Patrice Avella - Intervista al neo regista Valerio Mastandrea per la sua prima opera “Ride”

Patrice Avella – Intervista al neo regista Valerio Mastandrea per la sua prima opera “Ride”

Mi ricordo di Mastandrea come attore nel favoloso film “ Romanzo di una strage”, titolo italiano e “Piazza Fontana”titolo durante la diffusione in Francia. Aveva il ruolo importante del commissario Calabresi. Abbiamo avuto la gioia di fare un’interessante intervista al regista Marco Tullio Giordana durante le proiezioni del film a Parigi per la rivista LA VOCE il magazine degli Italiani in Francia. Personalmente avevo presentato in anteprima il film in diverse città francesi nelle sale di cinema Art et Essai con il mio romanzo scritto in italiano e in francese edito dalle Edizioni Il Foglio Letterario con il titolo “Piazza Fontana”. Per la proiezione in Toscana del suo primo film come regista “Ride” ero impaziente di incontrare e conoscere un attore ad altissimo tasso di umanità, che gioca sempre di sponda su accordi contrastanti, impreziosendo di ironia i ruoli drammatici e viceversa.

Qual è la grande differenza tra fare l’attore e il regista dopo questa prima esperienza cinematografica ?

Faccio l’attore da 25 anni e continuo a farlo con grande piacere e passione. Fare il regista è una cosa molto complessa e piena di responsabilità. Un lavoraccio in paragone al lavoro dell’attore. Però fare il regista rimane l’unica possibilità di esprimersi con un motivo profondo dietro la macchina da presa e decidere cosa portare in scena, cosa raccontare e come veicolare il racconto al pubblico. Il regista non lega, ma è legato da tutti gli altri che lo spronano, il lavoro collettivo di un film è quello di una grande squadra dove non si può giocare da soli. Se toppa uno, toppano tutti! È una responsabilità fare l’attore nel ruolo in cui ti assumono, la differenza col mestiere di regista è che la responsabilità è ancora più grande, soprattutto del linguaggio che usi sul set e come porti il tema del film alla gente.

Hai lavorato con grandi registi durante la tua lunga carriera, più di 25 anni come attore. Da chi hai imparato di più per mettere in pratica certi insegnamenti nel tuo primo film?

Quello che ho imparato l’ho appreso lavorando. Ho esordito nel 1993 e da quell’anno ho sempre lavorato. Ci sono tanti registi da cui ho imparato anche perché sul set sono sempre stato uno molto svelto, che non aspettava di essere chiamato ma era molto curioso. Ho preso un po’ da tutti insomma, magari non razionalmente, però ho capito come andare al cuore della scena senza fronzoli; Posso citareBellocchiocon cui ho lavorato tre anni fa e con il quale ho sentito la forza.Piccioniad esempio uno di quei registi con cui ho potuto misurare la capacità di muovere la macchina da presa.Zanasiche sa dare a un personaggio una personalità fortissima ai suoi film ecc …

Ho saputo che l’idea della storia del film è stata creata col tuo sceneggiatore in modo originale, ce la puoi raccontare in poche parole ?

È la storia di una morte più ingiusta della morte naturale, di un’ingiustizia oltre ogni immaginazione, una cosa che non dovrebbe accadere ma che accade sempre (in Italia gli incidenti al lavoro sono aumentati del 10% nel 2018). Quando ho incontrato il mio sceneggiatore Enrico Audenino, gli ho detto che volevo raccontare la storia semplice di una vedova che deve organizzare il funerale del marito ma lei non piange, ride perché sta benissimo, punto! E abbiamo lavorato sulla sinossi sceneggiando un evento che doveva dilatarsi per una settimana. E poi abbiamo ridotto la storia, che si svolge solo in una giornata a partire della scena iniziale della vedova con il figlio la mattina nella loro cucina.

Già dalla prima scena del film si capisce che ci troveremo in un “huit-clos” intimista nella vita della protagonista e del figlio. Il pubblico si sente subito in familiarità con i personaggi nell’intimità dell’appartamento della famiglia dell’operaio deceduto in fabbrica. Era il tocco “Mastandrea regista” che volevi già dare per il resto del film?

In effetto si potrebbe chiamare il “metodo Mastandrea”. A me per esempio due persone inquadrate larghe che parlano di una cosa drammatica mi fa molto più male se vado a sottolinearlo con un primo piano. Ad ogni modo quello che ho imparato da tanti registi è rinunciare all’approccio intellettuale, perché l’avere un giudizio su quello che racconti ti mette degli steccati. Invece rimanerne stupito anche tu e lasciarlo incompleto fa bene al film, sempre perché rende libero lo spettatore. Mi sono affidato totalmente ai miei tre attori principali come interfaccia emotiva. Dopo ho inserito molte comparse con una sfilata di caratteri unidimensionali come vicine di casa, ex fidanzata, fratello, amici d’infanzia con cui la giovane vedova si ribella perché i loro ricordi non fanno parte della sua vita. Lei è totalmente impreparata ed esprime questa situazione dicendo: “Ma che si muore cosi? Mi ha lasciato sola con tutte queste cose da fare!”

“Ride” è un titolo paradossale per un omicidio bianco, un operaio morto in fabbrica. A questo tema avevi già dedicato anche, qualche anno fa, il tuo primo corto da regista ma ancora una volta con un titolo originale come “Trevirgolaottantasette”?

Il titolo del mio primo cortometraggio era intitolato effettivamente”Trevirgolaottantasette”per riprendere la statistica incredibile di qualche anno fa: 3,87 italiani al giorno muoiono sul lavoro. Questo tema non è un’ossessione personale ma da allora a oggi non è cambiato assolutamente niente, se non in peggio. Sono morti più assurde della morte stessa, ma non ci facciamo caso, ci stiamo facendo l’abitudine. Una scena importante del film vede il fratello del morto, Stefano Dionisi, lo sbandato della famiglia, trascinare davanti alla bara del fratello morto nell’incidente in fabbrica il padre, Renato Carpentieri, in pensione ma sindacalista di tante battaglie sociali durante una vita intera in quella stessa fabbrica : “Lo vedi a far fare a tuo figlio il tuo stesso lavoro che succede?”, “Ma quando la vincerete questa guerra? A me pare che morite solo voi!”.

La protagonista Chiara Martegiani, la tua compagna nella vita reale, diventa quasi il tuo alter-ego nel modo di interpretare il ruolo della vedova dell’operaio e madre del piccolo Pietro. Perché non ti sei messo come attore nel tuo film?

In questo mio primo film non mi si sono messo. Non avevo bisogno di esserci da attore. Ma questo film “Ride” è stata la perfetta ed esemplare trascrizione cinematografica del mio “metodo”di fare cinema, nel senso: “Si gioca come si vive”.All’inizio del progetto avevo deciso di optare per una storia tutta mia, quella di una donna che ha perso il marito e che nelle 24 ore che precedono i funerali pubblici sembra non riuscire a provare il dolore che sa di avere dentro. Chiara ha fatto il ruolo con toni malinconici e forse, conoscendomi bene, somigliandomi moltissimo. Ad un certo punto è stato l’attore che gioca il ruolo del padre del morto, Renato Carpentieri,a farmi capire che non dovevo dirigere tutti come me, cioè a me veniva spontaneo dare indicazioni a tutti pensando a come l’avrei fatta io, invece lui mi ha fatto capire che dovevo lasciarli liberi di fare a modo loro”.

Per un primo film come regista ti sei preso il rischio di fare recitare bambini. Non hai avuto paura di dare così tanto spazio alle parole e ai sentimenti dei bambini?

Abbastanza, però l’abbiamo gestito bene ed è stato bello lavorare con loro. Poi la realtà è stata più complessa perché avevano sette scene di tre pagine e mezzo, molti piani sequenza ma sono stati allenati benissimo da un ”dialogue coach”,che è un attore, con cui hanno lavorato due mesi. È il sogno di tutti mettere in bocca ai bambini dei concetti come quelli del film, ad esempio quando il figlio colpevolizza la madre: “Perché non piangi mai? Perché ridi?”

Un’altra cosa che mi pare molto tua e non viene dai tuoi modelli è tutto quest’uso della musica che comincia e si ferma in modo brusco. Esiste una ragione particolare ?

Volevo che a questa giovane coppia operaia piacesse ascoltare la musica degli anni ottanta. Sì, perché è la loro. Lo dice ad un certo punto che mette la musica per provare a piangere. Per questo se ci fai caso i brani partono un attimo dopo e finiscono un attimo prima di quando non te l’aspetti, come se lei facesse on/off nella testa.Comunque è vero ne ho usata tanta ma con un motivo, anzi a ripensarci qualcosa la potrei anche togliere ma non si può più. E poi c’è un motivo per il quale sta là: la musica racconta lei e lui, quella casa, quei mobili, quelle foto …La musica è veramente importante soprattutto quando non c’è! Mi spiego, la protagonista mette la musica per ricordarsi momenti romantici vissuti con il marito e per riuscire a piangere. Quando non c’è la musica significa che la vedova non aveva bisogno di cercare di piangere.

Ci sono cose che hai imparato e che in un secondo film non rifaresti?

No, devo dire di no, inconsapevolmente gli errori fatti li conosco e sono errori di estremo rigore e molta radicalità su certe cose per poi aprirmi altrove. È un tipo di ricerca che credo sia normale in un primo film, almeno per me. Poi ci sono pure quelli che al primo film fanno il loro capolavoro. Spero di poter presentare il mio film nei Festival del cinema Italiano in Francia, come quello di Annecy ma anche altre città francesi che sono appassionate dalla cultura cinematografica italiana. Saluto tutti i lettori della rivista La Voce, il magazine degli Italiani in Francia. Magari a presto in Francia a incontrarvi!

Patrice Avella

Recensione del Ride (2018) di Valerio Mastandrea

Ride è il debutto alla regia di Valerio Mastandrea, uno dei nostri attori più noti, spesso impegnato a recitare in produzioni indipendenti, guidato da giovani registi dotati di un progetto interessante, che ricordiamo per aver fatto uscire postuma l’opera di Claudio Caligari (Non essere cattivo). Un debutto tra luci e ombre, tutto sommato incoraggiante, con tema portante il diverso modo di metabolizzare il dolore, i rapporti familiari e l’amore coniugale (di moravianamemoria), le morti sul posto di lavoro (tema caro al regista). Ridesi basa su un soggetto ridotto all’osso: muore un operaio in fabbrica, che lascia una moglie (Martegiani), un figlio (Marchetti), un padre anziano (Carpentieri) e un fratello scapestrato (Dionisi), si organizzano i funerali e una protesta aziendale. Fine della storia. Tutto il resto è ottima sceneggiatura teatrale, studio introspettivo dei caratteri, dialoghi intensi – spesso grotteschi – tra i personaggi, con il regista che non prende posizione ma racconta, lasciando la macchina da presa libera di muoversi tra volti e luoghi per fotografare i diversi punti di vista. Molto brava Chiara Martegiani nel tratteggiare una vedova che non riesce a piangere, fino alla stupenda sequenza finale in cui rivede il marito a tavola mentre mangia un piatto di spaghetti, quindi lascia il posto al figlio, in un’ideale passaggio di consegne generazionale. Renato Carpentieri è uno straordinario vecchio padre operaio, costruito su molti silenzi e poche parole per far capire un rapporto difficile con i figli, soprattutto con Stefano Dionisi, il figlio malvivente che considera morto. Arturo Marchetti è un bambino spontaneo, recita senza forzature la parte del figlio che insieme a un amico sul tetto della casa familiare prepara un’intervista che non ci sarà mai, a tema la morte del padre. Milena Vukotic regala un breve cameo come vicina anziana che trucca la vedova prima del funerale e le consiglia di essere la più bella, di restare donna, nonostante tutto. Ridevive soprattutto della sua impostazione teatrale basata su dialoghi a metà strada tra il realistico e il surreale, di fatto un dramma che in alcune situazioni si stempera in commedia, spesso indeciso su quale strada prendere, troppo dilatato nei tempi per le cose da dire. Inesperienza del primo film da regista, peccato di esuberanza che si perdona, perché uno straordinario finale riscatta le evidenti stonature, come la lunga sequenza del rapporto padre – figlio che si dipana tra la casa sul mare e l’obitorio. Girato a Nettuno, con buona fotografia marina del diligente Fastella e montaggio da puro cinema d’autore curato dall’esperto Bonanni. Ottima colonna sonora, tra pezzi rock sintetici che vogliono essere fastidiosi e la dolcissima canzone finale. Da vedere.

Regia: Valerio Mastandrea. Soeggtto e Sceneggiatura: Valerio Mastandrea, Enrico Audenino. Fotografia: Andrea Fastella. Montaggio: Mauro Bonanni. Musica: Emiliano Di Meo, Riccardo Sinigallia. Produzione: Kimera Film, Rai Cinema. Interpreti: Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi. Durata: 95’. Distribuzione: 01. Genere: Drammatico – Grottesco.

Gordiano Lupi

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