscitato anche l’interesse di alcuni cantautori. I Pink Floyd ne immortalano il ricordo nella canzone The Heros’ Return, inclusa nell’album The final cut del 1983. Il pilota continua a pensare ai bombardamenti a cui aveva partecipato, bombardamenti che restano impressi nella memoria come un ricordo indelebile:

Jesus, Jesus, what’s it all about?

Trying to clout these little ingrates into shape.

When I was their age all the lights went out.

There was no time to whine or mope about.

And even now part of me flies over

Dresden at angels one five.

Though they’ll never fathom it begind my

Sarcasm desperate memories lie.

[…]

And there is something that I’ve locked away

A memory that is too painful

To withstand the light of day.

[…] 

Gesù, Gesù, ma che cos’è tutto questo cercare

di far filare dritti quei piccoli ingrati?

Quando avevo la loro età ce la siamo vista brutta

non c’era tempo di lamenti e depressioni.

E ancora oggi una parte di me

sorvola Dresda su un Angels 15.

Anche se non lo capirebbero mai,

dietro al mio sarcasmo ci sono ricordi disperati.

[…]

E c’è qualcosa che tengo accuratamente nascosto.

Un ricordo troppo doloroso per la luce del giorno.

Dresda viene ricordata anche dagli Iron Maiden, mitico gruppo britannico storicamente legato alle canzoni con tematiche guerresche (vedi p.e. Two minuts to midnight). La canzone Tailgunner, dall’album No Prayer for the Dying del 1990, si presenta di una potenza disorientante, ma forse lo deve essere, in quanto brano di apertura del disco. I piloti vengono coinvolti in questa obbligatoria danza della morte:

Trace your way back 50 years
To the Glow of Dresden – blood and tears
In the black above by the cruel searchlight
Men will die and men will fight – yeah!
Who shot who and who fired first?
Dripping death to
whet the blood thirst
No radar lock on, skin and bone
The bomber boys are going home

Climb into the sky never wonder why
Tailgunner
You’re a Tailgunner

Nail that Fokker kill that son,
Gonna blow your guts out with my gun,
The weather forecasts good for War
Cologne and Frankfurt? Have some more!

[…] 

Ripercorri a ritroso la tua strada fino a 50 anni fa
Ai bagliori di Dresda, sangue e lacrime
Nell’oscurità sovrastante dai fari crudeli
Uomini moriranno e uomini combatteranno, yeah!
Chi sparerà a chi e chi ha sparato per primo?
La morte cade come gocce
per eccitare la sete di sangue
Nessun radar li ferma, pelle e ossa
I bombardieri stanno tornando a casa

Salire nel cielo senza mai chiedersi il perché
Mitragliere di coda
Sei un mitragliere di coda

Colpite questo Fokker, uccidete questo ragazzo
Tirerò fuori le tue budella con il mio cannone
È previsto tempo ideale per la guerra
Colonia e Francoforte? Facciamo di più!
[…]

Il terribile bombardamento della città sassone è il soggetto del brano Dresda degli Janus, formazione musicale di destra attiva negli anni 70 che proponeva musica alternativa. Il gruppo, nato nel 1975 negli ambienti giovanili dei movimenti di destra, non ebbe una vita facile, considerato l’allora dominio della sinistra nell’organizzazione dei concerti. Dresda degli Janus esce nel 1977. Nella canzone si percepisce la critica, caratteristica degli ambienti di destra, verso gli Alleati, rei di un crimine, di aver negato il domani a un’intera città:

Le sirene della notte, 

il fumo dalle macerie, 

le urla dei vivi, 

il silenzio dei morti,

Dresda piange il suo domani.

Gli aerei degli alleati, 

dei giudici di Norimberga

tornano alle loro basi 

ebbri di un immondo trionfo,

Dresda piange il suo domani.

Ma il vento di fuoco 

Non cancellerà il ricordo, 

un giorno non lontano 

puniremo il tuo boia. 

Il desiderio di vendetta presente alla fine del brano mi inquieta non poco…

Se passiamo a un altro genere musicale e andiamo a ritroso nel tempo, troviamo il brano per fisarmonica del compositore ceco Vaclav Trojan, La cattedrale distrutta, scritto negli anni Sessanta dopo che l’artista ebbe avuto modo di vedere le rovine della città.

Nel cinema è di nuovo la Polonia a venirci incontro: paese geograficamente vicino, ma anche quello che all’epoca contava più prigionieri destinati ai lavori forzati nella città della Sassonia. Nel film Dziś w nocy umrze miasto (Questa notte muore la città), di Jan Rybowski, del 1961, la tragedia di Dresda viene vista dagli occhi dei lavoratori forzati polacchi e di altre nazionalità, concentrati qui in gran numero. Un lavoro di più recente produzione è il film per la televisione tedesca Dresda (Dresden) del 2006. Sullo sfondo dei cruenti bombordamenti prende vita la storia d’amore tra un’infermiera tedesca e un pilota inglese da lei nascosto.

E oggi? Oggi Dresda è tornata a far bella mostra di sé. La città è stata ricostruita in buona parte “dov’era e com’era”. Il processo è stato  molto lungo e non indolore. Molti edifici non sono stati purtroppo recuperati ma sostituiti da anonimi palazzi, la ricostruzione di altri è invece avvenuta molto lentamente.

La cattedrale è stata restaurata soltanto negli anni 80, ancora durante la DDR, mentre la chiesa Frauenkirche, ricostruita in parte per anastilosi, è stata finalmente inaug

urata nel 2005. Ora, andando a Dresda, si può passeggiare ricordando due città: quella barocca alla cui corte lavorarono molti artisti da tutta Europa e quella tristemente nota dei bombardamenti. Anche dalle tragedie possono nascere letteratura e musica.

(Luca Palmarini)

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