Vincenzo Trama - Fiori rosa, fiori di pesco, c'eri tuuuuuu

Vincenzo Trama – Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tuuuuuu

Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tuuuuuu

Visto che l’ omaggio floreale nelle pagine che sfogliate non è abbastanza, ho pensato di allestire un bouquet di libri– tanto per rimanere in tema – che hanno nel titolo un riferimento esplicito al fiore.

Per evitare sbuffi o scrolli di spalle o allergie indesiderate – starnuti, pruriti e, no, non è coronavirus (forse, modalità psicosi on) – vi informo sin da subito che non si tratta di micro recensioni. Bensì scaglie di vita in cui questi libri hanno sprigionato il loro afrore ad una prima, forse ingenua ma sentita annusata. Odorate anche voi, allora. Odorate ed adorate, se vi pare.

Il nome della rosa: avere 13 anni all’ ombra del solleone ferragostano non aiuta, specie se non si sa ancora bene che fare quando la biondina si tuffa in acqua e il bollore aumenta, ma anche qualcos’ altro.

Il riparo è nella siesta pomeridiana, dove i turbamenti ormonali si acquietano solo sommersi da parole allineate male, spesso tradotte a cazzo, in libricciatoli economici da edicola che mia zia impila sul comodino dell’ appartamento fittato per tutto agosto. Almeno mi perdo fra storie d’ ammmore irreali, ritorsioni, ricatti, incesti e tutto il sordido campionario harmony stropicciato dalla sabbia, dalla salsedine e dal buon senso. Tra un Liala e un Rodrigo, meu amor! un giorno, scovo il libro di Umberto Eco: un diamante in mezzo a tanta merda. Ma è vero anche che Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Caro professore, quanto l’ abbraccerei l’ avessi ancora vivo e vegeto, davanti a me! Lei ha salvato la mia anima che già errava nel più putrido dei , maelström annerendomi di melensaggine alla D’Urso ben prima che la D’Urso fosse! Il nome della rosa mi entrò come dinamite nelle vene, esplodendomi in testa. Una storia lontana dai miei orizzonti adolescenziali, personaggi monacali, chiusi in silenzi più o meno volontari, impulsi e divieti da tenere a bada, o da rompere. La morte, infine, per chi osa. La distruzione, dopo tutto, è una ricompensa. Come si faccia a scrivere tutto questo in maniera così chiara e comprensibile anche per un ragazzino in piena crisi ormonale per me è ancora un mistero. Un po’ come la logica dei titoli dei libri di Andrea De Carlo, in fondo.

Una rosa bellissima, con tante spine che mi hanno salvato un’ estate arsa per mille motivi.

I fiori del male: arriva per tutti quel momento in cui ti affidi al tuo guru di neanche 30 anni che è morto perché s’è rotto il cazzo della vita. Il Club dei 27di questi totem ne ha grappoli, in costante aggiornamento come in un refresh in bacheca. A suo tempo Jim Morrison, poi Kurt Cobain, la Winehouse almeno un quinquennio lo copre. Si accettano scommesse per il prossimo.

Insomma, in pieno spleen da quindicenne mi trovo a rollare bomboloni in Vetra senza rendermi conto di come siamo tutti uguali. Vestiti uguali, disagi uguali, musica uguali. E libri uguali. Mi capita sottomano questo qui, Charles Baudelaire, che già a pronunciarlo in botta da fumo ci sentiamo bohemiens seduti ai caffè di Parigi, sorseggiando assenzio e discettando di filosofia. Solo che noi stiamo slabbrati su panche sbreccate, accanto a noi ci sono merde di cane e i vecchi di quartiere ci scalciano chiamandoci fattoni.

I fiori del male parlano di noi e del malessere: sono crisantemi di un funerale già in corso, il nostro. Beviamo da bottiglioni di vino pessimo drogandoci di poesia, recitiamo ad alta voce l’ albatros, da viveurquali siamo lodiamo l’ assenzio (non avendo la più pallida idea di cosa sia). Baudelaire – ma noi lo chiamiamo fraternamente Charles – ci conduce in paradisi artificiali tenendoci per mano, facendoci da Caronte in viaggi bellissimi e nerissimi.

Poi qualcuno si fidanza, qualcuno si rimette a leggere fumetti. Io rimango con Ode a Satana nel cuore, gettandomi nel black metal.

Mia madre, disperata, chiama l’ esorcista. È l’adolescenza, le dice, contro questo demone niente può nemmeno Iddio. Non aveva ragione, perché dentro io sono rimasto per sempre un po’ così. Anche se lei non lo sa.

I fiori blu: tu hai ora 18 anni e lei è bellissima, molto più intelligente di te. Infatti opta per matematica, tu come uno scemo corri dietro alle tue fantasie da scrittore e ti imbratti a lettere. Avete appena finito con la maturità, già non vedete sia ottobre per l’ università, dove si entra pieni di sogni e si esce solo con cicatrici e diversi compagni persi per strada. Ancora non lo sapete, avete ideali come ali destinate a squagliarsi al primo raggio di realtà. Tu però ti senti forte delle certezze: hai i tuoi punti di riferimento. Il primo è uno scrittore francese che non hai ancora capito a fondo: hai letto di Sally Mara, di Zazie, ora hai avuto la presunzione, in una bancarella dell’ usato di prendere I fiori blu: tutti hanno sgranato gli occhi, qualcuno si è fatto il segno della croce, una vecchia ha urlato poi è morta. Passi buona parte delle tue vacanze forzate di settembre a chiederti che senso ha, o se ne hai tu. Ti sembra di immergerti in prati di deliri indecifrabili, dove gli steli sono troppo robusti e ti imbrigliano le caviglie, impedendoti di procedere. Alla fine, stremato, giungi alla conclusione del libro. E all’ inizio dell’ università. Non sai cosa sia peggio ora, perché di entrambi non sei più sicuro. È il potere dei libri importanti, quelli che smuovono le fondamenta o presunte tali. Leggi Queneau e sai bene quanto tu sia stato e sarai presuntuoso. Abbassi il capo presentendo la sconfitta. Lei ti lascia due mesi dopo, tu dopo tre l’ università. Con Queaneu ci lotti ancora, giocando a m’ama non m’ama. Ma vince sempre lui, non ti ama mai. Smetti di leggere, per un pezzo di scrivere. Non parliamo poi di vivere.

Margherita Dolcevita: hai affondato la faccia in tanti di quei cappuccini che non sai più distinguere la schiuma dalla nebbia. Hai finto che tutto dovesse stingersi nei bar: i discorsi, le speranze, i pochi quattrini. Niente politica, né poesia, solo Gratta e vinci all’ ombra di una Gazzetta che ha il colore attuale della tua determinazione. Un giorno qualcuno s’ azzarda a lasciare un libro accanto a una scommessa SNAI proprio come te, stropicciata e perdente. Non puoi fare a meno di afferrare quell’ oggetto con cui avevi giurato di aver tagliato ogni ponte; la tentazione è troppo grande, per quanto ti abbiano fatto male non puoi fare a meno di immergerti. La storia di Margherita ti inghiotte subito in un vortice di vergogna; lei, una ragazzina tanto piccola e semplice, mostra di avere il quadruplo dei tuoi coglioni. Non indietreggia, affronta i mostri che le vogliono strappare a morsi la sua terra e il suo futuro. Lo fa con una tenacia rabbiosa e dolce che tu nel tuo pavoneggiarti bohemien di sto cazzo non hai mai avuto, né avrai mai. Piangi, quando arrivi alla fine, e senti l’ odore dei campi in cui la protagonista dai capelli rossi è cresciuta entrarti dentro, germogliarti in petto fino a farti rifiorire. Esci finalmente dal bar e ti rinchiudi in libreria, ma solo per aprirti al mondo: ti fai delle pere di Stefano Benni arrivando a diventarne presto dipendente. Poi chiami la tua ex, le chiedi perdono e fai lo zaino verde, quello da viaggio. Hai voglia di scoparti la tua penisola da cima a fondo, solo perché sai di esserti perso già qualcosa che non tornerà comunque indietro. Ringrazi Margherita, ringrazi Stefano, rolli un’ ultima sigaretta: parti da Milano Centrale senza ancora sapere di preciso dove finirai.

Niente fiori per gli scrittori: ma sì che alla fine ci hai provato anche tu. Un po’ è naturale, visto che a forza di leggere la mano ha cominciato a prudere anche a te. Ci sta. Non ci sta invece che le tue storie siano belle e pubblicabili, come non ci sta che gli editori esultino al tuo nuovo racconto per cui hai passato tante notte insonni a leccare la punta della biro guardando le stelle. La vivi come un’ esigenza naturale, un bisogno: spurghi parole come le inghiotti quando leggi. È il marchio di chi ama la letteratura senza compromessi: non puoi starne senza, rischi di annegare. Hai anche imparato ad apprezzare i contemporanei, coetanei che ce l’ hanno fatta: talenti della penna, artigiani della frase che scalpellano un po’ per dono e un po’ per mestiere. Ne hai amati tanti in questi anni in cui i capelli ti si sono diradati sempre di più e qualche ruga attorno all’ occhio ha cominciato a salutarti al mattino.

Uno di questi è Gianluca Morozzi, il folle che con Despero ha scritto una delle storie rock più belle degli ultimi 30 anni: per parlarne in maniera approfondita servirebbe uno spazio che magari un giorno, purtroppo non ora. Ha una penna comica, il buon Moroz, non si prende mai sul serio. Se qualcuno gli chiede un racconto, per sua stessa ammissione, è difficile che dica di no: ama farsi adulare, ma ama ancor di più raccontare. I racconti, ecco. In un’ editoria dove sembra che il buon lettore italiota abbia finalmente cominciato ad apprezzare la narrativa breve, faccio appello al buon senso dei curiosi affinché non si lascino sfuggire i racconti del Moroz, tra cui quelli presenti in Niente fiori per gli scrittori: c’è dentro un sacco di roba degli esordi, ingenuità magari, ma soprattutto un viscerale trasporto per la parola scritta. E tanta di quella ironia da strappare un sorriso anche a Campanile, di lassù.

Stai su una panchina, il vento leggero ti pizzica il naso con i primi sbuffi di polline. Ami stare controvento, specie ai primi tepori di stagione.

Chiudi il libro e respiri forte, guardando il cielo terso per un attimo, poi chiudi gli occhi.

Ecco. Vuoi ricordarti per sempre così.

Benvenuta anche a te, primavera.

Vincenzo Trama

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