Vincenzo Trama - "Io mi libro" di Alessandro Pagani

Vincenzo Trama – “Io mi libro” di Alessandro Pagani

Operazione al limite del surreale quella di 96, rue De La Fontaine, casa editrice torinese attiva dal 2015. Manda in stampa un libro come quello di Alessandro Pagani, musicista e scrittore per diletto ma impiegato per necessità. Un libro che è impubblicabile, a meno che non ci si chiami Tiziano Scarpa e si scriva una roba come Corpo (quello sì davvero impubblicabile). Io mi libro, questo il titolo della raccolta di Alessandro Pagani, fugge – anzi, per rimanere in tema, vola – al di là di ogni logica di mercato. Questo perché non è un noir, non è un giallo, non è nemmeno un romanzo. E non è nemmeno un racconto lungo. No, non è neanche una raccolta di racconti, che già, per una casa editrice, è quanto di più vicino ad un harakiri in termini di dati di vendita. È un libro di freddure. Sì, avete letto bene: freddure. Pilloline di ironia al vetriolo che scombussolano l’ abituale consumo di narrativa un tot al chilo.

Per dirne una:

Preferisci il das o la creta?”

È un problema che non mi pongo”

Ecco, robe così. Una scelta talmente tanto controcorrente che non può non essere apprezzata – perlomeno dal sottoscritto – . Ho sempre amato i calembour linguistici, lo svolazzo ardimentoso del nonsense, il divertissement narrativo ad uso e consumo dello scrittore, che consapevolmente manda in vacca le logiche ferree del business plan, in una roulette russa che coinvolge solo lui e il folle editore che lo pubblica. 500 battute, brevi schizzi d’ inchiostro, che mettono a nudo idiosincrasie e fragilità della nostra contemporaneità, in un caleidoscopio di visioni distorte dove abbonda il riso, ma non alla maniera degli stolti. Nella prefazione si fa riferimento a tre grandi nomi della nostra narrativa: Marcello Marchesi, Giovannino Guareschi e Achille Campanile. Tutti maestri della risata, prosatori eccezionali capaci di conciliare umorismo e stile con una scrittura che è sempre più rara, specie fra gli scrittori italiani. Oggi è di gran voga far indagare sous chef su delitti a luci rosse in una città di provincia, o al massimo narrare di quarantenni in crisi di identità in un Italietta allo sbando. Far ridere, far semplicemente ridere – questione solo in apparenza semplice o banale – sta diventando talmente tanto raro che tra un po’ riusciremo a farlo solo leggendo i programmi elettorali in tempo di elezioni. Va bene essere masochisti, ma mi piacerebbe ridere con altro.

Azienda vinicola: “Scusi, mette suo figlio picco­lo a tappare tutti quei fiaschi?” – “Sono un bambino, ma turo”.

Leggendo Io mi libro mi viene in particolar modo alla mente il Campanile delle Tragedie in due battute: rapide e fulminee folgorazioni – a proposito di giochi di parole – che disinnescano i nostri seriosi ordigni cerebrali, facendoli distendere almeno un po’, perlomeno fino al nuovo paranoir all’ islandese in cui l’ assassino è uno sturalavandino incazzato con il welfare islandese. E che ovviamente sarà prossimo campione di vendite in Italia.

A corollario delle 500 battute, sufficienti comunque a garantirvi un antidoto contro tempi grami, grane lavorative e grumi ansiogeni, ci sono altre brevi sezioni di freddure gustose raccolte per temi: i dieci ossimori più belli, i quindici indizi per una giornata no e i dieci libri alternativi da portare in vacanza sono solo alcuni fra questi. Piccolo racconto onirico, invece, è un raccontino vero e proprio che chiude il libro in maniera inaspettata, quasi poetica.

Se insomma volete premiare chi ancora cerca di fare narrativa in modo originale e non stereotipato, se cercate qualcosa di differente rispetto al solito prodotto in stile Dixan sui banchi Feltrinelli, se avete già letto tutto, ma proprio tutto del Foglio Letterario – i colleghi di 96, rue De La Fontaine mi perdoneranno, ma la famigghia è la famigghia – allora date un occhio a Io mi libro. Potreste rimanerne piacevolmente stupiti e, perché no, scoprire anche che ridere è un bellissimo atto sovversivo. Forse l’ ultimo che ci rimane.

Vincenzo Trama

Mi è venuta un’idea fantastica: costruire boome­rangs che non tornano indietro. Però telefonano.

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