Sebastijan Pregelj – Kronika pozabljanja – Cronache dall’oblio

Il corpo è vecchio e impotente, ma il cuore continua a sentire e il cervello a ragionare: fai qualcosa di buono per gli altri, sii umano, abbi il coraggio di amare e permetti che gli altri ti amino”.

Anche se nei sogni, anche se nelle allucinazioni, e quando le palpebre si chiudono nel sonno della morte, il romanzo di Sebastijan Pregelj parla delle ultime ore con una luminosità che dà stimolo e ispirazione. Fai quello che devi fare, fallo subito, fallo ora, altrimenti verrai inserito nelle Cronache dall’oblio.” (Manca Košir)

Editore Goga
Raccolta Raccolta letteraria Goga
Postfazione Manca Košir
Anno 2014
Pagine 184
Lingua Sloveno

 

Trama

In una Casa di riposo, un vecchio signore si alza presto ogni mattino, non vuole perdersi il sorgere del sole. E’ la vita che inizia, il mondo che riprende a vivere e i ricordi rivivono con lui. Un po’ diversi ogni mattino. Ci troviamo infatti nel mondo della demenza senile, e le storie a volte piene di tensione, a volte di amore, sono forse vere, forse frutto di allucinazione, ma sempre vengono poste davanti a un muro di silenzio, davanti al grande mistero che è in attesa al di là della morte. Lo scrittore Sebastijan Pregelj (classe 1970) ci ha portati fino ad oggi con i suoi romanzi in mondi fantastici e fantascientifici, in universi lontani, ma il mondo più incredibile di tutti è quello celato nelle pieghe cerebrali dell’essere umano.

Sebastijan Pregelj:

Cronache dall’oblio

(estratto:Kronika pozabljanja, Založba Goga, Novo Mesto, 2014, 78-83)

Capitolo “Finché te la senti di recitare ancora un po’ e di praticare i vecchi trucchi”

Fuori si è fatto buio. Mi alzo e vado in bagno. Mi slaccio i pantaloni e mi siedo sullo sciacquone. L’urina defluisce lentamente, ma problemi per ora non ne ho. Altri, alla mia età, hanno un bel po’ di guai con LUI. Tutto gli ruota attorno, a LUI, come allora, quando eravamo adolescenti, oggi, però LUI non rappresenta piacere, bensì sofferenza e alla fine in molti casi anche morte. Mi alzo e tiro l’acqua. Mentre mi lavo le mani, mi guardo allo specchio. Di primo acchito ho l’impressione di non essere cambiato molto, dopo un po’ devo riconoscere che ho l’aria vecchia e stanca. Il cammino alle mie spalle è lungo, anche se è trascorso rapidamente. Ottant’anni è un periodo lungo, quasi troppo lungo per una persona. Lo so, ma non lo voglio riconoscere.

Giorni fa, per il mio compleanno, ho cercato di ricordarmi, dove mi trovavo nello stesso giorno quarant’anni fa. Ho cercato di ricordarmi se quarant’anni fa mi fossi detto che gli ultimi venti anni erano passati in un batter d’occhio,addirittura tutti e quaranta erano passati infinitamente veloci, e così sarebbero passati i successivi venti e i successivi quaranta. Ho cercato di ricordarmi se allora mi fossi detto che fra venti anni ne avrei avuti sessanta. Sarò vecchio, ma se avrò abbastanza salute, davanti a me ci sarà ancora un bel po’ di cammino. Tra quarant’anni ne avrò ottanta. Se sarò ancora vivo, saprò che la maggior parte del cammino è dietro di me, e che non posso aspettarmi tanto di più. Sono convinto che quaranta anni fa ci devo aver riflettuto. E sono convinto che allora il tutto mi sembrasse inimmaginabilmente lontano. Alla fine invece sono qui.

Qui non è nemmeno così male. Sono ancora in forze, sono ancora abbastanza autonomo e sono ancora in grado di fare piani. Inoltre, nell’appartamento vicino si è trasferitauna donnaed io l’ho notata, questa donna. Di più! La donna mi piace e in qualche modo l’ho desiderata. Bene, questa è una buona cosa. Una sensazione dannatamente buona che mi fa sentire vivo. Sono ancora un cacciatore. Insomma, posso dire a me stesso di essere ancora un cacciatore. Un cacciatore vecchio e malandato, ma così è anche la preda.

Ce ne sono altri qui, di cacciatori, ma sono tutti malati e lenti. Non credo che ce ne sia qualcuno con la vista ancora acuta, come non credo che ce ne sia qualcuno in grado di permettersi di essere abbastanza perseverante. Come ho detto prima, però: così è anche la preda. Per questo non li sottovaluto. Ognuno ha i propri trucchi.

In vita mia, di trucchi ne ho imparato un bel numero. Di fatto, la vita è intessuta di una serie infinita di trucchi, essenzialmente si tratta solo di recitare. Fin da piccolo mi hanno spiegato che cosa è giusto e che cosa non lo è. Me lo hanno spiegato i genitori, me lo hanno spiegato le maestre all’asilo e le insegnanti, me lo hanno spiegato dappertutto, ovunque io sia arrivato e ovunque io sia stato, addirittura anche là dove mi sono fermato solo per poco tempo. Mi hanno insegnato che cosa si può fare, quando e come, e che cosa, quando e come non si può; mi hanno insegnato che è più importante quello tra le righe, di cui non si parla, e che io sarò valutato e giudicato dagli altri soprattutto in base a quello. Mi hanno insegnato chi sono tutti gli altri e che cosa posso aspettarmi da loro. Di fatto, non mi posso liberare della sensazione che addirittura ancora oggi gli piacerebbe impartirmi lezioncine, anche se è noto che a un cane vecchio è difficile fargli imparare qualsiasi cosa.

Era più facile finché le regole erano semplici e ce n’erano poche. I maschietti non piangono, le bambine si comportano sempre bene e badano a non sporcarsi i vestitini. Ciononostante anche in seguito mi sono trovato bene e con il passare degli anni sono diventato un attore di punta. Ho recitato su vari palcoscenici, spesso anche contemporaneamente. Per anni e anni, decenni e decenni.

Vivevo in appartamenti spaziosi e andavo in giro con automobili di lusso, indossavo abiti fatti su misura e scarpe lavorate a mano, pranzavo in ristoranti costosi e facevo viaggi in luoghi esotici. Per anni e anni, decenni e decenni.

Poi mi sono stancato. Ne avevo abbastanza di tutta la porcheria superflua.Volevo solo essere lasciato in pace.Mi sono detto: “Ottant’anni sono sufficienti”. D’ora in avanti ho bisogno solo di poco. Ho bisogno di così poco che probabilmente potrei farcela anche senza trucchi e maschere, ma per via degli altri…per via degli altri non posso rinunciare a tutti i trucchi, per via degli altri non posso deporre tutte le maschere. Onestà e franchezza mettono in confusione la gente, sia qui sia fuori. In realtà l’onestà e la franchezza a loro non piacciono, anche se a parole dicono esattamente l’opposto. Anche loro recitano e basta. Anche loro si servono di trucchi.

Se noi vecchi diventiamo onesti e franchi, dicono che siamo diventati maleducati e sfacciati,perché non sappiamo più comportarci con discrezione e pazientare ancora un po’. Dicono che pensiamo solo a noi stessi. Alla fin fine però qui per noi è la stessa cosa.Ci siamo mossi con discrezione abbastanza a lungoe siamo stati abbastanza a lungo disposti ad avere ancora un po’ di pazienza. Abbastanza a lungo ci siamo comportati come ci si aspettava da noi. A questo punto basta. Non ci serve più. Tuttavia l‘onestà è una questione di decisione. E’ facile essere saggio e forte quando sei sano e ti senti bene. Quando invece senti che stai diventando debole e anche la salute non ti aiuta più, sei disposto a una veloce sottomissione. Le cose sono chiare. Finché siamo disponibili a pazientare ancora un po’, di noi hanno una buona opinione. Finché siamo disponibili a continuare a recitare e usare i vecchi trucchi, possiamo contare su gentilezza e benevolenza, possiamo contare sul fatto che anche gli altri continueranno a recitare. Possiamo calcolare che per noi sarà un po’ più facile. Una volta però che decidi di non starci più, allora è la fine. I vecchi velenosi e insolenti non si meritano nulla di più del minimo necessario.

Abbiamo tutti paura di questo. Nessuno sa con esattezza che cosa sia il minimo necessario. Il minimo necessario è che ti sia servito cibo caldo e un controllo medico ogni sei mesi? Il minimo necessario è che ti vengano dati i medicinali quando ti ammali? Il minimo necessario è che ti nutrano e ti puliscano il culo, quando non puoi scendere dal letto? Oppure il minimo necessario è che ti attacchino alla flebo e ti mettano un pannolone sotto il culo e tre volte al giorno te lo cambino? Il minimo necessario è che ti voltino dal fianco destro a quello sinistro e viceversa per via delle piaghe da decubito o il minimo necessario è solo che tu stia disteso e ti riposi, tanto le ferite aperte non sono affar loro? Nessuno lo sa, questo, ma ne abbiamo paura tutti. Per questo continuiamo a recitare, per questo non rinunciamo a tutti i trucchi.

A me finora non è successo nulla di veramente grave, e per quanto vedo e so, nemmeno gli altri se la passano tanto male. Tuttavia circolano molti pettegolezzi e storie. Molti pettegolezzi e storie terribili.

Ho sentito dire che sorella Angela è l’angelo della morte numero due. Se qualcuno dei pazienti dà troppo fastidio o è troppo esigente, lei aumenta la dose dei medicinali e aspetta che l’organo più debole smetta di funzionare. Poi, chiama il medico. Se questo specifico paziente non assume medicinali particolari, gli inietta aria in vena oppure gli irrora con acqua le vie respiratorie. Lo lascia nel letto fino al mattino, poi chiama il medico. E così via e così via. Se avessi sentito qualcosa del genere quando ero ancora fuori, avrei dismesso la cosa con un’alzata di spalle, è una bufala avrei detto, non può essere vero. Non è possibile che cose del genere avvengano. Ora che sono dentro è tutto diverso. Dentro è comunque necessaria una certa precauzione. Perché non si è certi di nulla al cento per cento. Per questo sto attento a quello che faccio, sto attento a dove guardo, e a che cosa dico e a chi.Ora che si è fatto proprio buio e sto disteso sul letto, riconosco di aver paura anch’io. Anche sotto il mio letto ci sono spettri, altri se ne accucciano sotto la mia sedia e ce ne sono di appesi nel mio armadio, nascosti tra i vestiti. Di giorno non me ne accorgo. Di giorno bene o male me li dimentico e gli spettri si ritraggono. Quando fa buio, strisciano da ogni dove. Non ho paura della fine e della morte. Non ho paura del momento finale. Ho paura di diventare impotente prima di allora. Ho paura che alla fine sarò com’ero all’inizio: dipendente dagli altri, solo che attorno a me ci saranno paramedici abituati alla cosa, perciò a loro non sembrerà nulla di particolare. Mentre la donna delle pulizie in silenzio ramazzerà sotto il letto o svuoterà il cestino della spazzatura, sarò ancora vivo. Mentre il custode cambierà una lampadina o le guarnizioni, sarò ancora vivo. Mentre Os passerà vicino alla mia porta, sarò ancora vivo. E mentre mi cambieranno il pannolone e il sacchetto della flebo, sarò ancora vivo. Ancora sarò vivo, ma gli impiegati con me non parleranno, faranno in silenzio il loro lavoro, convinti che nelle mie ultime ore abbia bisogno di pace e riposo. Ho paura che vorrò gridare a tutta voce: Sono vivo! Ma non ce la farò.

Forse le suore si metteranno a chiacchierare davanti alla porta, quando mi verranno a cambiare il sacchetto della flebo, e forse Os incontrerà il custode davanti alla porta e si scambieranno qualche parola. Forse sentirò gente, voci da un appartamento contiguo. Tuttavia le loro parole non saranno rivolte a me. Solo la suora all’ora del conto serale mi dirà forse qualcosa. Probabilmente mi appoggerà i polpastrelli dell’indice e del medio sulla vena e poi mormorerà: ”Vivo, ancora vivo.” E io allora non saprò se secondo lei questo sia un fatto buono o cattivo. Probabilmente lei pensa che la cosa sia buona per me e cattiva per coloro che fuori sono in attesa di un posto libero.

Tuttavia non voglio soffermarmi su questi pensieri, chesi addensano su di me verso sera mentre sono a letto e invece di dormire rifletto su tutto il possibile. Sono arrabbiato con me stesso. Potrei richiamare i ricordi. Ho molti bei ricordi, e molti di essi potrebbero infondermi nuovo coraggio, mentre io combatto con le paure! Poi ho anche ricordi non buoni ma che con gli anni e i decenni sono riuscito a sopprimere, in linea di massima. …. Li ho buttati fuori e spremuti come si farebbe con l’acqua e con il fango. Sono abbastanza vecchio da potermi permettere solo bei ricordi.

Domani è un altro giorno. Quando a oriente comincerà a albeggiare, il petto mi si riempirà di buoni sentimenti. Saprò che mi aspetta un’altra giornata. La sfrutterò bene.

Traduzione a cura di Patrizia Raveggi

Patrizia Raveggi

Nata a Siena, laureata a Pisa, Scuola Normale Superiore; studi post-laurea a Roma.

Residente a Roma e temporaneamente in Slovenia.

Consigliere culturale e Direttore (dirigente) di Istituti italiani di cultura all’estero-Traduttore&curatore di testi letterari classici, moderni e contemporanei.

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