Mirko Tondi - Brandelli di uno scrittore precario n° 16 - Verso la fine

Mirko Tondi – Brandelli di uno scrittore precario n° 16 – Verso la fine

Pure io, una volta ogni tanto, riesco ad allinearmi al tema lanciato dalla rivista. Pertanto: “La fine è vicina”. Non di questa rubrica certo, mi riferisco semmai all’ultima parte di un racconto o di un romanzo, quella parte in cui in genere viene piazzato il climax. Il fatto è che proprio in questi giorni, portando a termine la lettura di un libro, ho ragionato di nuovo su questo argomento. Con i ragazzi di un laboratorio avanzato (online, ovviamente, di questi tempi…) abbiamo scelto di leggere La strada per Los Angeles di John Fante; così ogni settimana ho assegnato tre o quattro capitoli, che poi venivano commentati durante la lezione successiva. Si tratta del romanzo d’esordio di Fante, perciò il primo in cui compare il suo personaggio più celebre, Arturo Bandini; qui impariamo a conoscerlo, a familiarizzare con lui, la sua sfrontatezza, le provocazioni, l’autolesionismo, l’irrefrenabile tendenza alla trasgressione. Appena diciottenne, Bandini – tra un lavoro che odia e una famiglia con la quale è in eterno conflitto – capisce che il suo futuro è nella scrittura, e porta a termine un romanzo in breve tempo. È lui stesso a leggerci le ultime righe: «Non avevo scritto, per la verità, che aveva premuto il grilletto. Era una cosa soltanto suggerita, ciò che provava la mia abilità nell’uso della reticenza sia pure in un climax incandescente. E così era finito.» Ecco. Quello che fa l’autore in questo passaggio metaletterario è far coincidere il finale del suo romanzo con il climax. Di solito questo non avviene, ma si sa, Fante era uno scrittore piuttosto controcorrente, tanto che La strada per Los Angeles fu rifiutato dagli editori (a causa di qualche bestemmia, affermazioni blasfeme, scene di autoerotismo, il turpiloquio di alcuni momenti) e non fu pubblicato che postumo cinquant’anni dopo. Non a caso poi era lo scrittore preferito di un altro grande irriverente della letteratura americana del 900, Charles Bukowski, il quale ne aveva risollevato le sorti quando aveva finalmente incontrato la gloria e al contempo il suo maestro l’aveva persa, finendo nel dimenticatoio (Fante infatti, pur continuando con la narrativa, aveva trovato maggior fortuna scrivendo sceneggiature per produzioni hollywoodiane; Bukowski, una volta diventato famoso e acquistato potere con gli editori, fece ripubblicare tutti i suoi libri).

Quel che accade più spesso è che il climax preceda il finale ma non vi si sovrapponga, soprattutto in un romanzo. In un racconto è tutto più condensato e molti autori puntano sull’effetto finale, per cui questa sovrapposizione risulta molto frequente, mentre in un romanzo il climax anticipa la chiusura della storia lasciando anzi il tempo al lettore di metabolizzare quanto è accaduto (sulle differenze fondamentali tra racconto e romanzo torneremo comunque la prossima volta). Ma cos’è esattamente il climax? Innanzitutto la definizione. Che voi vogliate chiamarlo climax (dal greco, col significato di “scala”) o apogeo (radici sia greche che latine, ma qui inteso come “apice”, “punto culminante”) o ancora spannung (dal tedesco, nel senso di “momento di massima tensione”), il concetto non cambia: si intende sempre il punto più alto che si possa arrivare a toccare, prima di uno scioglimento che si risolve poi nel finale. Le tecniche per raggiungerlo sono molteplici, dall’anticipazione (“prolessi”, a dirla con le nostre parole; “flashforward” per gli anglosassoni) al disvelamento progressivo, ma in ogni caso assisteremo a un crescendo narrativo che preparerà il terreno alle ultime pagine.

Il climax ha anche un’altra accezione, ovvero quella di figura retorica, una maniera particolare di combinare sostantivi e aggettivi a creare frasi in una gradazione ascendente o discendente (quest’ultimo detto anche “anticlimax”). L’esempio forse più sfruttato di climax ascendente è la citazione dantesca «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura», ma qui non lo prenderemo in considerazione da questo punto di vista. Torniamo invece al momento culminante e prendiamo come esempio un romanzo che non mi stancherò mai di consigliare per la sua struttura perfetta: Il grande Gatsby. Qui il climax si può collocare nella convulsa sequenza che porta all’omicidio del protagonista, prima di assistere al funerale dello stesso Gatsby e di lasciarsi congedare dal ricordo e dalle memorabili parole di Nick Carraway che concludono il libro (ma anche di finale ne parleremo nella rubrica più avanti). Prendiamo ora un racconto e vediamo la differenza: come abbiamo detto, il climax in alcuni casi può coincidere con il finale o essere molto prossimo a esso, soprattutto nelle storie brevi, mentre nei testi più lunghi solitamente c’è uno stacco maggiore, una distanza dilatata (non è escluso comunque che nell’arco di un romanzo voluminoso ci possano essere più climax, in special modo se il parco dei personaggi è molto vasto e si mettono in campo sottotrame e storie parallele a quella che scorre sul binario principale). Nel racconto La voglia di dormire di Anton Cechov una giovanissima bambinaia, tredici anni, tenta vanamente di far addormentare il bambino che dovrebbe accudire. Il bambino non fa che piangere e urlare, mentre Var’ka, la bambinaia – ormai spossata –, desidera nient’altro che dormire. Intanto udiamo il padrone russare dall’altra stanza, e questo rumore si fonde al cigolio della culla. Var’ka sa che se si addormenterà i padroni la picchieranno, eppure il sonno è troppo forte, la sta per prendere, al punto da farla vaneggiare: ecco che i ricordi si fondono alla realtà in un mulinello onirico che la sta per trascinare con sé. Focalizziamoci un attimo sull’obiettivo del personaggio (tutti i personaggi hanno un obiettivo, implicito o esplicito che sia, e questo dei personaggi è un altro dei grandi temi che andremo a sviluppare in uno dei prossimi appuntamenti della rubrica), che è – ormai è chiaro – quello di dormire; ma il raggiungimento di quest’obiettivo le viene ostacolato, tanto che la ragazzina – per dirla con le parole di Cechov – «trova il nemico che le impedisce di vivere». Qui il sonno e la vita dunque collimano, sono un’unica cosa. A questo punto Var’ka capisce, c’è una sola soluzione: uccidere il bambino. A due righe dalla fine la bambinaia soffoca il neonato, poi «si sdraialentamente per terra, ride dalla gioia di poter dormire e dopo un minuto dorme già, profondamente, come morta…» Dunque abbiamo letto il climax, e in rapida successione la chiusura del racconto.

Proseguiamo con un accostamento cinematografico. Nei film il climax è facilmente individuabile, e sono sicuro che se in questo momento pensate alla scena madre di una delle vostre pellicole preferite oppure di una che avete visto di recente, vi verrà in mente l’attimo preciso che corrisponde all’apice. Il compito normalmente è semplificato da una sottolineatura musicale, da effetti come il ralenti, da singolari inquadrature o giochi di montaggio. Quando penso al climax nel cinema, la scena che mi si stampa prima di tutte davanti agli occhi è quella risolutiva del film di Brian De Palma Gli intoccabili – peraltro citazione e omaggio a La corazzata Potëmkin di Eisenstein –, dove una carrozzina con dentro un bambino scende giù dalle scalinate della stazione di Chicago nel bel mezzo di una sparatoria; riguardate la scena e giudicate voi stessi. Ma predente qualsiasi altro film, io per esempio ne citerò alcuni che ho visto o rivisto in questi giorni: La febbre del sabato sera (la scena in cui Bobby precipita giù dal ponte), Goodbye Mr. Holland (il frangente in cui Holland canta in concerto – con tanto di linguaggio dei segni – Beautiful boy di John Lennon per il figlio sordo; l’ultimissima scena invece può considerarsi una vera e propria sorpresa), Il ragazzo che catturò il vento (ho mostrato questo film a scuola ai ragazzi di una mia classe e ho notato come una scena di pathos – la morte di un cane – anticipi di poco il climax, ovvero la costruzione di una pala eolica – macchinario che il ragazzino protagonista riesce a far mettere insieme grazie alle sue nozioni scientifiche, alla sua determinazione e al suo brillante intuito –, che culmina con il successo della sua realizzazione e l’acqua che sgorga a irrigare la terra arida).

Più in generale, allora, il climax può essere il momento delle scelte, quello attraverso cui si concretizza o si completa il cambiamento, l’apoteosi del conflitto, e deve essere coerente con la storia, piazzato al momento giusto in base alla sua lunghezza e alla sua struttura. In conclusione, possiamo dire che sia davvero un momento nodale della narrazione, ma può anche darsi che qualcuno riesca a crearlo anche senza un vero studio a tavolino, quindi in via del tutto automatica, inserendolo in maniera naturale nel suo intreccio. Tuttavia l’esperienza mi suggerisce che un minimo di lavoro in questo senso vada programmato; perciò lasciatevi uno spazietto prima dell’epilogo da architettare con cura, perché forse quella scena che state per scrivere può rimanere nella memoria di chi ha letto ancor più del finale stesso.

Mirko Tondi

Immagine da Comparative Literature – The University of Auckland

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