Pelagio D’Afro – Essenze di donna

Pelagio D’Afro, creatura multiforme dietro cui si celano 4 scrittori, è il figlio misconosciuto di Paolo Agaraff, coacervo di penne instabili e weird. In questo racconto di delirante amore tossico, il Nostro dà sfoggio della sua follia narrativa, ma attenti: può generare assuefazione.

 

Essenze di donna

 

 

Questo mondo come fuso nel piombo,
in cui nulla si muoveva tranne il vento,
che talvolta passava come un’ombra sui boschi grigi,
e in cui nulla viveva se non gli aromi della nuda terra,
era l’unico mondo possibile per lui,
poiché era simile al mondo della sua anima
(P. Suskind)

 

L’alto muro di mattoni dipinge la sua ombra sul prato. Sullo sfondo, tra le foglioline lanceolate che oscillano pigre nel vento, s’intravede il bianco dell’intonaco del casale.

Con gli occhi socchiusi, abbandonato sulla sdraio, inspiro il profumo. Quest’anno il raccolto sarà anche superiore a quello della precedente stagione. Lo sento nell’aria. Me lo racconta lo stormire delle foglie.

Lo so che non è ortodosso, ma a me piace fumare la ganja nella pipa da tabacco: miscelata con uno Skandinavian, un tabacco con poco carattere, un’ottima base per la miscela di odori che le inflorescenze rilasciano. E così, sdraiato nel mio giardino, circondato dalle piante, sperimento l’erba nuova, la nuova produzione per la mia clientela sempre più esigente.

Macino un po’ di ganja nel grinder, la miscelo col tabacco, la pigio nel fornello della mia fedele Broomhilda Savinelli dal bocchino lungo. Non troppa, un assaggio, quel che basta per una valutazione preliminare.

Accendo, inspiro, chiudo gli occhi. E la vedo: giovane, almeno quindici anni meno di me, forse appena ventenne. Flessuosa, castana, occhi verdi, abbronzata. Il seno né piccolo né grande, la forma di un calice, l’impronta perfetta del Santo Graal. Sta sopra di me, si muove lentamente, ondeggia come un vinco di salice. Si china e mi bacia, le sue labbra sulle mie hanno il sapore di questa ganja. Morbido, setoso. Poi però si alza, all’improvviso, raccoglie i suoi vestiti. La vedo piangere, non so perché. Apre la porta, percepisco il dolore dell’abbandono.

Faccio per seguirla, cerco di alzarmi ma mi ritrovo sulla sdraio. Il primo campione è finito. Devo dare un nome a questa variante. La chiamerò “Tatinica”. Sentore delicato e persistente.

Bene, un goccio di whiskey per pulirmi la bocca e passo al secondo campione. Le inflorescenze sono più tumide, carnose. Lascio scendere il fumo negli alveoli polmonari.

I capelli sono una nuvola rossa, le gambe infinite. Inizio a baciarla sul seno poderoso, poi sul ventre e lentamente scendo ancora. La assaggio e ha un sentore dolciastro. La pelle fra le cosce è bianca, burrosa. Le salgo sopra e lei mi esorta a essere violento. Stringo il seno tra le mani, poi le stringo il collo, fino a mozzarle il fiato. Lei strabuzza gli occhi e inizia a divincolarsi, io stringo di più. Il fornello si spegne e lei con esso: sono di nuovo solo. Ho già in mente il nome per questa nuova variante: “Professoressa della steppa”. Sentore intenso e rotondo.

Sono sfiancato, ma c’è un terzo campione da provare. Ripulisco ancora la bocca con l’ultimo goccio di whiskey, poi riempio di nuovo il fornello con l’inflorescenza, scura e robusta. Mi lascio andare al ricordo. Mulatta, un viso perfetto, seni sfacciatamente sferici. Pelle bruna, dall’odore pungente, retaggio di antenati schiavi nelle Americhe. La giro sull’addome e la prendo dopo avere a lungo ammirato le sue natiche perfette. Mi oppone resistenza, ma io spingo con maggior decisione. Lei prende a dimenarsi e a maledirmi. Mi sbalza di dosso, come un cavallo imbizzarrito, poi mi è sopra con le lunghe unghie che puntano agli occhi. Sfilo da sotto il materasso il bisturi che tengo per le emergenze e glielo infilo in gola.

Apro gli occhi, il cuore batte a mille, un’esperienza sensoriale unica. La chiamerò “Profetica”.

Preparo i cartellini, “Tatinica”, “Professoressa della Steppa”, “Profetica” e li attacco alle tre piante, tra i ramoscelli. Ce ne sono molte altre, ormai sono arrivato a trentacinque, una per ogni tumulo.

Il sole è ormai basso sull’orizzonte e la sua luce avvolge le foglie di un alone quasi sacro. Qualcosa nell’aria le fa tremolare. Sono felici, stanno bene. Ora sanno che il mio è l’amore più grande, e io le terrò con me, per sempre.

Pelagio D’Afro