Marco Parigi - Sul lato opposto

Marco Parigi – Sul lato opposto

Sotto le fronde degli alberi della piazza, tra il verde dei giardini pubblici e il nero dell’asfalto, il piccolo camioncino bianco colpisce l’occhio. Avvicinandosi, il profumo di brodo penetra nel naso facendo venire un languorino che per forza ci si deve fermare. Anche solo per un panino al volo.

Gigio!

Icché c’è Robi? Hai furia?

Una fumante porzione di lampredotto finisce sul pane, un cucchiaio di salsa verde e poi l’altra metà del pane intinta nel brodo a chiudere.

Gnamo Gigio mòhiti! Che me lo fai ‘sto panino o no?

O sta’ bono! Eccolo. Panino e vino. Cinque euro.

Mentre Robi cerca nel portafoglio, Marione mi guarda col bicchiere vuoto in mano.

Marione ne vuoi un altro? Bada che l’è belle i’ terzo.

Gigio e tu sembri la mi moglie! E tu m’ha dato nemmen mezzo bicchiere! Un mi ci son nemmen bagnato la bocca!

Tieni, piglia, ecco i’ vino e i’ panino. E buon appetito a tutti!

Solito movimento dell’ora di pranzo e quello che si barcamena tra panini, vino e bischerate che volano sono io, o meglio è Gigio, artista della trippa. Lui sì che si trova a suo agio in questo piccolo angolo di mondo, sul retro di un furgone che delimita e definisce tutto il suo essere.

Io, quello vero, mi chiamo Luigi e come sempre in questo momento del giorno aspetto quello che sta per succedere sul lato opposto dell’incrocio. Si tratta di un particolare avvenimento che da giorni vedo ripetersi.

Mentre le mani corrono dalla pentola al tagliere, la testa si volta di quando in quando verso il punto preciso da dove tutto ha sempre inizio.

Gigio! Gigio! Ma l’ha visto icché gl’hanno fatto domenica! E sembrahan briachi! Maremma maiala!

Annuisco avvilito, ma nel frattempo oltre la piazza l’autobus arriva e si ferma. Quando riparte immettendosi nel traffico, si lascia dietro quelli che son scesi alla fermata. Ancora è troppo presto per il mio appuntamento, ma un’occhiata a quelli che scendono la do comunque.

Dalla moltitudine approdata sul marciapiede emerge un viso conosciuto, Enzo, che si è appena lasciato con la moglie e odia il suo lavoro di impiegato. Lo vedo avvicinarsi e allentarsi la cravatta, il gesto è quasi rabbioso, ma anche liberatorio. Da quando Marta l’ha lasciato lo fa tutti i giorni.

Gigio un lampredotto bagnato, abbonda con la salsa, ‘un fare il tirchio

Enzo oggi ti vedo bene. E tu sei uguale spiccicato ai cencio che do per terra

Lascia perdere, maremma impestata, ‘un è giornata!

Rispondo per le rime a Marione che si lamenta perché il vino sa di tappo, solo per avere un altro bicchiere mentre nella piazza un nuovo autobus si ferma.

Oltre la cortina di vapore che si leva dalla pentola del brodo, osservo i nuovi arrivati. Niente, ancora non è l’autobus giusto.

Prendo gli ordini scherzando mentre con lo sguardo scorro le facce dei clienti. Vedere come mangiano di gusto è una vera soddisfazione per la mia anima di ristoratore. Faccio il mestiere di mio padre che prima ancora era quello di mio nonno, la nobile arte di cucinare trippa e lampredotto l’ho nel sangue. Sono in queste onorate vesti da quindici anni, tanto da trovarle comode, tanto da abituarmi a esser Gigio.

Eppure non ho sempre voluto essere lui.

Ho finito la scuola, liceo artistico, con tante idee e poche prospettive. Ho iniziato a dare una mano col lavoro di famiglia mentre cercavo di dare una direzione alla mia vita, di trovare il mio posto. Luigi contro il mondo, alla ricerca di un’opportunità. Affettavo il pane e pensavo ai fumetti che avrei potuto chinare, tritavo il prezzemolo e nel verde della salsa immaginavo i colori dei paesaggi che avrei acquarellato, raccoglievo le cartacce e pensavo all’odore della stampa dei miei futuri lavori. L’opportunità non l’ho mai trovata, i giorni si son fatti settimane, andare al lavoro ogni mattina è diventato più facile che cercare ancora, le settimane si son fatte mesi e ho smesso di provarci.

Guardo Marione alzare la mano per salutare, mentre trascina i piedi verso la bottega sull’altro lato della piazza. Se è svelto, sua moglie non si accorgerà nemmeno oggi che ha tirato giù la serranda per venire a farsi tre bicchieri di rosso. Lo seguo con lo sguardo per accertarmi che ci arrivi, alla bottega.

L’autobus si ferma per la terza volta. Deve essere quello giusto. Prendo l’ordine da due ragazzi e lascio che le mani facciano da sole, seguendo gesti conosciuti mentre il mio sguardo vola da Marione che spinge su la serranda (l’ha fatta franca anche oggi) all’autobus che sembra volerci mettere un’eternità a ripartire.

Finalmente sfila via e posso vedere chi è sceso. Sì, eccolo.

Salsa? Asciutto o bagnato ragazzi?

La risposta non ha importanza, Gigio li fa con la salsa e bagnati come vuole la prassi, in barba alla scelta del cliente. Lui è un fervente tradizionalista e io ho tutta l’attenzione concentrata sul marciapiede al di là dell’incrocio.

Il ragazzo è sceso assieme alla ressa di studenti che tornano a casa da scuola, ma sotto il mio sguardo pochi passi gli sono bastati per arrivare ad avere vent’anni e quando, poco più avanti, oltrepassa la bottega del fornaio ne ha già venticinque. Ha le spalle curve, una cartella sotto braccio e l’incedere svogliato quando arriva all’incrocio. Lo guardo girarsi indeciso. Naturale, è combattuto, vorrebbe proseguire diritto, andare a casa e finire ciò che ha in quella cartella, invece scende dal marciapiede per attraversare. Lo vedo esitare, sembra si decida, ma poi torna ad aspettare il semaforo che ancora lo blocca. Non farlo, non restare lì. Voltati, torna indietro! Ma tanto lo so che non lo farà. Non lo fa mai. Attenderà che il semaforo diventi verde ed entrerà sotto l’ombra degli alberi giungendo in questo piccolo angolo di mondo. Ogni giorno lo guardo fare la stessa cosa aspettandomi che cambi e ogni volta invece ripete il suo errore.

Oh Gigio! Icchè tu fai con quel panino a mezz’aria? Aspetti si freddi?

La voce mi riporta indietro. Ho un panino in mano e la salsa verde è colata fino a gocciolare sul banco.

Si vede che ‘un tu capisci niente di cucina. L’attesa rende tutto migliore, giusto ragazzi? – recupera Gigio, abituato alle mie assenze. Consegna il secondo panino, le due lattine e fa il conto mentre io torno a guardare assorto le gocce di salsa cadute sul piano inox. Hanno formato una sorta di ghirigoro, sembrano una lunga faccia sorridente, no anzi, sembra un verde signore elegante con una buffa tuba storta che vaga per la campagna con una bicicletta senza una ruota. Con la punta dell’indice stendo una goccia solitaria a formare il sentiero che sta seguendo fino a uno spruzzo di senape che ha tutta l’aria di una chiesetta solitaria.

Ma guarda te cosa riesci ancora a vedere nella salsa, mi fa notare Gigio. Scrollo le spalle, prendendo la spugna per pulire. Non è niente, lo sai che sono anni che ho smesso di vedere paesaggi nel verde del prezzemolo.

Sto per cancellare quell’ennesimo esercizio di immaginazione quando improvvisamente mi arresto, colto dal pensiero che non ho smesso. Non ho mai smesso. Non l’ho fatto.

L’era l’ora che tu te n’accorgessi, commenta Gigio occupandosi lui di ripulire il bancone, fossi in te mi sbrigherei, aggiunge guardando in direzione dell’incrocio. Ha ragione, c’è ancora tempo prima che il semaforo diventi verde.

Mi libero del grembiule e lo cedo a Gigio. Lui qui è felice mentre io non mi sono mai sentito al mio posto. Lo lascio sul camioncino e scendo incamminandomi a passo svelto verso l’altro lato della piazza.

Il profumo del lampredotto si disperde alle mie spalle così come le voci di quelli radunati attorno al furgone. Con Enzo ci scambiamo uno sguardo, lui forse capisce cosa mi passa per la testa perché alza la mano in un cenno di saluto. La sua cravatta allentata si solleva per una folata di vento. Mi volto e mi ritrovo solo sotto l’ombra degli alberi. Io, Luigi, ho attraversato mille volte questa piazza, calcato mille volte il suo vecchio asfalto solcato dalle radici. Le foglie degli alberi col passare delle stagioni disegnano un caleidoscopio di luci e ombre, costituiscono un riparo dalla pioggia, vanno a comporre un tappeto bruno rossiccio su cui camminare per poi tornare a crescere ancora sui rami spogli. Passo accanto alle panchine poste al centro dei giardini. Nel cestino accanto a quella di destra ho gettato il mio secondo lavoro scartato, e anche il primo. C’è stata una cartella di tavole mai finite abbandonata contro le gambe di ferro della panchina, ma adesso la sento di nuovo sotto il mio braccio.

Affretto il passo e faccio appena in tempo ad arrivare al limitare del marciapiede che il semaforo diventa verde. Metto un piede sulle strisce pedonali mentre dall’altra parte lui fa lo stesso. In mezzo alle molte persone che attraversano, un passo dopo l’altro, ci avviciniamo verso il centro della strada. Lui non mi conosce, non può conoscermi, ma tra decine di facce indistinte i nostri occhi si incontrano comunque.

Stai facendo la scelta sbagliata amico mio. Questo è quello che può leggere nel mio sguardo. Sembra capirlo perché rallenta, anche se ovviamente è perplesso di scoprire nei miei occhi la risposta a ciò che da tempo lo tormenta.

Ora siamo ad un passo uno dall’altro. Sta per decidere di esserselo solo immaginato quello sguardo quando vede che ho la sua stessa cartella sotto braccio. Si ferma mentre lo oltrepasso. Il resto spetta a te Luigi, dico a entrambi.

Il semaforo lampeggia: acceso, spento, acceso, spento. Rosso.

Arrivo dall’altra parte, salgo sul marciapiede e solo ora mi volto a guardare. Quasi non mi sono accorto di aver trattenuto il fiato per compiere gli ultimi passi, ma ora lo esalo soddisfatto: le strisce sono vuote, oggi non lo vedo camminare sotto l’ombra proiettata dagli alberi.

Giorno dopo giorno, lungo il marciapiede il viavai non si ferma, alcuni proseguono diritti, altri si fermano al rosso, altri ancora si voltano e tornano indietro. Sembra tutto un indistinto andirivieni che non muta e non cambia, ma ogni tanto qualcosa succede, qualcuno sceglie una strada diversa.

Dalle finestre di casa lo vedo bene l’incrocio e quel continuo movimento di vite, ogni tanto sollevo la testa dalle mie tavole (le ho quasi finite) e guardo sul lato opposto. Sotto le fronde degli alberi della piazza, tra il verde dei giardini pubblici ed il nero dell’asfalto, non c’è più nessun piccolo camioncino bianco.