Michele Bergantin - Intervista a Sandra Petrignani

Michele Bergantin – Intervista a Sandra Petrignani

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

a cura di Michele Bergantin

foto di Pasquale Comegna

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza Editore, 464 pagine, 18 Euro) non è solamente un pregevolissimo lavoro di studio e di ricerca, ma un vero e proprio romanzo fiume a più voci che rilegge puntigliosamente, da cima a fondo, tutta l’opera della celebre scrittrice. La scrittrice Sandra Petrignani consegna un complesso e sorprendente ritratto di una donna fiera e affettuosa, vulnerabile e appassionata, combattiva e parca, intransigente e sensibile, incline all’understatement, ma ammantata di una tristezza e un’inquietudine enigmatiche. Una donna che ha sempre fatto di testa sua e che è riuscita, progressivamente, ad imporre le sue idee e il suo giudizio perentorio e sincero in un mondo editoriale e culturale rigidamente preclusi alle donne, retto da soverchianti e difficili personalità maschili, dalle quali essa ha comunque tratto importanti insegnamenti che ne hanno forgiato la creatività e che, come nei casi di Leone Ginzburg e Gabriele Baldini, hanno incrociato anche la sua strada sentimentale, arricchendo il suo lavoro, rispettivamente, di rigore e impegno e di vivacita’ e brillantezza.

DOMANDA: Qual è l’opera della Ginzburg che per prima ha fatto nascere in Lei la fascinazione per questa autrice?

RISPOSTA: Come per tutti, credo, Lessico famigliare.

D: Cosa L’ha spinta ad intraprendere questo lungo lavoro di ricerca?

R: Il fatto che si stava avvicinando il centenario di Natalia Ginzburg, nel 2016. Ma poi il mio lavoro ha richiesto molto più tempo e così il libro è uscito con due anni di ritardo rispetto all’evento. Ma non importa, l’interesse per una scrittrice come la Ginzburg prescinde dalle occasioni.

D: Secondo Lei può costituire un modello anche per le donne di oggi?

R: Direi che potrebbe e dovrebbe costituire un modello non solo per le donne, ma anche per gli uomini: un modello di severità e rigore latitante nella società di oggi.

D: Quanto ritiene abbia influito la società maschilista dell’epoca sullo stile letterario della Ginzburg che sviluppa progressivamente, sin dai primi racconti, un punto di vista esterno, partecipe, ma distaccato alle vicende raccontate, stando sempre attenta ad evitare il sentimentalismo?

R: Penso che lo stile che Lei descrive fosse un risultato della vita di Natalia: il suo essere la più piccola in famiglia, la meno ascoltata. Il suo sentirsi “diversa”, separata dal resto della famiglia e poi, crescendo, diversa anche nell’ambiente degli amici, successivamente colleghi di lavoro: unica donna in mezzo a tanti uomini! Uomini, effettivamente, parecchio misogini: gli einaudiani erano una specie di confraternita di monaci intellettuali fra i quali nessuna donna, Natalia a parte, aveva cittadinanza.

D: C’è una protagonista, in particolare, che più ritiene rappresentativa anche delle donne di oggi?

R: A mio parere, rappresentativa è l’intera opera di Natalia Ginzburg, non un singolo personaggio.

D: C’è un’opera, in particolare, in cui ritiene che la Ginzburg abbia maggiormente cancellato la presunta debolezza della propria femminilità per sposare un approccio tipicamente maschile?

R: Trovo che Natalia fosse una donna estremamente femminile, vulnerabile e, forse, persino molto sentimentale. Ma come scrittrice ha lottato contro quelle che considerava le debolezze del femminile riuscendo a diventare lo scrittore androgino di cui parlava Virginia Woolf, vale a dire soltanto un grande scrittore, né femmina né maschio, che partecipa a fondo delle due nature.

D: La Ginzburg è stata moglie, madre e autrice di successo. Dalla Sua analisi emerge però il ritratto di una donna che si sentiva continuamente incompleta ed inadeguata. Ritiene sia stato questo perenne disagio a permetterle di organizzare la sua fantasia con sempre maggior precisione?

R: Certo che sì: siamo quello che siamo e, insieme, la lotta per correggere quello che siamo. E poi nel lavoro di uno scrittore non c’è solo un costante rapporto con se stessi, c’è -primario- il rapporto col fare letterario, un desiderio di superamento e di precisione che prescinde dall’autobiografia e s’inserisce nella storia dell’arte che si pratica, per portarla avanti. Natalia Ginzburg, in questo senso, è stata anche una grande innovatrice. Ha fatto i conti con il punto in cui era arrivata la narrativa dopo le avanguardie, le dichiarazioni di morte dell’arte del Novecento, dopo Beckett. Solo quel genio temerario di Elsa Morante poteva continuare a scrivere come un narratore ottocentesco restando credibile.

D: Secondo una testimonianza di Dacia Maraini che Lei ha riportato nel suo libro Elsa Morante e Natalia Ginzburg appartenevano ad una generazione che considerava il femminismo <<un’ideologia estranea e fastidiosa>>. Crede sia opportuno in ambito artistico dare rilevanza alle differenze di genere?

R: No, se non in un ambito di ricerca specifica e giustificata.

D: Nel Suo libro spiega che per sfidare il mondo degli uomini <<l’universo femminile e materno>> attinge <<ad un’altra intelligenza che scalda il cuore e consola >>. In questo senso, grazie a questo importante quid, ritiene che la fantasia e la creatività femminili siano più fervide di quelle maschili?

R: Devo dire che non mi è mai piaciuto, pur essendo da sempre una femminista convinta, stabilire dei primati. Credo che gli esseri meno imperfetti partecipino alle due nature, maschile e femminile. Personalmente amo gli uomini “teneri”, quelli che sanno, come in genere le donne (ma non tutte!), attingere al sesto senso, alle viscere, alle ragioni del cuore.

D: Secondo Lei come avrebbe commentato la Ginzburg le recenti rivendicazioni femministe, nate a seguito degli scandali sessuali nel mondo dello spettacolo?

R: Dovremmo organizzare una seduta spiritica e provare a chiederglielo! Però, come ha sempre fatto nella vita, l’avremmo probabilmente trovata a fianco delle donne che denunciano.

D: Si sarebbe ritrovata in alcune delle battaglie che le donne stanno attualmente combattendo?

R: Diceva di non essere femminista, perché pensava che donne e uomini dovessero combattere fianco a fianco. Ma le grandi battaglie delle donne le ha sempre appoggiate tutte.

D: Cosa ritiene abbia anticipato la Ginzburg delle donne e degli uomini di oggi? Quali sue opere si possono prendere come riferimento per avere una chiave interpretativa in grado di leggere anche le attuali difficolta’ relazionali fra i sessi?

R: La citta’ e la casa è forse il suo romanzo più moderno. Vi parla della totale disgregazione della famiglia, delle relazioni. È stata una grande osservatrice della società: una società frantumata come uno specchio rotto. Ha descritto uomini e donne ormai incapaci di intendersi, di avere relazioni nutrienti. Ha visto la confusione, la disperazione dei nostri giorni che sembrano senza futuro.

D: Quali sono le opere in cui si possono cogliere con maggior evidenza i riferimenti al femminismo?

R: Riferimenti al femminismo non ne vedo. Le donne del suo teatro e dei suoi romanzi, nella deriva generale di una società allo sbando, sono però più vitali delle figure maschili. E forse si può leggere una speranza di salvezza nell’immagine, in Caro Michele, della giovane Mara Castorelli che cammina spavalda verso il futuro spingendo avanti la carrozzina col suo bambino.

D: La Ginzburg ha anche condotto una ricca attivita’ parlamentare durante la quale ha affrontato importanti questioni, come la violenza contro le donne e il rigurgito di atteggiamenti xenofobi e antisemiti connessi al fenomeno dell’immigrazione, ancora oggi attualissime. Crede che se oggi sedesse in Parlamento verrebbe ascoltata?

R: Natalia si lamentava di sentirsi inutile, inascoltata in Parlamento. Era la seconda metà degli anni Ottanta, figuriamoci oggi. Però la gente credo che l’ascolterebbe. Penso, anzi, ci sia un grande bisogno di ascoltare una voce onesta come la sua.

D: Troverebbe un partito di riferimento?

R: E chi lo sa? Qualcosa mi dice che le piacerebbe Emma Bonino. Ma forse è solo una mia proiezione.

D: Le battaglie che la Ginzburg intraprendeva contro Giulio Einaudi per farsi pagare regolarmente e per ottenere un’equa retribuzione per il suo lavoro possono essere considerate un monito per le donne a non farsi intimidire da un uomo di potere?

R: Oh, no. Era mal comune nell’Einaudi di allora il ritardo nel ricevere lo stipendio!

D: E’ accaduto anche a Lei in campo editoriale di dover lottare per rivendicare i propri diritti nei confronti di un uomo?

R: Le donne nel nostro Paese non sono ancora, malgrado la parità, rispettate al pari degli uomini. Abbiamo ancora parecchia strada da fare.

D: Come ha riportato nel Suo libro, la Ginzburg non riteneva che la famiglia fosse sacra. Perche’ allora ne ha formate due se riteneva che questo potesse limitare la sua indipendenza?

R: Perché ha sposato uomini che non si sognavano di limitare la sua indipendenza! Il suo modello è stata sua madre, Lidia Tanzi, una donna intelligente e molto indipendente.

D: Il suo sentirsi perennemente inadatta ed incompetente nei vari ruoli che ricopriva puo’ essere considerato il retaggio di un’educazione maschilista per cui una donna doveva considerarsi completa solo se aveva un uomo al suo fianco?

R: Il maschilismo nella società torinese in cui Natalia crebbe era fortissimo, così come dentro l’Einaudi in cui lavorò. Ma nel suo caso, unica donna in mezzo a tanti uomini, il senso di inadeguatezza derivava dal fatto di essere stata l’ultima figlia in una famiglia di adulti. Era la più piccola, sempre inascoltata, messa a tacere, ignorata. In questo senso il suo destino, se vuole, può essere letto come la storia di un grande riscatto femminile che, da ultima ruota del carro, l’ha condotta a divenire una grande scrittrice e una grande voce pubblica.

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