Alex Roggero – Il signor Armando

Se penso alla mia infanzia, il signor Armando è la prima persona che mi ricordo. Aveva un’edicola proprio al centro del mio paese. Era un uomo enorme, altissimo. Sarà pesato almeno centocinquanta chili. O perlomeno, così sembra nei miei ricordi, che a dirla tutta, non sono mai stati troppo affidabili.

Aveva l’odore della carta appena stampata e gli occhi azzurri, di un azzurro caldo come il cielo di primavera, felici, pieni di qualcosa che allora non sapevo ancora nominare. Sembravano disegnati tanto erano belli. Forse troppo belli per un paese così piccolo. Sicuramente troppo liberi. I baffi, grigi e lunghissimi, erano ispidi, ti pungevano le guance quando ti abbracciava. Le mani erano enormi, come tutto il resto, e ruvide, come quelle di un uomo che ha dovuto faticare per vivere. Mani che avevano fatto lavori che di sicuro non ti insegnano a scuola.

In testa i capelli erano rimasti solo ai lati, come se fossero un’ironica corona, ma ne andava molto fiero, come fanno gli uomini che hanno già perso troppo e hanno deciso che quello che resta va difeso fino alla fine. Indossava sempre una salopette di jeans e una maglietta bianca. Sempre. Mai visto il signor Armando con altri vestiti. Come se cambiarli fosse un tradimento. 

Aveva le gote rosse e un sorriso buono stampato in faccia. Entrambi figli di un buon bicchiere di rosso, che teneva sempre tra le mani. Anche al mattino. Anche quando qualcuno gli passava accanto e gli lanciava un’occhiataccia. Lui non se ne accorgeva, o probabilmente faceva solo finta di non accorgersene. Le persone buone spesso fanno così, fanno finta di non accorgersi delle cose.

Il signor Armando era il centro del nostro paese. O almeno, per me era così.

La domenica mattina, dopo la messa, succedeva la cosa più importante della settimana. Gli adulti parlavano, fumavano, si lamentavano del lavoro e del governo, del fatto che una volta era meglio, mentre noi bambini finivamo seduti per terra davanti all’edicola. In cerchio. Armando ci regalava libri. Regalava, non prestava. Diceva che i libri non vanno restituiti, vanno portati via. Diceva che leggere ci avrebbe salvati. Non spiegava da cosa, ma nessuno glielo chiedeva.

Leggeva per ore. Moby Dick, L’isola del tesoro, Il barone rampante, Ventimila leghe sotto i mari, un giallo senza copertina che puzzava di fumo, un libro di poesie che nessuno capiva ma che Armando leggeva lo stesso, ridendo da solo nei punti sbagliati. Ogni tanto si interrompeva, ci guardava e diceva: “Questo pezzo è importante”, anche quando non lo era per niente. O forse sì, ma era troppo presto per capirlo.

Si viveva felici con l’Armando. Felici senza saperlo. Come si vive quando si è incoscienti.

Poi un giorno l’edicola chiuse. Nessuno ci spiegò perché. Ricordo qualcuno che parlava di politica, altri di debiti, ma al tempo non ne capivo niente. E forse anche oggi, se devo essere onesto, non ne avrei capito molto di più.

Al centro del paese rimase uno spazio vuoto. 

Per molto tempo ho pensato che fosse normale. I posti chiudono, le persone spariscono, le cose finiscono. Crescendo impari a chiamarlo “cambiamento”, che è una parola educata per dire che non hai capito un cazzo. E che probabilmente non lo capirai mai.

Ho continuato a cercare Armando ovunque. Nei bar rumorosi, negli adulti che parlavano troppo, nei professori che spiegavano bene ma non guardavano mai negli occhi. Non c’era. Nessuno regalava più niente. Nessuno diceva che saremmo stati salvati. Al massimo ci dicevano di stare attenti, di non farci illusioni, di trovare un lavoro sicuro. Come se fosse la stessa cosa.

I libri però ho continuato a leggerli. All’inizio come faceva lui, ad alta voce, anche se ero solo, come se potesse sentirmi da qualche parte. Poi ho cominciato a leggerli male. A saltare le pagine. A non capire. A smettere. È così che funziona: non perdi subito le cose importanti, le lasci marcire piano.

Alla fine mi sono trasferito, come fanno tutti prima o poi. Ho iniziato a lavorare. Ho capito che da grande nessuno ti legge più niente, nessuno ti fa sedere in cerchio. Devi farlo da solo, e spesso non ne hai voglia, o sei troppo stanco, o fai finta di non avere tempo, che è la bugia più comoda di tutte.

Non so che fine abbia fatto il signor Armando. Forse è morto. Forse se n’è andato. Preferisco pensare che abbia semplicemente smesso di essere visibile, come fanno le cose che hanno già fatto il loro lavoro. So solo che quando apro un libro e sento quell’odore, anche solo per un attimo, mi sembra di tornare indietro. Mi sento felice. Poi passa. Ma mi basta. 

E quando ci ripenso, con l’età che ho adesso, con tutta la fatica addosso, con le cose che ho perso senza nemmeno accorgermene, mi viene da piangere a pensare al signor Armando.

A volte penso che il problema non sia che il signor Armando non c’è più.
Il problema è che se oggi entrasse in una stanza, io non saprei più sedermi per terra.
Resterei in piedi. Educato. Adulto.

E lui capirebbe subito che qualcosa è andato storto.

Alex Roggero