Sergio Calzone - Storiacce editoriali - Se sia meglio pubblicare che saper scrivere

Sergio Calzone – Storiacce editoriali – Se sia meglio pubblicare che saper scrivere

Anche a chi non è appassionato di calcio sarà capitato di vedere, in qualche telegiornale, giocatori di grandi squadre o della Nazionale stare in campo e palleggiare ostinatamente, facendo rimbalzare decine, centinaia di volte il pallone sul piede: un esercizio che più o meno ogni italico sa compiere ma per due-tre volte, dopo di che il pallone ha un rimbalzo anomalo e va a cadere lontano.

Quell’esercizio apparentemente inutile per professionisti del calcio fa parte di ciò che gli addetti ai lavori chiamano “i fondamentali”, cioè una serie di abilità di base, senza le quali non si discute nemmeno se accogliere un giovanissimo nel vivaio di una squadra di media o grande levatura.

“I fondamentali” mi sono venuti in mente, leggendo un vecchio articolo sulla crisi dell’editoria. In particolare, vorrei citare questo passo:

“L’autopubblicazione è figlia della ‘democrazia delle nuove tecnologie’: come esistono siti per pubblicare la propria musica, le proprie foto, i propri dipinti, esistono siti Internet anche per pubblicare i propri manoscritti. Molti concedono anche un codice ISBN che rende un testo di fatto un libro, agli occhi del mercato nazionale e non solo, perché permette di catalogarlo, trovarlo e ordinarlo da siti come Amazon”.

Come scriveva, però, anni fa Stefano Izzo sul “Corriere della Sera”, «Pubblicare tutti, pubblicare qualunque cosa” non è un principio democratico, è una fuga dal giudizio».

Che cosa c’entrano con tutto questo i “fondamentali” citati all’inizio? È presto detto. Ogni italiano, in fondo al proprio core, è uno scrittore. Come, forse e del resto, ogni inglese od ogni australiano. Il problema è che la assoluta maggioranza di questi nuovi Manzoni non possiede i fondamentali, cioè non conosce, semplicemente, le regole della lingua che usa (per tacere di una vera e propria educazione letteraria) e, invece, pubblicando, si pone a esempio di stile per il proprio ipotetico lettore.

Becera malevolenza di stile le presenti note? Addirittura invidia, poiché si è arrivati, sì, a concepire un pezzullo come questo ma non si sa creare qualcosa come Splendori e miserie delle cortigiane? Sarebbe sufficiente verificare: la maggior parte (proprio la maggior parte) di questi “scrittori” ignora che non si può separare, con una virgola, il soggetto dal verbo: non stiamo quindi parlando di audaci anacoluti o di calibrate anafore o, ancora, di più modesti antifrasi od ossimori. No. Si zoppica sui congiuntivi, si ignora che le subordinate introdotte da gerundio devono essere precedute e seguite da una virgola, non si accentano i “sì” affermativi, e via bovinando.

Si dirà: l’accesso all’istruzione di massa ha solleticato le manie esibizioniste di persone che, un tempo, non avrebbero osato tanto.

Mi parrebbe una risposta snobistica: l’istruzione di massa, se mai, dovrebbe aver permesso a talenti che sarebbero rimasti inespressi di manifestarsi.

Altri diranno: “soltanto un passatista bada più alla forma che al contenuto; sì, ci può stare qualche errore, se ciò che è scritto cattura l’attenzione”. È un credo (poiché sfiora davvero l’irrazionale religioso!) che trova sempre più spazio. Tra chi? Forse tra chi NON possiede i fondamentali?

Non è difficile rispondere che scrivere, come dipingere o comporre musica, dovrebbe essere Arte e, nell’Arte, la forma vale quanto e in certi casi più del contenuto. Che cosa sarebbe la Recherche di Proust senza quella sua forma impeccabile? senza il dominio assoluto della sintassi?

Ma, qui, il discorso è, in realtà, assai più basso: non scomodiamo l’Arte! Ignorano la consecutio temporum concentrati mister e compiaciute madame che insegnano nelle scuole come essi/e stessi/e si affrettano a informarci nelle quarte di copertina! Altri/e si affannano a dimostrare, dizionario alla mano, che scrivere “solo” o “soltanto” è la stessa cosa (oppure “chiedere” e “domandare”), mentre, infelici, non si rendono conto che, sì, il dizionario può ammettere entrambe le forme (specie con l’inarrestabile diffondersi dell’”italiano dell’uso”, vero cancro linguistico!), ma un romanzo o un racconto devono presentare un modello di prosa e ciò che è permesso nel parlato quotidiano non è ammesso quando ha da essere un modello.

Giovani studenti scrivono comunemente “perchè”, “poichè”, “pò”, “nè” e altri assassinii vari, senza che si comprenda come i loro insegnanti possano, nel frattempo, promuoverli in Italiano. Ma forse, semplicemente, si tratta degli stessi insegnanti che, a loro volta, si autopubblicano, massacrando, appunto, la consecutio temporum. (E, si prega di notare: chi scrive è stato insegnante e, purtroppo, sa di ciò che si parla…).

Altri, di dieci anni più maturi (si fa per dire), utilizzano fasci di !!!, ???, !?!, scambiando il discorso diretto di un romanzo per la nuvoletta di un fumetto.

Più ponderate persone ignorano candidamente che il vocativo è introdotto da una virgola e, sui loro libri autoprodotti, abbonderanno perciò gli “Ascolta John” che spesso diventa “Ascolta Jhon”…

Vero è che non esiste soltanto l’autopubblicazione: le piccole case editrici ricevono testi accompagnati da e-mail che disarmerebbero qualunque editor: “La grammatica non sarà forse corretta ma per questo conto sul vostro editing”. Spirito di Flaubert, manifestati, dunque, e scatena i dèmoni del tuo Sant’Antonio! Si va alla casa editrice (pur piccola) come il bambino va alla mamma: “Che cosa dici del mio disegno?”, brandendo un foglio a quadretti, su cui il nonno è ridotto al fratello brutto di Frankenstein.

I fondamentali. Per fare il macellaio, il contadino, il libraio, l’oste, il pilota, il ladro, il killer, servono i fondamentali. Perché, in nome di Dio!, per fare lo scrittore non dovrebbero servire? 

Però la vera insania non è scrivere, riscrivere, rileggere, riscrivere ancora una volta. La smania è pubblicare. Non importa se il testo assomiglia a un tema mal corretto: l’importante è poter dire: “Ho pubblicato!” Senza capire che, se tutti pubblicano, nessuno ha pubblicato.

Se scrivere è una “passione”, si possono capire anche i cattivi scriventi (“scrittori” mi sembra troppo): in fondo, ci sono i “pittori della domenica” che non fanno male a nessuno e che, anzi, sono personaggi quieti e spesso coscienti di coltivare una sorta di hobby senza pretese. Tuttavia, così come a questi simpatici “tardo impressionisti” non passerebbe mai per la capa di esporre in una galleria d’arte, anche agli appassionati di scrittura non dovrebbe passare per il mouse di pubblicare. Farlo per hobby è come progettare un grattacielo per hobby: se la seconda ipotesi pare grottesca, perché non deve apparire tale anche la prima? 

Gli scriventi si stupiranno, forse, a sentir parlare della “passione” come di un elemento negativo, anzi discriminante. Ebbene, nulla illustra meglio il contenuto di questo pezzullo, della frase di Chuck Close: «L’ispirazione è riservata ai dilettanti. Tutti gli altri ogni mattina si alzano dal letto e iniziano a lavorare».

Ma, forse, occorre, che sia o no obtorto collo, dare ancora una volta ragione al sempre corrosivo Flaubert: “Non bisogna chiedere arance ai meli, sole alla Francia, amore alle donne, felicità alla vita”.

Sergio Calzone

Immagine da: http://vectorvice.com/Blog/2015/03/artwork-brian-dettmer/

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