Zoé Valdés - Donna di Martì - Mujer de Martì

Zoé Valdés – Donna di Martì – Mujer de Martì

 

Alla memoria di Carmen Val Julián

Il 28 gennaio dell’anno 95, la cifra della mia nascita al contrario, soltanto sei giorni dopo aver scelto la via dell’esilio a Parigi, tenevo una conferenza molto simile a questa, solo che, come direbbe il filoso, oggi sono in disaccordo persino con me stessa, ossia con quella donna nervosa e confusa che ero, fuggita dalla sua terra natale, con suo marito e un bebè di un anno e mezzo, senza niente e al tempo stesso con molto: un futuro incerto. Ironie del destino, perché da quando ho aperto gli occhi non hanno smesso un istante di martellarmi con il discorso che ogni sacrificio avrebbe rappresentato una garanzia per la dignità di un futuro migliore. Oggi, davanti a voi, la boucle est bouclé (il ciclo è completo, in francese nel testo, ndt).

Non ho mai negato di essere cresciuta segnata, più che dalla parola, da quel parlare eccessivo e dal clamore smisurato. Dall’antica clinicaReina, nella rumorosa strada che porta lo stesso nome, dove nacqui, mi portarono direttamente in un tumultuoso appartamentino di calleEstrella, in Centro Habana. Quando avevo due mesi i miei genitori divorziarono, così io e mia madre ci trasferimmo in un appartamento di calle Muralla, all’Avana Vecchia, dove dividemmo lo spazio angusto con mia nonna, una zia e diverse persone di passaggio, oltre ai rumorosi vicini. Mia nonna, come se non bastasse, si definiva dicitrice professionista, d’altro canto, mia zia dipingeva le unghie: mentre si dedicava a delineare con un fine pennello intriso di bianco perla il contorno delle unghie, la sua bocca e quella delle clienti non cessavano di muoversi in un pettegolare interminabile.

A parte il contesto familiare, in quel tempo, intorno a me, c’erano solo discorsi, aringhe, inni in apparenza gioiosi o luttuosi, slogan strepitosi, vocine assordanti e un gran gesticolare. Non ricordo, naturalmente, le prime parole che pronunciai, ma sono sicura che erano intrise di tutta quella atmosfera patriottica di cui ci dissero che era fatta una rivoluzione trionfante. In questo modo, pur senza capire bene, i miei sensi furono pervasi, gli occhi si spalancarono curiosi di fronte alla conoscenza, la mia mente acquisì la sapienza, cominciai ad ascoltare e ad assimilare in maniera ripetitiva, estenuante, automatica, frasi come: I bambini sono la speranza del mondo,le palme sono fidanzate in attesa,i bambini sono capaci di amare… ecc. Fu così che ricevetti, ricevemmo, noi bambini della mia generazione, José Martí, a cucchiaiate, con il volto deformato da comiche smorfie, proprio come si beve una medicina amara.

I miei primi sguardi non si posarono su annunci luminosi, ormai ne restavano pochi, né su diverse pubblicità di sciampo, dentifrici o deodoranti, niente di tutto questo: molto presto finirono gli annunci capitalisti, di pari passo con i loro prodotti, come se lavarsi la testa, la bocca e le ascelle fosse una manovra del nemico. I miei occhi non furono accecati dal veleno yankeeinoculato con le immagini di un succulento alimento, di fatto ancor meno il mio stomaco, che decise di unirsi al rumore abituale di cui vi parlavo prima. I miei occhi scoprivano con ardore e rabbia, con noia e apatia, il potere più temibile, il grande e vero potere, il potere della parola. Ma della parola che annienta, che stermina l’immaginazione e uccide i sogni. Il verbo dittatoriale. È la ragione per cui me ne stavo sempre in silenzio. Sono stata una bambina silenziosa, anche se temeraria. Il mio silenzio era la mia protesta. La mia condanna e la mia libertà: la scrittura.

Ricordo che nel tragitto verso la chiesa della Merced, lungo calleCuba (sono stata una delle poche bambine che in quei tempi frequentava il catechismo, e dovevo avere coraggio per farlo dopo essere stata testimone davanti a una chiesa, a soli sei anni, della richiesta da parte di centinaia di migliaia di persone scomposte di giustiziare tra epiteti offensivi preti e suore), dovevo passare dal convento di Santa Clara; nel portone d’ingresso avevano messo un cartello che diceva: Essere colti per essere liberi. Io camminavo per mano a mia nonna, che mi ripeteva sempre la predica:Non dimenticartene mai: essere colti per essere liberi, non ti azzardare a dimenticarlo. Come se fosse una minaccia. Mia nonna lo ripeteva per puro formalismo romantico, forse per aver intuito qualcosa di molto importante che prevedeva fosse in via di estinzione: la cultura di un’intera nazione. Mia nonna non era andata molto lontano nei suoi studi, ma si vantava di saper recitare quasi tutta l’opera dei grandi poeti cubani. Il suo sogno era diventare dalla mattina alla sera un’acclamata attrice di teatro, per il momento era soltanto un’inopportuna pensionata dicitrice. Visto che anche le dicitrici con il nuovo governo caddero in disgrazia, questa cosa delladeclamazionediventò un retaggio del passato, una vergogna dei tempi precedenti. L’arte della declamazione cadde nell’oblio come tante altre.

Allora successe qualcosa di molto strano dentro me … Senza chiedermelo, credo di aver avuto solo il desiderio di mia nonna come eredità, ogni volta che a scuola si faceva un atto politico, quindi ogni giorno, mattina e sera, durante l’alzabandiera del mattino o della sera, accettavo senza replicare, più con piacere che con riluttanza come accadeva alla maggior parte dei miei compagni di classe, la proposta della responsabile di gruppo di recitare una poesia di Martí. In una determinata occasione, mia nonna, realizzata come poche, mise in scena il pezzo drammatico Abdala.Con un coro di angeli, proprio come in chiesa, ma senza organo di accompagnamento, intonavamo con autentico trancespirituale:

L’amore, madre, per la patria

Non è l’amore ridicolo per la terra,

Né per l’erba che calpestano le nostre piante;

È l’odio invincibile per chi l’opprime,

È il rancore eterno per chi l’attacca;

E tale amore desta nel nostro petto

Il mondo di ricordi che ci chiama

Ancora una volta alla vita …

Tuttavia, molto presto José Martí, più che il poetico angelo lezamianodella jiribilla, si trasformò nell’incubo manipolatore del dittatore, un fantasma che doveva accompagnarci a ogni ora: in casa, a scuola, per strada … Solo che la medicina che ci davano era quella che conveniva al dittatore, e con calma e gesso – come diceva mia nonna -, diventammo adolescenti, e grazie alle nonne della mia generazione scoprimmo un Martí segreto, misterioso, quello che ci nascondevano. Il Martí amante appassionato. Non posso negare di aver frequentato molto la chiesa ma al tempo stesso sono stata anche una bambina di strada un po’ teppista. Quando eravamo stanchi del catechismo di Suor Esperanza, del fratello Raúl e delle preghiere comuniste di Jesús Escandell Rey, il direttore della scuola primaria Repubblica Democratica del Vietnam, fuggivamo verso callePaula, anzi, Leonor Pérez, e ci rifugiavamo nella casetta di Martí, come chiamavamo la casa natale dell’apostolo, che in quell’epoca già aveva smesso di portare l’oneroso titolo di apostoloper ostentare la carica di eroe nazionale. In quel luogo, assorti, leggevamo i suoi scritti, cercavamo di decifrare la grafia delle parole poco chiare, le cancellature, le frasi incomprensibili. Chiedevamo con frequenza alla custode in quale posto veniva cullato il lettino dell’apostolo, o meglio, del poeta, ossia, dell’eroe nazionale. La custode ci evitava beffarda, fino a quando non le restava altro rimedio che risponderci: “Pensate che sia così vecchia? Sono qui proprio come voi, per apprendere, perché come disse Martí…”. E a questo punto andava avanti con la cantilena, il solito ritornello, il refrain immancabile che si poteva ascoltare in ogni momento, nel luogo più impensato: Come disse Martí,come pensò Martí, o come sognò Martí. In questo modo il povero Martí, ha detto, pensato e sognato così tante assurdità che non gli sarebbe mai passato per la testa che un giorno gliele avrebbero attribuite.

Appartengo a una stirpe che un tempo fu la maggioranza dei cubani, mentre oggi si trova in netta minoranza, che possiede una concezione amorevolmente martianadel mondo. Tutto ciò suona molto affascinante, ma per questo motivo ci è toccato soffrire troppo. Forse siamo stati troppo ingenui e in passato abbiamo voluto interpretare la scrittura martianaquasi in braille, nel migliore dei casi manipolati e ciechi di fronte a un dogma imposto. Nel caso peggiore, l’opera di José Martí è stata snaturata e distorta a favore di sinistri propositi: in suo nome la dittatura cubana ha giustificato centinaia di migliaia di esecuzioni, è intervenuta e ha invaso diverse nazioni con la sua politica castrista, ha creato una falsa leggenda che serve affinché i tonti e gli ignoranti confondano il poeta libertario del diciannovesimo secolo con il dittatore sanguinario che dal 1959 terrorizza la nostra isola e inganna il mondo.

D’altro canto, per non perdere il filo, si dice che ogni cubano avrà sempre sulla punta della lingua, una frase martianaper rispondere, citare, chiarire … Questo è certo, anche se non sempre avrà successo. Purtroppo, frequentemente, Martí non è citato in profondità, ma serve solo a sostenere tracolli in un monologo. Siamo fanaticamente e religiosamente – non creativamente – martiani.

Sono cresciuta nella febbre de la mia onda è quella di David quando non era ancora slogan festaiolo da militanti comunisti, né ornamento da portare in fronte, ma qualcosa di molto serio. Quando ancora credevamo di essere un modello di gioventù gloriosa e decisa a salvare la patria. Quella patria martianaverso la quale dovevamo sentirci debitori, orgogliosi di esserne degni figli, disposti a difenderla fino all’ultima goccia del nostro sangue. Sono figlia di tali roboanti sciocchezze e mi rendo conto che dal sentire certi discorsi al ricevere un’educazione fascista non passa la minima differenza. E soprattutto, su certe cose non è stato ancora condotto uno studio coerente, nessuno ci considera vittime di un mostruoso sistema irrazionale, che addirittura si definisce martiano, proprio come adesso Hugo Chávez si fa chiamare bolivariano. Che confusione! Che manipolazione dei sentimenti, della cultura, della storia!

Vivevamo con l’ossessione dell’eroismo, ogni azione della nostra vita doveva essere eroica. Eravamo obbligati a essere come Martí, come Maceo, come il Che … Mia nonna sorrideva beffarda: Come Martí e come Maceo passi, ma come il Che? Per quale motivo? Non era argentino? Nel bel mezzo dell’ansiosa fanciullezza si può anche capire che uno dipenda da un’insieme di sciocchezze, ma nella tempesta ormonale dell’adolescenza le cose cambiano, nessuno può convincerti a essere diversa da come desideri. Io non volevo essere come nessuno, io desideravo essere la fidanzata di qualcuno, di uno di loro, e fu allora che scelsi Martí.

José Martí era l’uomo perfetto: intelligente, dagli occhi sognatori, fronte ampia come la mia. Mia nonna diceva sempre che le persone con la fronte ampia venivano al mondo per compiere grandi cose. Martí vibrava in me, con le sue parole luminose e il suo volto furbo. Era tutto quello che sognavo di essere – dopo essermi dimenticata del paracadutismo e del trapezio -: poeta, saggista, giornalista, romanziere, cronista, critico … ehm, rivoluzionario. No; nel mio intimo avevo cominciato a disprezzare la parola rivoluzionario. Mi infastidiva l’idea che per prima cosa nella vita un uomo e una donna dovevano essere Rivoluzionari, proprio così, con la lettera maiuscola, e come lo sognò – chi, state un po’ a vedere? – Ma Martì, senza dubbio. Quindi, se non fosse stato perché leggevo il Martí segreto, mi sarebbe presto diventato fastidioso quel Martí ipocrita, pudico e monotematico con la patria e tutte le sue scempiaggini.

Passai diverse fasi di innamoramento. In un primo tempo volevo essere uguale a María Mantilla, sua figlia, che morì con lui, nella foto, quel 19 maggio a Dos Ríos. Poi mi affascinò sua sorella Amelia, e rileggevo la lettera dei consigli dove lo scrittore finisce con quel verso: Ti donai tenerezza! E ora sei una donna molto eloquente (1).Imparai questa lettera a memoria, immaginando tutte quelle sofferenze che prediceva il poeta e che avrebbero potuto essere mie. Volli essere anche sua madre, baciarlo e coccolarlo come quando nacque mia figlia. Ma la fase più fanatica – perché quella è una delle battaglie vinte dal castrismo: ti trasformano in fanatico con una tremenda facilità – fu quella nella quale desiderai caldamente essere la sua fidanzata, l’amante di Martí, il Martí della poesia d’amore. In quel periodo venivano ragazzi senza poesie per invitarmi a feste dei quindici anni, io inevitabilmente me ne andavo con loro, in attesa non dell’uomo, ma del poeta; poi ritornavo alla solitudine delle notti umide di calleEmpedrado con il volume 16 delle opere complete e il vecchio quaderno di appunti, quindi leggevo con furore indicibile:

Ti appoggi alle mie spalle, e mi chiedi:

-Sei triste? Che hai?

Se non mi hai dato ancora un bacio,

Come posso essere allegro?(2)

Mi addormentavo triste e senza bacio, stringendo forte a me la poesia. Divorai con grande rapidità l’intera opera martiana, mi prendevo cura di lui, di quell’uomo immaginario, destinato gradualmente, di questo avevo la convinzione, più politica che sentimentale, a liberarmi da venti violenti e traditori(3). Le mie labbra tremanti accarezzate dalla brezza che faceva ritorno dalla Giraldilla sussurravano: Tutte le pene di questo mondo cura, e tutte le ferite del ben operare, la stima degli uomini davvero buoni; ma nonostante tutto è incompleta la vittoria quando non commuove il cuore della donna. Lui è la medicina, lui è il miracolo, lui è il trionfo(4). Io sto con il Martí amante, l’uomo che amò l’amore, colui che trasformò in un credo l’ideale femminile. Il poeta che non smise mai di vedere le umiliazioni con cui dovevano confrontarsi la sua fidanzata, la sua sposa, la sua amante, ma anche la madre e la sorella. Martí cantò come pochi la bellezza femminile, l’amore puro, la coppia, una morale che oggi risulta scomoda perché arretrata, ma che senza dubbio in quel tempo rappresentò il compiacimento della sensualità, l’anticamera dell’atto carnale. Se ci fu una cosa reale, autentica e sincera nella prima fase della rivoluzione castrista, accadde quando la donna cubana si identificò da sola con il Martí energico, colui che non esitò a scrivere: le campane dei popoli sono deboli solo quando dentro di loro non contengono il cuore della donna, ma quando la donna si impegna e aiuta, quando la donna, per sua natura timida e quieta, incoraggia e applaude, quando la donna colta e virtuosa unge l’opera con il miele della sua dolcezza, l’opera è invincibile (5).

La poesia amorosa di José Martí è un canto erotico al rispetto e alla modestia, ma anche all’ardore che sboccia fremente in una carezza tellurica:

Bacio non dato, è pur sempre un bacio!(6)

O nella poesia Sin amores(7), di una fine esaltazione erotica, dissimulata. Li chiamerei versi dell’arrossire, delle guance come una tela, come direbbe mia nonna, visto che non l’ha detto Martí:

La mia mano mi parlò d’amore con la tua mano

E più avanti nella stessa poesia:

Oh, io non so! La sera ormai finita

Quando guardandoci, d’un tratto ci vedemmo,

Amato mi sentii, tu fosti amata,

E tacemmo, e tutto ci dicemmo.

Ho sempre considerato sorprendente che l’uomo della fedeltà alla patria sentisse la necessità di provare che il tributo d’amore fosse pieno e delicato anche quando si trattava di un adulterio, che non considerava un oltraggio, tutto il contrario, era il sommo omaggio all’anima della donna. Quando nei versi erotici di Martí improvvisamente incontriamo la patria, senza dubbio il poeta rende omaggio alla donna. La patria è un corpo nudo di madreperla tra le lenzuola, un cavallo bianco in mezzo a un campo coltivato. È una contraddizione, certo, ma potrebbe essere anche il tentativo di rivestire l’amore sessuale con l’amore idilliaco; il presagio, l’esagerazione della similitudine tra donna pura e patria, e il disprezzo, anche se attrazione fatale, per l’avventura effimera e adulatrice. In Patria y mujer(8), il poeta si sente contrastato tra l’amore appassionato e il dovere:

Di nuovo in mia vita l’importuno

Sospiro d’amor, come se potesse,

Triste la patria, pensiero alcuno

Che al patrio suolo in lacrime non fosse!

Di nuovo l’invito innamorato

D’un seno di donna, nido di perle …

Dolor di patria questo dolor si chiama:

Corpo son io che il mio orfano conduco:

Riflesso, carcere, abito, ombra,

Da un’anima schiva stanco arretro.

Mente il mio labbro se s’avvicina al tuo,

Mentono i miei occhi se d’amor ti guardano;

Da femmineo amor le mie forze libero;

In incorporea agitazione s’ispirano.

Quante volte, in quel terribile anno 1994, mentre finivo di scrivere La nada cotidianami sono venute le lacrime agli occhi vedendo dalla finestra del mio rifugio esagonale, davanti al Malecón, alcune adolescenti, quasi bambine, entrare di soppiatto in un Habanautos, per prostituirsi, per un piatto di cibo o per un paio di scarpe. Non era più l’epoca di leggere Martí, nonostante tutto tornavo sulle sue pagine, alla lettera dedicata a María Mantilla, perché avevo bisogno di placare l’ira che montava in me come le onde della tormenta del secolo che si scatenò proprio quell’anno e che sconvolse le coste avanere, mentre il maestro chiedeva alla sua figlioletta:

Si prepara alla vita, al lavoro virtuoso e indipendente della vita, per essere uguale o superiore a chi verrà dopo, quando sarà una donna, a parlarle d’amore, a condurla verso l’ignoto, o alla sventura, con l’inganno di poche parole simpatiche, o di una figura simpatica? Pensa al lavoro, libero e virtuoso, perché la desiderino gli uomini buoni, perché la rispettino i cattivi, e perché non debba vendere la libertà del suo cuore e la sua bellezza per la tavola o per il vestito …(9).

La comprensione amorosa del mondo martianonon è per niente inamovibile, il suo desiderio è sempre proiettato verso il futuro, un avvenire lontano anche se palpabile per il visionario che è stato:

Solo l’amore genera melodie. (10)

Non serve grande sforzo d’ingegno per capire da dove provengano alcune canzoni di Silvio Rodríguez.

Martí ha limitato il suo linguaggio erotico in favore della missione politica? Forse ha ritenuto che un eccesso di passione avrebbe indebolito il suo discorso politico? Non penso che sia stato così razionale e consapevole. L’epoca, e lui stesso, hanno imposto il suo ruolo politico, quello che ha saputo assumere come pensatore ed eroe, non è per quel motivo che represse e soggiogò i suoi sentimenti amorosi. Per colpa del destino e del fato visse in modo più mondano il secondo ruolo rispetto al primo. In diverse occasioni, incluso la tappa più decisiva della sua vita: l’unione con Carmen Zayas Bazán, preferì limitare il secondo in favore del primo. Lo descrisse in maniera brillante la poetessa Cecil Charles, affascinata dal poeta dagli occhi a mandorla:

La spada di Martí è la sua penna, un’arma che probabilmente contribuirà alla causa più di molte spade.(11)

Tuttavia, in certe poesie d’amore troviamo toni più diretti, direi meno simulati, ci imbattiamo in chiari incitamenti al piacere, al gioco erotico, all’eccitazione carnale. Dalla poesia La vi ayer. La vi hoy(12) ho estrapolato alcune immagini di un’esuberante sensualità, che si fonda sul doppio senso insinuato. Se la leggiamo lentamente individuiamo nel testo sensazioni che ravvivano la doppia fiamma, la stessa della quale scrisse Octavio Paz nel suo celebre e omonimo saggio. La parola concatena amore ed erotismo, in una carezza infinita e indelebile:

Così, bimba cara, in maniera

Che lentamente il cuore s’infiammi,

E la tua immagine nel mio amore non muoia,

Anche se già da molto tempo ti amo.

Lento, lento, in maniera, bimba mia,

Che ogni sole mi rechi uno sguardo,

E ancor più t’ami giorno dopo giorno,

E conservi tanta aurora accumulata.

Che gonfio infine il cuore di fiori,

E ripiena di luce l’anima bella,

Faccia infine un’aurora d’amori,

E una fervida fiamma ogni stella.

Mi ami? Buon piacere, piacere strano

Che fa festa nel petto ove s’annida,

E vale per un’ora un anno intero,

E per un anno in più, oltre una vita .

È puro, armonioso, un desiderio

Ove amor divino s’accarezza,

È un cielo sognar che vada al cielo,

E aumenta il soprassalto la delizia.

E a baci lenti e a rossori piace

Quest’anima fiera, più che fiera, avara,

Il piacer d’adornar fede robusta

Con fior di rossor d’anima chiara.

E subito dopo attacca:

Io cerco, io perseguo, io ardo

Forza d’amor, che da mia forma verso:

Vivo per me straniero: corpo senza riposo,

Esaurito l’amore, è corpo morto.

Vaga intorno a me, sento che palpita

A ogni forma di donna che passa,

E ogni volta che la mia anima freme

Il solitario corpo mi abbraccia.

E verso il finale ci diletta con:

Incarna! Incarna presto! Perché il mio petto,

Ansioso di donne freme,

A un amore di donna ho diritto

Che plachi l’ansia che in me palpita!

Ho citato quasi integralmente questa poesia perché penso che sia una di quelle che nel suo insieme esprime con acuta precisione l’essenza della poesia d’amore martiana: piena di tenerezza, delicatezza, ma anche d’ardore, di dedizione, e di un immenso eroismo nell’atto carnale. E qui cito: Io voglio amare con un amore umano.

Non dobbiamo dimenticare altri momenti, nei Versos sencillos(13), intrisi di una drammaticità più mondana, che forse è la causa di quella patina dolorosa, meno intensa in relazione alla gioia intima:

Io visiterò anelante

Gli angoli dove da soli

Fummo io e la mia amante

Giocando con le onde …

E lei, fissando gli occhi,

Nella coppia leggera,

Liberò i gigli rossi

Che le dette la giardiniera.

Potremmo continuare a mostrare alcuni dei versi più tragici, come il notoQuiero a la sombra de un ala(14), dedicato a María Granados, quella che morì d’amore, e il non meno voluttuoso e audace: ¡Haschisch, de mi dolor ven a mi boca!, la passione dell’assetato, l’uomo più che l’eroe.

Martí con eccelsa finezza confessò di essere innamorato dell’anima femminile, la ballerina spagnola, la bella Otero, o Sarah Bernard, tra le tante altre. Impazziva per la purezza che seduce fino al battito mortale, si lasciava sedurre da tutto quel che sembrava proibito, inoltre la trasgressione suscitava in lui impulsi irrefrenabili di un alto senso di voracità nel desiderio e nella sessualità. L’eterno proibito che annichilisce porta il suo segreto fino a conseguenze incredibili, come in quella poesia intrisa di una deliziosa e sfrenata ambiguità intitolata Alfredo. Cade sfinito dall’amore, in ginocchio cede davanti al corpo amico, la chioma bionda sfiora e delinea figure nei muscoli soavi:

Alfredo: – che abbondante chioma

Sopra la franca tempia portò fluente,

Tutto il tempo di male e lotta fiera

Che singhiozzando andò per la vita!

Alfredo: bravo ragazzo;- quel gagliardo

Dalla fronte franca e dal superbo collo,

Ozioso, eterno, errante lento,

Galante, amabile, sognatore e bello;—

Era singolare in verità, quell’ Alfredo;

E siccome catturò tutto il mio stupore,

Io lo palpai, lo guardai, e vidi con timore

Sangue immortale zampillare dalla spalla.

In ogni caso, i versi che preferisco sono quelli che dicono:

Per i tuoi occhi raggianti

E una spilla mal messa,

Pensai che forse stanotte

Giocasti a giochi proibiti.

Tiodiaicome traditrice e vile:

Ti odiai con odio mortale:

Nausea mi dava vederti

Tanto perfida e bella.(15)

Nessuno si meravigli se troviamo severità e durezza nelle sue necessità di uomo innamorato, la passione dell’epoca rispondeva a canoni molti diversi dai nostri. La donna doveva essere pura nell’amore, giungere illibata nelle mani dell’amato, la sconcertante passività sessuale significava decenza. Tuttavia, Martí ammira la donna energica, apprezza persino le donne considerate di dubbia moralità, con loro vive istanti indimenticabili.

E adesso, leggendolo, ci troviamo di fronte, io e lui. Martí nudo, con la pelle immacolata, erotico nella sua condizione umana. Virile ma non superbo, persino ambiguo, socchiude intensamente i suoi meravigliosi occhi a mandorla. Osserva malinconico, intuisce che anche la donna soffre e prova dolore come nessun altro. Le sue labbra si avvicinano alle mie, e innamorato mormora:

Sono l’amore: sono il verso(6)

Parigi, 25 gennaio 2005.

Los Angeles, 30 gennaio, 2005.

Parigi, gennaio 2006.

Zoé Valdés

Traduzione di Gordiano Lupi

NOTE

1.- Lettera alla sorella Amelia. Páginas escogidas. Ediciones Políticas. La Habana, 1968. pag. 307.

2.-Poesía de amor de José Martí. Editorial Letras Cubanas, 1985, pag 143.

3.- Lettera alla sorella Amelia. Vedere nota 1.

4.-Cuba. Mujeres. Obras completas. Editorial Nacional de Cuba. 1963. Tomo 5, pagina 16.

5.- Vedere nota 4, pag 17.

6.-Poesía de amor de José Martí. Editorial Letras Cubanas, 1985. Poesia : Ni la enamoro yo para esta vida, pag. 72.

7.- Vedere nota 6. Poesia: Sin amores, pag. 75.

8.- Vedere nota 6. Patria y mujer, pag. 101.

9.- Lettera a María Mantilla del 9 aprile 1895, tomo 20, pag. 216. Obras completas. O edición facsimilar Cartas a María Mantilla, 1983, La Habana.

10.- Vedere nota 6. Crin hirsuta, pag. 38.

11.-Mujeres de Martí. Gonzalo de Quesada y Miranda. Edición de la Revista Índice. La Habana, 1943.

12.- Vedere nota 6. La vi ayer. La vi hoy. Pag.94.

13.- Vedere 6, pag.51.

14.- Vedere 6, pag.79.

15.- Vedere 6. Por tus ojos encendidos, pag.56.

16.- Vedere 6. Es rubia: el cabello suelto, pag.55.

Zoé Valdés, nata a La Habana nel 1959, esiliata a Parigi dal 1995 dopo essere stata addetta culturale del governo caraibico presso l’Unesco, porta sempre la capitale cubana nel cuore. Tra le sue opere di maggior successo, edite in Italia: Il nulla quotidiano(Giunti, 1998), La vita intera ti ho dato(Frassinelli, 1997), Café Nostalgia(Frassinelli, 2000), Tu mio primo amore (Frassinelli, 2002). La sua poesia è pubblicata in Spagna e Francia: Respuestas para vivir, Todo para una sombra, Vagon para fumadores, Los poemas de La Habana, Cuerdas para el lince, Une habanera a Paris, Anatomia de la mirada, La gana sagrada (poesie adolescenziali). Molti romanzi inediti in Italia: Milagro en Miami, Lobas de mar, La eternidad del instante, Los misterios de La Habana, Bailar con la vida, La mujerquellora, La Habanamonamour, La selvajeinocencia, Desirée Fe.

L’Avana, io non so se ritorneranno quei tempi

L’Avana, quando cercavo la tua luna sul Malecón

L’Avana, quando potrò vedere di nuovo le tue spiagge

L’Avana, e rivedere le tue strade sorridere

L’Avana, nonostante le distanze non ti dimentico

L’Avana, per te sento la nostalgia del ritorno

(da Zoé Valdés, La vita intera ti ho dato).

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