Mirko Tondi - Brandelli di uno scrittore precario - n° 13 - In equilibrio precario

Mirko Tondi – Brandelli di uno scrittore precario – n° 13 – In equilibrio precario

Poca gente, là fuori. La finestra è aperta, la giornata è mite. Ogni tanto si sente la voce di qualcuno che parla al cellulare, o al massimo si sente passare qualche macchina, niente di più. Sono le undici di un insolito mercoledì mattina e mi trovo a casa. Lavoro come insegnante di sostegno in una scuola privata, ma le scuole sono chiuse ormai da giorni. Quasi tutto è chiuso. Con il nuovo decreto ministeriale sono state varate misure ancora più restrittive per contrastare il Coronavirus. «Situazione surreale» dicono molti, per la strada e in televisione. A me pare più che si possa definire “irreale”, come se in questo momento vivessimo in una condizione non prevista dalla coscienza perché mai registrata in memoria, qualcosa che non eravamo preparati a subire. Irreale, per di più, a causa di un’altra dimensione che si sovrappone a quella nella quale siamo calati, ovvero quella mediatica. Le immagini televisive – come suggeriva Jean Baudrillard a proposito delle sue teorie sull’iperrealtà e i simulacri – soppiantano quelle reali e costituiscono un nuovo ordine di grado superiore. Concetto sociologico parecchio interessante, quello dell’informazione che produce uno stillicidio quotidiano, informazione che spesso ci appare indistinguibile nella sua qualità e nella sua veridicità, visto il cumulo di fake news che ci infestano e si propagano ogni giorno e sempre di più come lo stesso virus che ci sta affliggendo. Di questo, del potere dell’informazione (senza negare ovviamente l’importanza e l’utilità di notizie precise e certificate), ne ho parlato nel mio ultimo romanzo, Era l’11 settembre, a proposito degli attentati di matrice fondamentalista (il libro compie un viaggio lungo quindici anni, partendo dalle torri gemelle e arrivando fino alla strage di Nizza nell’estate del 2016).

Fatta questa premessa dettata dall’attualità, voglio passare a fare quello che di solito si fa in questa rubrica: parlare di scrittura. Farlo attraverso la scrittura stessa. E siccome l’argomento è serio, la mia intenzione oggi è quella di sfruttarlo come il pretesto per una storia. Del resto gli scrittori, io credo, hanno il compito non tanto di limitarsi a raccontare storie ma di provare, tramite quelle, a esporre concetti e a costruire significati, dunque a dare un senso alle cose, le cose dal proprio punto di vista, che in alcuni casi può diventare persino universale (raccontare un lutto, per esempio, non è forse la più universale delle storie?).

Spero oggi di non essere troppo autoreferenziale, ma ho dato a questo pezzo (e alla seconda parte, che seguirà nel numero successivo della rivista) lo stesso titolo di un workshop che ho tenuto in più di un’occasione; fra l’altro, era fissato proprio in questi giorni e rientra tra la sterminata serie di eventi annullati, per cui sarò senz’altro perdonato se lotto contro la mia personale forma di astinenza in questo modo… Il sottotitolo recita invece così: “Storie al bivio, tra leggerezza e dramma, successo e fallimento”, spiegherò poi perché. E ora vi lascio al breve racconto, rimandandovi – per i soliti motivi legati ai limiti di lunghezza – alla prossima occasione per gli approfondimenti e per l’analisi del testo che, come detto, servirà a illustrare alcuni concetti.

Per fortuna che ci sono i piccioni

Mattina

Magari si potesse tornare indietro. È quello che dice di solito la gente, chi per nostalgia del passato e chi vorrebbe togliersi qualche annetto di troppo. Eppure adesso, ben sapendo che tornare indietro significherebbe ritrovarsi prima o poi di fronte a quello che sta accadendo, ecco, la frase che si sente più spesso è «Magari si potesse andare avanti». Ma certo: di qualche mese o di un anno, magari. E poi ritornare qui, nello stesso posto, per vedere cos’è cambiato.

L’unica presenza in mezzo alla strada è una carta svolazzante al soffio di un venticello caldo. Si lascia sospingere adagio compiendo cerchi nell’aria, e pare quasi che rotoli come il ruzzolacampo all’inizio di un film dei fratelli Coen. A pensare che siamo in piena stagione turistica nel centro di una delle città più turistiche che ci siano, se non fossi del tutto certo che questa è esattamente la realtà dei fatti, quella che ho davanti agli occhi potrebbe essere proprio la scena di un film, niente di più. Le piazze sono mute, il duomo è triste. Ogni occhiata in questo nulla è una ferita a morte.

Sono appena stato a un colloquio per un evento che devo organizzare, ci sono idee da sviluppare ma la sostanza promette bene. Si farà, siamo d’accordo. Sì, ma quando? Siam tutti sospesi che nemmeno Matrix, congelati in un presente che si inceppa e riparte, solo un attimo però, prima di stopparsi ancora, come quando si blocca lo streaming. Magari si potesse andare avanti, appunto. Passo con la bici davanti a una libreria e decido di fermarmi, ma sì, che mi frega, tanto cos’è che dovevo fare oggi? Lavorare non posso lavorare, c’ho pure la scusa. In più, a quanto dicono stanno per chiudere pure le librerie, insieme a tutti gli altri esercizi commerciali che non siano di prima necessità. Allora entro e faccio un rapido giro, so già dove dirigermi: al piano superiore, spedito verso i libri usati, cinquanta per cento di sconto. Non c’è nessuno. Questa ulteriore riprova della dilagante solitudine che sta infettando ogni angolo della città mi crea un senso di disagio pari solo a quello che si può provare quando, da ragazzi, si va a una festa con l’intenzione di divertirsi e poi si scopre che non verrà nessuno, fiasco totale, torna a casa e piangi. Che non è detto poi che se ci sono altre persone ci parli, le conosci, ma almeno quelle ti fanno compagnia per il solo fatto di esserci. Allora vago per mezz’ora tra gli scaffali senza sapere bene cosa cercare; quest’assenza totale di suole ticchettanti e borbotti da lettore professionista e pagine che sfogliano ritmicamente mi disorienta come un segnale sbagliato. Finalmente arriva un uomo, un signore avanti con gli anni, mascherina e guanti, pure occhiali e cappello, non si sa mai. Sembra uscito ora ora dal gioco Indovina chi?. Ma la cosa brutta è che quello, appena mi giro nella sua direzione, svolta con sorprendente rapacità per non comparire mai più. Faccio una smorfia automatica quanto inutile a commentare che boh, sarò io che sono incosciente o gli altri che esagerano?, dopodiché prendo un libro che avevo puntato mezz’ora prima, appena arrivato (ma lo prendo giusto per dire ebbene sì, ho comprato qualcosa), e me ne scendo a pagare. La commessa ci sta ben attenta a porgermi la mano e anzi attende che lasci i soldi sul bancone; stesso discorso per il resto: me lo spinge con le punte delle dita, con le unghie addirittura. Arrivederci e grazie. Esco e riprendo la mia bici, tornando nella desolazione che avevo lasciato, manco avessi trovato nella libreria qualcosa di diverso. Mentre torno a casa è tutto uno scuotere la testa e dirsi mah, che può succedere adesso? Vedo in processione i manifesti dei concerti e degli spettacoli annullati, che si dovevano tenere in questi giorni: “Rimandato a data da destinarsi” è il mantra che si ripete in successione a mo’ di preghiera. Ecco una nuova religione: rimanda oggi quello che potresti fare domani. Per fortuna che ci sono i piccioni, mi dico. Eccoli là sul muretto, come sempre, e poi un piccolo volo verso il marciapiede a cercar briciole. Becchettano dall’asfalto quel poco che è rimasto, poveracci, chissà quanti non troveranno da mangiare in questo periodo. Ma loro mica lo sanno. Ci sono anche le papere, gli aironi, le nutrie e compagnia bella. Pure a loro che gli importa, continuano a stare là, lungo l’argine del fiume, come se nulla fosse successo.

Pomeriggio

Apro una scatola {[(che ne contiene un’altra) che ne contiene un’altra] che ne contiene un’altra}. E dentro a quella più piccola ci sono io, minuscolo, atrofizzato, che ansimante emetto un rantolo appena distinguibile: aiuto. Mi risveglio, ma non sono sudato né sollevo il busto all’improvviso come si vede nei film. Peccato, ma è solo l’ennesima occasione per dire che sì, fosse stato un film sarebbe stato meglio. Invece no. Figuriamoci poi se il sogno di un riposino pomeridiano può portare buone cose. Macché, le poche volte che mi sono concesso questo lusso mi sono sempre sentito in colpa perché avevo la sensazione di perdere tempo, dunque ho sempre fatto incubi o giù di lì. Accendo la televisione, ma forse è meglio se non lo facevo, perché è il solito stillicidio di notizie funeste, un’agonia consumata in diretta attraverso piccole dosi di morte: ancora un po’, ancora un po’ e… aspetta un attimo… ancora un po’. Spengo quasi subito, prima di essere risucchiato nel gorgo tossico dal quale difficilmente riuscirei a fuggire prima di un paio d’ore. L’uomo ha sempre amato la morbosità, ma ora più che mai è affascinato dalle disgrazie che questo spettacolo h24 gli regala, facendolo sentire protagonista delle cose peggiori del mondo.

Prendo il cellulare, ma pure in questo caso sono costretto a rimetterlo a posto nell’attimo in cui noto il cerchietto arancione della chat che indica centoventisette messaggi da leggere (centoventisette!). Sono sicuro di trovarci dentro, in ordine sparso: messaggi di paura, di allarme, di consolazione, di semplice saluto, di critica, di retorica esasperata, di speranza, di spirito sdrammatizzante, tracce audio che espongono una sequela agghiacciante di dati sconfortanti, tracce audio per smorzare i toni, video stupidi, video divertenti, e chissà cos’altro. Niente che non abbia già visto o sentito. BASTA! Non sarò un’altra voce che si unisce al coro, così mi struscio con forza la faccia con le mani, come se questo gesto potesse lavare via l’orrore nel quale mi sento immerso, poi riprendo a fare il mio sport preferito – scuotere vistosamente la testa – ed esco di casa, lasciandomi alle spalle televisione e cellulare, ma almeno prendo il lettore mp3 e mi sparo la musica nelle orecchie. Se proprio devo essere isolato, preferisco che sia per la musica. La riproduzione random fa partire Nutshell degli Alice in Chains, una delle canzoni più strazianti che conosca: quattro minuti di dolore e bellezza che ti accartocciano l’anima.

Vivo in periferia e per una volta è la stessa cosa del centro: in strada c’è solo chi corre e chi porta a spasso il cane; comunque gli unici che lasciano un’impronta di normalità, insieme ai piccioni. A dire il vero non è l’unica cosa che lasciano per la strada. Guarda caso la quantità di merde sui marciapiedi è aumentata, che ora è anche più facile non essere visti. La normalità residua viene spazzata via – anzi “spruzzata” via – da qualche figura incappucciata qua e là addetta a disinfettare le strade. In giro poi diverse pattuglie delle forze dell’ordine controllano che non ci siano assembramenti di persone, dato che il contagio prolifera nella folla. Sembra a tutti gli effetti un virus capace di eliminare l’unica cosa davvero preziosa che ci era rimasta: i contatti umani. I misantropi e gli asociali ne saranno più che felici, grazie virus, era una vita che ti aspettavo.

Dicono che andrà tutto bene, che bisogna solo aspettare, e dicono un sacco di altra roba:

così l’inquinamento scende

per una volta capiamo cosa si prova a essere i segregati, i respinti

tutti a casa a riflettere sui nostri errori

più tempo da passare con la famiglia

riscopriamo il mondo reale e mettiamo da parte quello virtuale

il cosmo riequilibra le cose

diamo più valore alle relazioni

ritroviamo i gesti più semplici e quotidiani

prendiamoci cura di noi

è l’occasione giusta per sviluppare senso di comunità e appartenenza

solidarietà

Non lo so. Più mi metto a pensare e più mi vengono dubbi: ci servirà davvero tutto questo?, quando tutto sarà finito ci scopriremo cambiati in positivo?, oppure ci ritroveremo ancora più egoisti, più distaccati e più avidi? Queste domande mi conducono, senza che quasi me ne accorga, scalino dopo scalino in cima a un palazzo; lo vedo dalla mia finestra e so che ha una grande terrazza condominiale sul tetto. Il portone d’ingresso era aperto, pulizie condominiali; porte aperte e via libera: questo sì che è da film, come in un polpettone thriller ispirato a Dan Brown. Mi affaccio di sotto, appoggiandomi alla ringhiera. Però. Da quassù tutto è più chiaro: si vede meglio la città sotto ai miei piedi, si vede meglio il cielo sopra la mia testa. Il cielo è cambiato, ha il colore di un dipinto di Turner, uno di quelli in cui ti ritrovi in mezzo alla tempesta e ti pare di essere là. Il vento si è fatto più fresco. È un posto perfetto, si pensa anche in maniera più lucida quassù: questa faccenda lascerà strascichi che io non sarò in grado di sopportare, mi sento svuotato già adesso e so che non riuscirei a vivere in questa scatola le cui pareti fragili nascondono diffidenza, paranoia, e intanto ci chiuderemo sempre più in noi stessi, eccoci là, minuscoli e atrofizzati, che chiediamo aiuto con un filo di voce e ormai è già troppo tardi, nessuno può più sentirci. Nessuno può rispondere alle nostre domande: quando potremo tornare ad avvicinarci, a stringerci la mano, ad abbracciarci? Non fa per me, no grazie. Salgo sulla balaustra e sono pronto. Quando stacco le mani e mi alzo, raggiungo l’equilibrio e mi sento come Philippe Petit in attesa di fare la sua traversata tra le torri gemelle, che impresa ragazzi! Niente a che vedere con me, certo, la mia al massimo si può considerare una resa. Mi lambisce solo un ultimo pensiero, che riguarda i miei cari: poveracci pure loro, hanno vietato anche i cortei funebri, non è certo il momento migliore per i funerali. Ma fa niente, ormai ho deciso. Uno, due e… e quando lo sto per fare, vedo un ometto agitarsi da una finestra del palazzo di fronte; non capisco quello che dice, ma vedo benissimo che mi fa no con le mani. Un po’ di umanità mi mancava. Mi spiace, caro sconosciuto, lo farò lo stesso, anche se continuerai a dirmi di non farlo, anche se ti mostrerai disperato, anche se… dove stai andando? Non ti importa di me, allora? Oh sì, eccoti qui… con un cartellone in mano, fammi leggere cosa c’è scritto: “Non buttarti idiota, quella laggiù è la mia macchina nuova!” Oggesù, vuoi vedere che ora lo faccio ancora più volentieri, brutto stronzo? Eppure temporeggio come se aspettassi l’intervento risolutivo di un deus ex machina, la verità è questa. Dio, se esisti mandami un segno e deciderò in base a quello, ti prego. Non faccio neanche in tempo a finire il pensiero che arriva uno stormo di piccioni, ed è uno sbattere di ali in concerto, un rumore che avrei giurato di odiare e che invece non mi è mai sembrato così rassicurante. Nel girarmi, rischio di sbilanciarmi e cadere. Mi riassesto, flettendomi e aiutandomi con le mani, poi mi godo lo spettacolo: sono davvero tanti e tutti rivolti verso di me. Figuriamoci, fino a ieri una scena del genere mi avrebbe fatto pensare a Gli uccelli di Hitchcock, oppure avrei temuto di veder spuntare da un momento all’altro Ghost dog a trafiggermi con la sua spada. Al contrario, adesso non mi inquieto neanche un po’. Un piccione sale sulla balaustra, accanto ai miei piedi, tuba qualcosa con fare convincente e io gli rispondo va bene, hai ragione tu, non è il momento. Magari avessi avuto questa facilità di dialogo coi miei genitori. Scendo con un salto e i piccioni si spostano da una parte e dall’altra creando un corridoio. Lo percorro e, altrettanto velocemente di com’ero salito, mi ritrovo in strada, dove pesto una merda che prima non c’era.

Sera

Dopo cena, ho una bella pensata: perché non andare a fare la spesa? C’è un supermercato qua vicino, di quelli aperti fino a mezzanotte. Ma sì, meglio adesso che non ci sarà nessuno, mentre durante la giornata si formano code impossibili per via degli ingressi contingentati, bisogna mantenere le distanze di sicurezza, sì d’accordo, ma io non ce la posso fare. Vado. Chissà che non mi aiuti pure a distrarmi, vai a saperlo. Così mi incammino, non vedo nessuno per le strade, proprio zero, nemmeno quelli che corrono e quelli che portano a spasso i cani. Ma a terra ci guardo eccome, le scarpe le ho appena pulite e non vorrei ripetere l’esperienza. Scuoto la testa che è una bellezza, e intanto cammino veloce. Arrivato al supermercato, noto il solito sfarfallio di luci e nessuna coda. Senza lista, ma vabbè, tanto il frigo è vuoto.

Sono ancora al reparto frutta e verdura quando sento il pavimento vibrare come per l’arrivo di una mandria di buoi che vanno al pascolo. Nel momento in cui le porte si aprono, altro che pascolo, mi sembra più la corsa dei tori che fanno a Pamplona. Niente a che vedere con i piccioni, in ogni caso. Comincia l’approvvigionamento selvaggio. Ma dov’erano fino a questo momento? Sarà mica successo qualcosa di nuovo? Provo a chiedere a una signora armata di mascherina e tutto quanto, ma come intuisce le mie intenzioni si volta dall’altra parte e fa finta di niente. Allora controllo il cellulare, inizio sul serio a dubitare che mi sia perso qualche notizia importante. È così: il presidente ha appena fatto un discorso alla nazione, in cui dice che sono state inasprite le misure contro il contagio e da domani i provvedimenti saranno ancora più restrittivi, con la chiusura di tutti i negozi, a parte – per l’appunto – i supermercati e pochi altri. Il presidente ha detto pure di non affollarsi per accaparrarsi le risorse, che tanto non mancheranno, la grande distribuzione riceverà regolarmente le forniture, non c’è pericolo. Messaggio che a quanto pare non è stato recepito da questi che si sono fatti prendere dal panico. Mi sfilano ai lati a debita distanza come zombie caricati a molla, i carrelli sono già pieni e siamo solo nel primo reparto. Dovrei essere irritato, se non proprio furibondo o qualcosa del genere. Eppure c’è una strana consolazione in questa scena deprimente. Vado verso le casse, abbandono il cestello senza aver comprato niente ed esco. Quando sono fuori, vedo la fila chilometrica che si è creata davanti. Torno verso casa e mi accorgo, mentre cammino piano, che ho smesso di scuotere la testa e sono quasi contento.

Mirko Tondi

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