Michele Bergantin - Intervista a Leo Gullotta

Michele Bergantin – Intervista a Leo Gullotta

INTERVISTA A LEO GULLOTTA

Teatro, cinema e televisione. In ben 54 anni di carriera Leo Gullotta con il garbo, la cultura, l’intelligenza e la simpatia che da sempre lo contraddistinguono si è distinto in ognuno di questi tre ambiti del mondo dello spettacolo. Tema di quest’intervista che ha rilasciato al Foglio Letterario con la consueta disponibilità è il doppiaggio, altro settore artistico in cui ha primeggiato. Gli abbiamo chiesto qualche curiosità sul doppiaggio del grande Joe Pesci nell’ultimo acclamato capolavoro di Martin Scorsese, The Irishman…….

D: Cos’ha provato nel ritornare a doppiare Joe Pesci a distanza di quasi trent’anni da Mio cugino Vincenzo?

R: E’ sempre un piacere ritrovarsi a dare voce a personaggi interpretati da eccellenti attori come Joe Pesci. Nel caso di The Irishman, un film potente in cui gli attori gareggiano l’uno con l’altro in bravura, è stata per me una gioia ripercorrere l’interessante evoluzione del boss mafioso interpretato da Pesci. Il doppiatore per me è una sorta di traduttore simultaneo che deve padroneggiare al meglio la tecnica per seguire, senza mai abbandonarlo, il personaggio cui è chiamato a prestare la voce.

D: Un traduttore simultaneo che però deve saper restituire in toto le emozioni che un attore trasmette in una lingua diversa da quella in cui il film originale è stato girato e che deve essere, al contempo, anche un fine psicologo del personaggio che deve reinterpretare….

R: Assolutamente. Il talento di ogni attore fa sempre la differenza. Però il dovere primario del bravo doppiatore è di non allontanarsi mai da quello che fa il personaggio sullo schermo. Questo è anche il compito del direttore del doppiaggio che ha in mano l’edizione italiana di un film. Nel caso specifico di The Irishman Scorsese ha inviato una serie di note specifiche alle quali tutti noi ci siamo dovuti scrupolosamente attenere.

D: Le è stato chiesto di sottoporsi ad un provino?

R: Si perché il problema maggiore di questo film era legato alle età diverse dei protagonisti nelle varie fasi della storia e, in particolare, bisognava porre una grande attenzione nel seguire vocalmente la tecnologia attraverso la quale i personaggi sono stati ringiovaniti. La sfida è stata quella di dare loro una voce differente a seconda dell’età.

D: Ha incontrato altre difficoltà una volta iniziato il doppiaggio?

R: No. E’ un lavoro che faccio da tanto tempo e che conosco molto bene. E’ chiaro che quando arrivano film così importanti e complessi occorre un’attenzione maggiore perché in originale la qualità artistica degli attori è molto alta e, come dicevamo prima, deve essere assolutamente mantenuta anche nella traduzione italiana, ma una volta fissate le coordinate del viaggio non si fa altro che seguire il percorso stabilito dalla committenza fino alla fine mettendo a frutto la propria esperienza, la propria competenza e la propria professionalità.

D: Ha condiviso alcuni turni con gli altri suoi illustri colleghi, Stefano De Sando e Giancarlo Giannini, o ha doppiato tutto il film in colonna separata?

R: Abbiamo fatto colonne separate per via dei nostri rispettivi impegni.

D: Le crea qualche problema al leggio non avere il collega accanto quando recita oppure per Lei non fa differenza?

R: Dal mio punto di vista non cambia nulla. Dipende tutto dalla conoscenza tecnica che l’attore, di concerto con il direttore di doppiaggio, ha del mezzo con cui lavora. Sta solo a lui trovare poi il giusto equilibrio nel recitare un dialogo in modo fluido e non meccanico. Le colonne separate hanno il vantaggio di ridurre i tempi di lavorazione e di venire così incontro agli impegni dei vari attori. Sotto questo aspetto, fortunatamente, la tecnologia è andata avanti e permette oggigiorno di raggiungere dei risultati straordinari.

D: Vede più volte un anello prima di incidere oppure ha ormai sviluppato una sicurezza che Le permette da subito di seguire il suo istinto?

R: No, sotto quest’aspetto sono molto attento e rigoroso. Per quanto possa sentirmi sicurissimo di me stesso rivedo più volte un anello e cerco anche di confrontarmi sia con il direttore di doppiaggio sia con l’assistente in sala.

D: Tanti colleghi della sua generazione hanno raccontato che quando hanno iniziato ad accostarsi al mondo del doppiaggio venivano chiamati in sala a fare dei semplici brusii. Ha condiviso anche Lei questa particolare gavetta?

R: Come no. Ho fatto anch’io tantissimi brusii. In molti film dell’epoca, anche italiani, c’era sempre un’elevata presenza di folle. E’ stata una scuola fondamentale che oggi, purtroppo, non c’è più. Apparentemente sembra una cosa semplice e banale, ma, in realtà, era molto complessa perché si doveva entrare lentamente, in punta di piedi, all’interno di una scena occupandosi, per così dire, della tappezzeria sonora. Era una palestra altamente formativa perché permetteva ad un attore di apprendere i primi rudimenti del doppiaggio ed era anche un’occasione di lavoro che gli garantiva un introito.

D: Nel corso della sua lunga carriera ha spaziato in tanti ambiti diversi del mondo dello spettacolo. Sono del parere che frequentare il teatro con assiduità come fa Lei – ricordiamo, tra l’altro, che attualmente è in tournée con Bartleby, lo scrivano, tratto dall’omonimo racconto di Herman Melville (*) – renda l’attore anche un doppiatore migliore rispetto ad altri colleghi, comunque di grande professionalità e talento, che si limitano però a fare solo doppiaggio. E’ d’accordo?

R: Assolutamente. Se guardiamo al passato sono stati tantissimi gli attori di teatro che venivano reclutati dal doppiaggio. Nei miei ricordi di spettatore c’è, ad esempio, la voce di Paolo Stoppa sul volto di Richard Widmark. Ma penso anche a Rina Morelli e ad Andreina Pagnani (**). Erano attori che grazie al teatro di alto livello che facevano avevano una marcia in più nel saper cogliere l’anima dei meravigliosi attori stranieri a cui venivano chiamati a dar voce.

D: Ritiene che oggi il problema principale del doppiaggio sia dovuto ai tempi di consegna sempre più stretti dei prodotti?

R: Si, indubbiamente. Il tempo frenetico ha ucciso la preparazione metodica che questo mestiere richiede. Il doppiaggio è un lavoro che si fa con la voce, ma non può essere ridotto alla sola voce. C’é una particolare tecnica da apprendere e da affinare volta per volta. Per ottenere questo sono necessari dei tempi che oggi, purtroppo, non sono più messi a disposizione. Questa corsa forsennata è iniziata negli anni in cui i telefilm iniziavano a spopolare nelle varie reti televisive italiane, le quali, per far fronte alle rispettive esigenze di programmazione, cercavano di accaparrarsi i serial più seguiti giocando al ribasso per quanto riguarda il budget che stanziavano per il doppiaggio. Di conseguenza le società di doppiaggio si trovavano costrette a lavorare sempre più in fretta, a scapito della qualità degli adattamenti e delle interpretazioni degli attori, per rientrare nel budget e per rispettare le scadenze sempre più pressanti dei vari palinsesti televisivi. Se ripenso alla cura minuziosa con cui il grande Sergio Leone seguiva il doppiaggio di C’era una volta in America, capolavoro in cui doppiai Joe Pesci per la prima volta, siamo davvero su un altro pianeta. Era un modo completamente diverso di intendere questa professione.

D: Ritornando a Joe Pesci, a cos’è dovuto secondo Lei lo status di cult che ha assunto Mio cugino Vincenzo nel corso degli anni?

R: Ad un ottimo adattamento. L’edizione italiana diretta dal grande Giorgio Lopez [doppiatore,tra gli altri, di Danny De Vito e Dustin Hoffman, N.d.A.] ha rispettato scrupolosamente ciò che era Joe Pesci in originale, cioè un avvocato americano broccolino che si esprimeva nel tipico modo degli italo americani di Brooklyn. Venne fatta una traduzione italiana attenta che rispettava la peculiarità linguistica del personaggio di Pesci in originale e che ha permesso a quel film di ottenere un incasso notevole all’epoca in Italia. Sono fiero di dire che la divisione italiana della Fox si complimentò con tutti noi per il lavoro che avevamo fatto perché ci informò che negli altri Paesi europei in cui il film era uscito, come Francia e Germania, non avevano adottato lo stesso approccio e di conseguenza l’accoglienza da parte del pubblico non fu quella che la Fox americana aveva sperato. I positivi consensi che nel corso degli anni il pubblico ha riservato, e che tuttora continua a riservare, a quel film non fanno che confermare la bontà del lavoro svolto e contribuiscono a rendermi molto orgoglioso.

D: Tra i tanti direttori di doppiaggio con cui ha lavorato a quale sente di essere maggiormente riconoscente sotto il profilo umano oltreché professionale?

R: Umanamente tutti mi hanno dato qualcosa e da ognuno di loro ho imparato tantissimo. Non posso non citare figure di prim’ordine del doppiaggio come Mario Maldesi (***) e Fede Arnaud (****), una direttrice bravissima e scrupolosa, attenta a cogliere le sfumature più minute di una lingua per tradurle in modo appropriato in italiano. Era una professionista rigorosissima che cercava l’appoggiatura precisa e che sceglieva le singole parole con estrema cura. Non posso non ricordare anche un altro straordinario professionista di questo settore come Alberto Piferi (*****) con cui ho avuto il privilegio di lavorare. Tutti loro sono stati fondamentali nell’arricchire la mia formazione artistica, anche perché hanno curato le edizioni italiane di alcuni dei film più importanti della storia del cinema. Un ricordo affettuoso non posso poi non riservarlo ad Oreste Lionello, meraviglioso collega e amico carissimo dal quale ho ereditato il grande Woody Allen e che, prima che iniziassimo a lavorare insieme in teatro e in televisione, mi diresse in un cartone animato sui gatti molto simpatico.

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(*) Quest’intervista è stata realizzata il 25 Febbraio 2020. Il DPCM dell’8 Marzo 2020, emanato a seguito della progressiva diffusione dell’epidemia del Coronavirus sul territorio nazionale, sospende fino al 3 Aprile c.a. gli eventi e gli spettacoli teatrali e cinematografici svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato.

(**) Nel film Mano Pericolosa di Samuel Fuller (1953) si possono ascoltare le voci di Paolo Stoppa e Rina Morelli che doppiano, rispettivamente, Richard Widmark e Thelma Ritter. Tra i tanti doppiaggi di Andreina Pagnani si segnala quello di Gloria Swanson in Viale del tramonto di Billy Wilder (1950).

(***) Mario Maldesi fu un direttore tra i più rappresentativi della storia del doppiaggio che, fra gli altri, curò le edizioni italiane di tutti i film di Stanley Kubrick da Arancia meccanica (1971) ad Eyes Wide Shut (1999).

(****)Fede Arnaud fu un’altra delle punte di diamante del doppiaggio. Diresse le edizioni italiane di capolavori come Easy Rider (1969), E.T. L’extraterrestre (1982), Amadeus (1984) e L’attimo fuggente (1989). Inoltre, nel 1988 curò il doppiaggio di Moonwalker, film musicale con protagonista Michael Jackson, in cui lo stesso Leo Gullotta doppiò nuovamente Joe Pesci nel ruolo di Mr. Big, il cattivo con cui l’indimenticabile cantante si scontra in una delle sequenze più celebri del film.

(*****)Alberto Piferi è stato uno dei dialoghisti più rinomati della storia del doppiaggio. Portano la sua firma gli adattamenti di film celebri come Rocky (1976), in cui lo stesso Leo Gullotta doppiò Burt Young nel ruolo di Paulie, I predatori dell’arca perduta (1981) e Il colore viola (1985).

Michele Bergamin – 25 febbraio 2020

 

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