Marco Amore - Joseph Beuys & Theodore John Kaczynski - Monologo a due sulla natura

Marco Amore – Joseph Beuys & Theodore John Kaczynski – Monologo a due sulla natura

Avvertenza

L’articolo che state per leggere è incentrato sul confronto fra due delle più emblematiche e controverse personalità del XX secolo: da un lato l’artista tedesco Joseph Beuys, promotore di una <<soluzione pacifica>> per il raggiungimento di un nuovo ordine sociale; dall’altro l’ex matematico e dinamitardo seriale statunitense Theodore J. Kaczynski (venuto alla ribalta della cronaca con l’appellativo di Unabomber), propugnatore di una <<rivoluzione radicale>> che punta all’eliminazione della <<società industriale e tecnologica.>> L’autore intende far presente ai lettori che scopo dell’articolo non è di illustrare al meglio le ideologie sovraesposte, né equiparare il cosiddetto sciamano dell’arte alla figura di un – seppur geniale – assassino. Egli condanna nella maniera più assoluta le azioni criminali di Kaczynski, l’omicidio in generale e qualunque forma di violenza o atrocità perpetrata a sostegno di una qualsivoglia ideologia, sia essa religiosa o politica, conservatrice o riformista, e condivisibile o meno dall’autore. E, nondimeno, il fatto che la celebre discussione sulla creatività di Bolognano, contenuta nel volume Difesa della Natura1, richiami molti, interessanti punti del dattiloscritto di Kaczynski è sotto gli occhi di tutti, sicché imputarla alla volontà autorale di stupire equivale a fare un buco nell’acqua, così come attribuirla a una serie di fattori contingenti sarebbe una soluzione di comodo. Ciò detto, l’autore si dichiara a conoscenza dell’assunto secondo cui <<a volte un sigaro è solo un sigaro>>, ma anche che, parafrasando Freud, certe volte potrebbe trattarsi di altro, e che in questo caso potremmo trovarci di fronte a qualcosa di ben più eclatante.

19/12/2017

MASSERIA VARCO (casa-studio dell’artista Eugenio Giliberti1)

ore diciassette e zero-sei

Masseria Varco (cucina)

[Malgrado la bella giornata, il cielo sereno (salvo velature temporanee) e il vento grecale che è un piacevole sbuffo fra i capelli, sembra di stare in un congelatore domestico. Giliberti è appena rientrato dal capannone di Selve del Balzo: una piccola falegnameria rurale che fa capo a un progetto inerente le problematiche dei boschi. Sta attizzando il fuoco con le ganasce di una pinza sagomata.]

<<Io non penso alla natura come se fossi un marziano che guarda il mondo dalle stelle. La penso semplicemente in termini di armonia: noi siamo qui e non possiamo pensare di non esserci. Oltretutto siamo qui da tanto tempo. Prima di noi sappiamo che c’è stata altra gente. [All’improvviso poggia le molle sul trespolo e si accomoda di fronte alla mia sedia.] Perciò la natura, soprattutto in Italia, è una mera costruzione dell’uomo. Ma, anche se ci fosse un pezzo di natura “originaria”, sarebbe una decisione dell’uomo il fatto di lasciarla tranquilla. Forse siamo un danno per le formiche o le api? Sono le formiche a rappresentare la natura originaria?>>

[Segue una pausa ad effetto, in cui decido di rivolgergli una domanda personale.]

<<Il mio trasferimento qui è dovuto semplicemente al caso. La mia famiglia possiede in questa zona dei terreni e, ad un certo punto della vita, per responsabilità nei confronti di mia madre, cominciai ad occuparmi dei possedimenti di famiglia. In particolare fui costretto a conoscere il bosco (ovvero il bosco come patrimonio naturale) da cui nacque il progetto SdB (Selve del Balzo), che, sulle prime, doveva essere una cosa a sé stante. Il mio lavoro era i Seicentottantamilaquattocento Quadratini Colorati, era un lavoro di studio, un lavoro di…>>

D. Di logica combinatoria.

Eugenio Giliberti, 680400 Quadratini Colorati (studio), 1994-96

<<Sì, di logica. Tuttavia la matematica, nello specifico il calcolo combinatorio, è uno strumento, non l’obiettivo finale del lavoro in sé. L’obiettivo del mio lavoro era arrivare al termine di una data avventura. Ma per arrivare alla fine di questa avventura bisognava capire come – ossia, in che modo – arrivarci. In tal caso il mio occuparmi del bosco doveva essere una cosa totalmente indipendente dal lavoro. Io, ormai, avevo già cittadinanza come artista. E, di conseguenza, anche qualcosa da difendere. Sai che gli artisti difendono molto quello che hanno conquistato. E, molto spesso, questo si trasforma anche in una certa aridità nella vecchiaia. Cioè, gli artisti a un certo punto hanno detto quello che dovevano dire e siccome per dovere di mercato devono continuare a dire sempre qualcosa, alla fine quel lavoro diventa vuoto ed esausto. Allora, avevo una posizione da difendere per cui continuavo ad avere lo studio a Napoli. E cominciavo a frequentare questa zona per occuparmi del bosco. Occuparmi del bosco significava, ad esempio, entrare in contatto con un vecchio guardiano delle selve, sicché cominciai ad accumulare una serie di informazioni che non riguardavano per niente quello che stavo facendo, immagazzinandole in un luogo a parte del cervello che era totalmente diviso dalla mia esperienza di artista.>>

D. Quindi il cambiamento non è dipeso da una scelta consapevole. La consapevolezza, se consapevolezza c’è stata, è arrivata in un secondo momento.

Masseria Varco, Stanza della potatura (particolare)

<<Tieni presente che appartengo a una generazione che, nella prima gioventù, ha avuto l’illusione di un impegno politico a 360 gradi; un impegno politico inteso come professione non pagata. Noi avevamo la convinzione che esistesse un pensiero che dominava… cioè, che riuscisse a interpretare la storia. E, soprattutto, che riuscisse a interpretare il futuro. Una grandissima illusione. Però in questa trappola cadevano da generazioni… diciamo a tratti, a ondate, ci si cadeva da generazioni a ondate successive. Io appartenevo, e tuttora appartengo, a una generazione che nella seconda ondata, quella del dopo Sessantotto, è stata fortemente impegnata politicamente. E, con tutta probabilità, quello che ho poi accumulato come pensiero sul lavoro e anche il mio lavoro susseguente non ignorano questa prima parte del mio impegno. Chissà com’esce questo nella registrazione [risata sarcastica]. Tornando a noi… ehm, io accumulavo quindi tutta una serie di informazioni, di cose eccetera, che non avevano nulla a che fare con l’arte, finché mi venne addirittura la curiosità di capire la crisi che stava vivendo il settore della coltivazione del legno: la selvicoltura preventiva, il bosco da reddito, insomma, che era la vocazione di tutti i boschi locali. Volevo intraprendere un’azione che tendesse a ribaltare questa grave crisi del settore (che non è semplicemente una crisi economica) ma, avanzando nella mia conoscenza del bosco, cresceva la consapevolezza di come questo modo di vivere e di amministrarlo aveva creato, a lungo andare, un equilibrio fra la popolazione e l’ambiente circostante (il bosco antropico, che pian piano si naturalizza, perché al di là della scelta del sesto d’impianto d’adozione, diventa tutt’uno col paesaggio; una natura che viene continuamente pettinata dall’uomo attraverso tagli periodici. Tagli che scopro essere non soltanto utili dal punto di vista finanziario, ma strettamente necessari in situazioni di rischio idrogeologico, perché è il bosco che evita di far franare la montagna. Ma se non è integro non tiene proprio un bel niente, quindi come si fa a mantenere integro il bosco? C’è bisogno di danaro. Come si fa il danaro per la manutenzione? Attraverso il taglio. Il taglio, fra l’altro, nelle zone a rischio è obbligatorio a cicli brevi – ogni dodici anni). [Un gatto a pelo corto, con pezzatura bianca predominante, gli si accoccola in grembo e si mette a fare le fusa. C’è anche un gatto nero, qui fuori, sdraiato davanti all’ingresso come una Sfinge di Giza in miniatura. Al momento del mio arrivo ho chiesto a Giliberti il suo nome. Un tizio che era con lui ha risposto: <<Io lo chiamo Bianchetto.>> Giliberti ha affermato di chiamarlo Nerino. Ho evitato di chiedergli il nome di quest’altro.] Così imparo che l’economia della selva, che è sempre stata un’economia abbastanza povera (ma diventata oggi insostenibile), una volta godeva della subordinazione di una società povera in toto. Una società che poteva ancora permettersi l’esistenza di persone che si occupavano di un pezzo di natura senza ricavarne guadagno. Perché il solo avere la responsabilità di una certa area gli consentiva quel minimo di traffici, quella possibilità di gestire… ehm, che so, la legna secca che poi andava nel camino, ad esempio, o l’intermediazione per la vendita del legname, che facevano in modo che c’era comunque un equilibrio in cui, sì, malgrado non girasse il becco d’un quattrino (continua a non girare una lira, se è per questo [risata allusiva]), però, insomma, l’effetto sulla natura era che la natura (consideriamo sempre la natura antropica) reggeva. E la vocazione della popolazione nei confronti del bosco era fortissima. È vero che le case che guardano verso la montagna guardano verso sud. Però eccoti una curiosità che ti lascerà di stucco: nei primi tempi in cui cominciai ad occuparmi del bosco, mi portavo dietro anche un po’ del bagaglio di amicizie e conoscenze precedenti. Un po’ di ex studenti di architettura che nel frattempo erano diventati docenti, che quindi avevano, all’università, la possibilità di utilizzare le cose che io cominciavo appena a conoscere: per insegnare tecnologia del legno, magari, e fare un discorso di sistema che non era soltanto un discorso su come si fabbrica un parquet, ma da dove viene il materiale con cui si fabbrica questo oggetto, come si fabbrica… tutto il… diciamo, tutta la filiera. In una di queste prime ricerche, le studentesse di Composizione Architettonica che vennero a fare i sopralluoghi nella zona si resero conto che quasi tutte le case del posto avevano le facciate che guardavano verso la montagna: una cosa strana, anche perché, è vero, guardi verso sud, però guardi verso la montagna; in realtà quel sud, soprattutto in inverno, non te lo godi neanche un po’, mentre invece la ricchezza immagini che sia in pianura, dove i terreni sono più… sono ubertosi, sono fertili. In effetti questa era la testimonianza… FORSE era la testimonianza, perché non lo possiamo dire con certezza, ma ti fa pensare a quanto fosse forte questa vocazione verso le montagne e… sto divagando?>>

Masseria Varco (ex stalla)

D. Assolutamente no. [Balbettio incomprensibile seguito da una riflessione sull’estremismo ecologista (imbastita su una citazione letterale tratta da La Società Industriale e il suo Futuro2: La natura si prende cura di sé: essa fu una creazione spontanea esistente molto prima di qualunque società umana e innumerevoli differenti tipi di società umane coesistettero con la natura senza recarle un danno eccessivo. Solo con la rivoluzione industriale l’effetto della società umana sulla natura divenne veramente devastante. Per alleviare la pressione sulla natura non è necessario creare un tipo particolare di sistema sociale; occorre solo liberarsi della società industriale). Gli domando cosa pensa in proposito.]

<<Fra qualche anno il capitalismo sarà tutto indirizzato verso l’agricoltura biologica (nell’agricoltura), la bioarchitettura e i materiali ecosostenibili (in edilizia) e così via. Altrimenti perché si parlerebbe tanto di ecosostenibilità. Ne parlano tanto perché è diventata il nuovo business. Però, se ci confrontiamo con l’altro modello che nel ‘900 ha mantenuto il potere, beh, è solo una minore distribuzione della ricchezza che ha garantito un maggior rispetto della natura. Ma non è che ideologicamente ci fosse… come dire? Se consideri le dinamiche sociali, il pensiero che governava… il pensiero e la pratica politica dei paesi del cosiddetto “Socialismo reale” producevano Černobyl’… perché tutto era sempre concentrato sull’uomo, non in quanto elemento di un sistema che doveva restare armonico per il proprio…>>

D. Ma il problema è da ricercarsi nell’individuo o nell’attuale società; è connaturato nell’uomo o frutto della diseducazione civile?

<<Il problema non è mai la persona. Cioè, l’azione individuale, quindi l’interesse individuale che, in origine… vale a dire, prendi gli animali a cui noi attribuiamo tante belle qualità. Ma, in fin dei conti, due gatti maschi non li puoi far incontrare che si ammazzano a vicenda. Il fatto che ci sia una natura predatoria, naturalmente, è preponderante per chi viene educato in tal senso… l’educazione è un fatto non trascurabile, secondo me. Le persone non sono uguali, perché hanno tutte un background differente, appartengono a culture differenti e le culture differenti producono sistemi diversi e principî diversi. Allora tu metti… poniamo che il tuo obiettivo è raggiungere il massimo profitto in qualsiasi campo… d’accordo, però, insomma, è da un po’ di tempo che si è capito come mediare l’interesse individuale con l’esistenza della collettività. Il problema è la collettività nei confronti della natura, che deve raggiungere, invece, una coscienza di ciò che è veramente utile sia per sé che per il singolo.>>

Eugenio Giliberti, Stufa, 1996 (a sinistra) Eugenio Giliberti, Sentinelle 2 Quadri bianchi, 2011 (a destra)

D. Di conseguenza secondo lei esiste un’alternativa all’interno della società contemporanea. Non occorre, come sostiene Kaczynski, far crollare il sistema industriale.

<<Ritorno al fatto che noi abbiamo un ciclo brevissimo di vita. Allora, se abbiamo perso la speranza che nel corso della nostra vita ci sarà il Grande Cambiamento, non per questo dobbiamo fare il contrario: siccome non cambierà mai niente, noi restiamo sempre uguali, no. Alcuni di noi, della mia generazione, intendo, abbiamo pensato che il mondo sarebbe cambiato nel corso della nostra esistenza; abbiamo pensato che ci sarebbe stata la nascita di un nuovo ordine – non L’Ordine Nuovo [boutade sul periodico politico-culturale fondato a Torino il 1° maggio 1919], che nonostante fosse il giornale del Partito Comunista d’Italia (PCI) fondato da Antonio Gramsci, è diventato poi il nome di un’organizzazione dell’estrema destra, negli anni Sessanta o Settanta [con esattezza, il dicembre del 1969] comunque… – abbiamo pensato che questa “rivoluzione” potesse avvenire nel corso del nostro ciclo vitale, ma in realtà l’errore principale è stato dare credito a questa specie di seconda religione laica. All’idea che ci fosse un pensiero che potesse interpretare talmente… in maniera così scientifica il genius saeculi, per cui questo stesso pensiero poteva capire dove saremmo andati a parare a lungo termine. In realtà, se avessimo creduto al marxsismo fino in fondo, saremmo potuti restare anche immobili, in attesa che le cose si sviluppassero da sole. Perché era la natura stessa della società che ci avrebbe dovuto condurre verso un determinato destino. Ma questa natura sociale non ci ha portato da nessuna parte, lo abbiamo visto tutti, ormai, il presente ne è la prova conclamata, la questione era molto più complessa di quanto apparisse dall’interno, soprattutto perché l’uomo è imprevedibile, esatto, IMPREVEDIBILE. E chi aveva preso alla lettera questi grandi insegnamenti e questa grande illusione è diventato un grande criminale3. Vedi Pol Pot [pseudonimo di Saloth Sar, capo dei guerriglieri rivoluzionari della Cambogia]. Pol Pot ha messo in pratica, pressoché integralmente, quello che urlavano gli slogan.>>

D. Idem per il nazionalsocialismo tedesco. Ad ogni modo, la ringrazio: è stato molto chiaro su Kaczynski.

<<Tieni presente che però, almeno in parte, il presupposto da cui nascevano questi grandi movimenti di destra, cioè Fascismo e Nazismo, era di essere delle organizzazioni reazionarie, ovverosia: partivano dall’idea di reagire-a-qualcosa. E la fonte del grande cambiamento non era ciò a cui loro reagivano, ma trova la sua strada perché, come l’arte, è fondamentalmente liquida, e scorre impetuosa dalla rivoluzione russa a quella democratico-repubblicana cinese. Tutte esperienze che adesso sono troppo grandi e troppo lontane per poterle trattare con leggerezza. Sono avvenimenti di una grandezza enorme, storicamente parlando, quindi non possiamo metterci qui a fare il punto della situazione.>>

D. Torniamo a Masseria Varco. Lei riprende in mano i possedimenti di famiglia e poco alla volta s’interessa alle problematiche dei boschi, pertanto decide di trasferirsi qui e collocarci un nuovo atelier.

Eugenio Giliberti, Sentinelle Bianco e Giallo, 2008

<<Quando finalmente libero questa masseria, succede che mi trovo a fare i conti con una cosa che avevo già notato in precedenza: non avendoci mai messo piede il proprietario, non era stata massacrata da interventi di ristrutturazione invasivi. Era decadente [penso che fatiscente renderebbe meglio l’idea], impoverita dall’incuria, eppure non aveva perso quell’autentico carattere campagnolo che la contraddistingue dalle unità abitative più recenti. Tu sai che in origine questa zona era conosciuta come Le Tre Masserie (purtroppo le altre due sono state sfigurate da ammodernamenti volti al miglioramento dei servizi igienico-sanitari e di vivibilità delle strutture) e, nonostante la mia fosse una masseria molto modesta, grazie alla povertà con la quale era stata condotta, era rimasta abbastanza integra da poterla rimettere a nuovo (c’era stato qualche piccolo cambiamento qua e là per via del terremoto dell’80, ma il nucleo centrale era perfettamente visibile). E la prima mostra che preparo qui fu una personale del 2006 per la Galleria Milano diretta da Carla Pellegrini. Non so se hai presente il posto, un palazzo storico del centro con grandi affreschi a soffitto e un aspetto un po’ délabré

D. In via Turati…

<<Turati, sì. Vicino ai Giardini Pubblici Indro Montanelli. Carla Pellegrini (mamma di Nicola Pellegrini, quello di Pellegrini & Mocellin) [la quale, ufficialmente, stando alle notizie del web, subentrò nella direzione della galleria un anno dopo la sua riapertura, nel 1965] l’aveva aperta insieme ai fratelli Somarè in uno di questi progetti un po’ fuori dagli schemi, perché di norma gli artisti non aprono gallerie. Comunque, presentai il mio lavoro fin dove era arrivato in quel momento, però esposi anche un video con un lettore DVD dotato di un piccolo visore, e in questo video si vedeva il solaio della stalla che cadeva – un’inquadratura fissa su due travi mentre le tavole che vi poggiavano sopra venivano buttate giù. Era una promessa a me stesso: non sapevo cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Non avevo ancora coscienza del fatto che stare qui significasse qualcosa. Quindi, potremmo considerarlo il punto di partenza: io sto qua, mi guardo intorno e guardandomi intorno reagisco a quello che succede.

Eugenio Giliberti, Data-base (Stanza della potatura), opera in fieri

D. Data-base. L’opera è stata esposta recentemente a Capri, negli spazi del palazzo Vanalesti. Una sequenza di disegni a matita che raccontano quattro anni di un albero di mele annurche.

<<Questo lavoro viene alla luce dopo pochi mesi dal mio trasferimento qui. La masseria nella quale opero è al servizio di un terreno che, tecnicamente, è un seminativo arborato. Ciò vuol dire che è un terreno pianeggiante, irriguo, dove si coltivano ortaggi, ma punteggiato di alberi di melo disposti in filari equidistanti l’uno dall’altro. Quando mi ci sono insediato, la campagna in questione stava per diventare una selva. Così ho cominciato a guardarmi intorno per capire cosa potevo fare per occuparmene… e ho operato una prima, grande potatura, perché erano anni che gli alberi non venivano sfrondati. Ma tutti i miei sforzi per curare questo meleto (avendo deciso di non avvelenarlo con prodotti chimici) si rivelarono energie sprecate. Allora ho cercato di trarre profitto dalla situazione in maniera diversa, trasformandolo in materia di studio per il mio lavoro effettivo. Non so se è possibile fare paragoni con altri artisti che costruiscono il loro paesaggio: per quanto mi riguarda, non metto in scena un teatrino di bottiglie da dipingere. Tra me e il meleto si è instaurato un rapporto nel quale io cerco di trarre profitto dalla conoscenza e dall’affetto che il prendersi cura di un essere vivente, in particolare di una pianta, produce. Un’operazione inutile dal punto di vista economico, ma utile affinché il rapporto con il meleto diventi sempre più mio, in quanto ciò mi permette di essere sempre più padrone di questa relazione idilliaca. La prima fase del lavoro prevede una sorta di servizio fotografico: passeggio per un paio di giorni nel meleto fotografando albero per albero e cercando di farlo con lo stesso ordine ogni volta. Dopodiché, dalle foto, passo al disegno o alla pittura, producendo questi quadri, o bozzetti, in cui c’è il ritratto di una pianta o di più piante con il relativo numero d’ordine. Diciamo che produco un materiale di conoscenza – un materiale per la conoscenza – mentre seguo l’andamento delle colture con spirito d’osservazione rinnovato.>>

Masseria Varco (ex stalla), mele annurche

D. Quanto c’entra tutto questo con Beuys, perché ricordo che in un nostro incontro precedente parlammo lungamente di Beuys e lei mi mostrò delle foto incorniciate che teneva appese a una parete.

Tano D’Amico, Foto di Beuys (a parete), 1981 Oggetti platonici Sedia blu e Sedia rossa, 1997

<<Per quanto riguarda Beuys, è stato uno degli artisti che più rappresentano il mio periodo di formazione come uomo; nel senso che è un artista molto vicino alle trasformazioni tentate dal ’68 all’80. Quindi, al di là del suo concetto democratico di arte, l’immagine di lui che avanza con il cappello e il celebre motto LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI è una cosa che si avvicina grandemente al mio immaginario dell’epoca, e ciò malgrado per me rapportarsi all’arte significava tagliare in maniera decisa con il dominio “democratico” del collettivo. Ma, quando mi sono accorto dell’esistenza di Beuys, lui era già un artista molto affermato, e quando ti misuri con un artista tanto importante c’è comunque un certo pregiudizio positivo nei suoi confronti e una certa timidezza nel muovergli apertamente delle critiche. Per cui questo mio malessere nei confronti della sua linea poetica rimaneva inespresso. Col tempo la vita, così come si è svolta, mi ha avvicinato molto alla sua opera, forse più dal punto di vista esteriore che estetico, perché non credo che questa vicinanza scenda più di tanto nel profondo. Non lo credo, però se guardo al tipo di lavoro e al tipo di aspirazioni che ho oggi, mi rendo conto che se non ci fosse stato Beuys non avrei mai potuto realizzarli. Perché lo scandalo di Beuys è proprio la sua capacità di interpretare un’arte sociale, non alla maniera conosciuta in Italia con la figura dell’operatore culturale eccetera, ma in una maniera totalmente diversa, in una maniera veramente rivoluzionaria.>>

1 Lindau Ediz., pp. 104.

2 Mini-bio: Eugenio Giliberti (Napoli, 1954). Esordisce negli anni ’80 con la collettiva “Evacuare Napoli” (1985) Nell’aderire a quel clima napoletano caratterizzato dalla contaminazione di generi e materiali, tecniche e modalità linguistiche differenti, rifiuta la via neo-figurativa, scegliendo una posizione minoritaria. La sua ricerca artistica si distingue a partire dal 1987 con le prime superfici monocrome e la riflessione sui nessi tra opera-spazio-ambiente. Culmine di questo segmento della sua ricerca e l’opera dal titolo Seicentottantamilaquattrocentoquadratini colorati (Galleria ThE, Napoli, 1996; Galleria Occurrence, Montréal, 1998; Kunstverein di Ludwigsburg, 2001; Galleria Milano, 2006; Castello di Genazzano, 2013), opera “combinatoria” in cui, su carta quadrettata, sviluppa tutte le combinazioni possibili di 10 colori in tre trittici. Seguono: gli Oggetti platonici (in La scultura italiana del XXI secolo, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, 2010); LP – lavoro politico (in Castelli in aria, Museo di Castel Sant’Elmo, Napoli, 2000; Futurama, Museo Pecci, 2000; Curriculum vitae, Museo di Castel Sant’Elmo, Napoli, 2003). Dal 2006 si trasferisce in campagna, a Rotondi nell’Avellinese, e fonda Selve del Balzo, una piccola comunità produttiva impegnata nella lavorazione del legname, elemento fondante della sua pratica artistica.Manifesto di Unabomber, § 184.

3 Manifesto di Unabomber, .

1 B.: <<…il socialismo marxista deve sempre rimanere un portento per gli storici del pensiero: come una dottrina così illogica e stupida possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia>>, J. M. Keynes, La Fine del Laissez-Faire, UTET, pag. 123. E, ancora: <<Io critico il socialismo di stato dottrinario non perché esso cerchi di assoldare al servizio della società gli impulsi altruisti degli uomini o perché si discosti dal laissez-faire, o perché esso sottragga una parte della libertà naturale dell’uomo di crearsi una gran ricchezza, o perché esso abbia il coraggio di effettuare audaci esperimenti. Lo critico perché non afferra il significato di quanto accade realmente; perché, in sostanza, è poco meglio di una resurrezione di un piano polveroso per far fronte ai problemi di cinquant’anni fa, basato su un fraintendimento di ciò che qualcuno disse cent’anni orsono. Il socialismo di stato del secolo XIX sorse da Bentham, dalla libera concorrenza, ecc., ed è sotto alcuni riguardi una visione più chiara, e sotto altri più confusa, proprio della stessa filosofia che forma la base dell’individualismo del secolo XIX. Ambedue insistettero al massimo sulla libertà, l’uno in senso negativo, per evitare limitazioni alla libertà esistente, l’altro in senso positivo, per distruggere i monopoli naturali o acquisiti. Essi sono reazioni diverse alla stessa atmosfera intellettuale>>, ivi, pag. 129.

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