Enza Maria Ottoveggio – Da Kafka a Murakami

Franz Kafka vive intensamente ma brevemente tra il 1883 e il 1924 tra Boemia e Germania, la sua vita ed il suo pensiero vengono influenzati dall’esistenzialismo Kierkegaardiano ( meditazione sull’individuo, sulla sua ragione e sulla fede). L’uomo Kafchiano non può vivere senza dolore, sa di essere destinato alla morte, è un uomo individualista, razionale, rassegnato, figlio di un Dio Creatore Eterno che lui considera non Soccorritore in quanto “essenza non pensante” ma “essenza creante in modo naturale.” Non è un Dio assente, non è un Dio vendicativo ma è un Dio che ama in quanto dona la vita ma non la condiziona.E’ proprio questo pensiero Kierkegaardiano sul Dio amore, creatore, eterno e non agente in quanto non pensante e non “umanizzato”, il pilastro del pensiero Kafkiano e su questo pilastro poggia l’individualismo e la conseguente solitudine rassegnata dell’uomo costretto a lottare contro la natura ma anche contro gli altri uomini.

Altro tema molto caro a Franz Kafka è l’incomunicabilità, l’esclusione come isolamento conseguente alla stessa incomunicabilità, la colpa e la condanna come conseguenze dell’incomprensione da parte degli altri uomini e l’impotenza dell’uomo incapace di trovare risposte tanto riguardo a Dio quanto riguardo al male inferto dagli altri uomini, spesso immotivatamente.

Dopo aver esaminato il pensiero Kafchiano, esaminiamo la sua essenza letteraria. Franz Kafka è ritenuto una delle maggiori figure della letteratura del ‘900 ed è uno dei maggiori esponenti del Modernismo nonché anticipatore del Surrealismo Il Modernismo è definito da una coscienza nuova, dalla consapevolezza raggiunta con la rivoluzione industriale delle potenzialità dell’uomo, del suo “potere creante” di cose, di idee, di arte; l’uomo (molto simile al “superuomo” di Nietzsche è creatore del suo ambiente che può rimodellare per “creare” quella “confort zone” che la natura non ha predisposto, è un uomo progressista quello della letteratura Kafchiana, che da una parte bada a se stesso e dall’altra -anticipando il Surrealismo degli anni ’20 del ‘900 – sogna dando libero sfogo all’inconscio e si sforza di interpretare il proprio racconto onirico cercando di esprimere un giudizio sul funzionamento del pensiero incontrollato dalla ragione ( quale è il pensiero scaturito dall’inconscio), completamente liberato da ogni preoccupazione estetica e morale. E’ il pensiero liberato, anche da sveglio che consente a Franz Kafka di vedere con la mente la metamorfosi dell’uomo in insetto. Sogno e Follia sono in Kafka mezzi fondamentali per superare la razionalità ed i suoi limiti. L’uomo, diventato insetto, è libero dalle convenzioni sociali, ha un infinito entropismo immaginifico, ha raggiunto l’armonia tra sogno e veglia, tra conscio ed inconscio, egli, guardando dentro se stesso e fuori di sé, può vedere oltre il “visibile”, oltre il contingente, esplorando un trascendente non fideistico ma che gli consente di trascendere dal sé materiale per guardare nella sua anima, nell’anima degli altri e nell’anima della natura e delle creazioni umane per meglio conoscerne l’essenza e per farle progredire, farle evolvere, migliorare, per “trasformare il mondo” per dirla con Marx.  Lo scarafaggio umanoide Gregor Samsa vuole – non senza nostalgia e commozione per la sua vita umana – andare oltre, auto-espropriarsi del mondo convenzionale e dirigersi verso la nuova armonia, verso la felicità e la serenità. L’alienazione, l’isolamento, l’incomunicabilità, diventano così soltanto un ricordo commovente. La Metamorfosi libera Gregor dal male, dalle forze oscure che ormai non hanno più potere su di lui; Gregor non è più colpevole, non è più l’innocente incarcerato nella malvagità e nell’incomunicabilità.

E’ interessante la lettura dei testi “apocrifi” della Metamorfosi di Kafka, in particolare quello tedesco di Karl Brand in cui Gregor viene ritrovato in una discarica e a poco a poco si ritrasforma in umano così come il testo “apocrifo” del “Samsa innamorato” contenuto nella raccolta “Uomini senza donne” di  Murakami Haruki che immagina Gregor che si risveglia nuovamente tramutato in essere umano e si innamora di una ragazza con la gobba. Murakami adora la letteratura Kafchiana, omaggia Franz Kafka anche in “Kafka sulla spiaggia” dove riprende la riflessione Kafchiana sull’importanza dell’esplorazione dell’inconscio percorrendo quel “realismo magico” già presente nella “Metamorfosi” di Kafka e il tema della liberazione dalle convenzioni e dalla coscienza. In “Kafka sulla spiaggia” è anche interessante la ricerca di “qualcosa che sa di cercare solo quando la troverà”, in quanto la ricerca si libera dal metodo, dalla razionalità, per aprirsi all’inaspettato “necessario” al punto da cercarlo non conoscendolo. Ma, ciò che in Murakami risveglia maggiormente il ricordo di Kafka sono i primissimi capitoli di “Kafka sulla spiaggia” che ripercorrono il tema della solitudine, della incomunicabilità. Murakami chiaramente è un figlio del suo tempo ma anche del suo paese, quindi la sua prosa come il suo pensiero sono intrisi di shintoismo, tuttavia Murakami è forse il contemporaneo più vicino al pensiero Kafchiano. Ritornando a Kafka, un altro testo che esprime bene il pensiero Kafchiano modernista è “Processo”, esso stigmatizza molto bene le dinamiche di potere all’interno del sistema giudiziario, l’arbitrarietà della legge e la burocratizzazione della giustizia che determinano l’alienazione dell’individuo.

Attraverso l’odissea giudiziaria di Josef K, Kafka smaschera l’opacità del sistema giudiziario e la disumanizzazione dello stesso. L’uomo anche qui si imbatte nel male rappresentato dall’indifferenza degli altri uomini e dalla incomunicabilità che lo isola e lo mette a nudo, lo rende fragile, impotente, lo intrappola. Josef viene giustiziato senza neppure poter conoscere il capo d’accusa, è l’emblema della colpa non colpevole, tema caro all’esistenzialismo occidentale. L’assurdo – in “Processo” – transita dal surreale al reale, dalla fase onirica alla veglia, schiaccia l’individuo Kafchiano, lo costringe in una “non-sense zone”, alienandolo.(L’espressione “non-sense zone” non è usata a caso, la “non –sense zone”  è una sezione del DNA alterata proprio come alterata è la realtà intima dell’uomo isolato, è una zona fragile). Lo spazio è vuoto in Kafka, l’individuo perde di significatività e proprio da questo abisso morale l’uomo Kafkiano può riemergere solo trasformandosi, solo liberandosi dagli orpelli del mondo, solo rinunciando agli altri esseri umani. La liberazione dell’uomo kakchiano non è come quella dell’uomo verdiano risorgimentale una liberazione di un gruppo umano unito da comuni valori ma è la liberazione individuale, dell’uomo singolo e solo, alla ricerca del significato della sua essenza di cui gli altri uomini lo hanno espropriato. Gregor rivendica la sua umanità, vuole nasconderla non disfarsene, la riconosce come sua  essenza intima (“Come poteva dunque essere proprio una bestia se la Musica lo afferrava a tal punto? Gli pareva che gli si mostrasse la via verso il nutrimento ignoto che egli agognava” cit da “La Metamorfosi” Franz Kafka).

L’insetto rappresenta però un punto zero, l’origine delle coordinate dell’essere, il punto in cui nasce la paura inconscia del mondo, il punto in cui l’essenza si paralizza, avverte disagio, desidera essere invisibile ma rappresenta anche il punto di risettaggio, di ripartenza dall’estrema soglia della sopravvivenza. L’uomo, dopo la catarsi, dopo essere sceso fino alle viscere della terra, riemerge rinato; l’immersione nell’armonioso e perfetto mondo degli insetti gli offre la possibilità di rimodellarsi e quindi di ritrovare la sua umanità (un po’ come l’uomo cabaliano che ha bisogno di implodere per risorgere).

Colpa ed Innocenza rappresentano i due bracci della bilancia in continua ricerca di equilibrio, sentirsi innocente e percepirsi colpevole crea isolamento, dà la percezione di una moralità ambigua, quella moralità che Nietzsche considerava un costrutto umano, una convenzione come i concetti di bene e di male. Così anche la giustizia per Kafka diventa un concetto convenzionale, astratto, inaccessibile, un costrutto umano dipendente dall’arbitrarietà interpretativa. Il Diritto si allontana dal giusnaturalismo per diventare strumento di potere come ci dice anche Michel Foucoult nei suoi studi sulla genealogia del potere. Il Diritto diventa quindi strumento di controllo sociale. L’uomo non può comprendere né contrastare queste forze e finisce per relativizzare il bene e il male. Il “Processo” di Kafka è una denunzia del “non senso”, del relativismo giuridico, del relativismo del pensiero umano e del relativismo morale, anticipa il nichilismo di Nietzsche(contemporaneo di Kafka) prendendo atto della distruzione dei valori, degli ideali, tradizionali, del buon senso. Vorrei scegliere Kant per dire che nella società Kafchiana come in quella dei nostri tempi manca la “morale dell’intenzione”, mancano i valori, la loro classificazione oggettiva tra bene e male che spinge l’uomo a realizzare un’azione per perseguire il bene, con l’intenzione di “far bene”, di agire nel modo giusto, nel modo equo.

Il relativismo rappresenta il fondamento dell’incomunicabilità.  In assenza di una univoca definizione del bene e del male come i protagonisti kafchiani così anche noi non possiamo scegliere liberamente di conformare al bene il nostro comportamento ed anche quando individualmente percepiamo il bene, dobbiamo lottare nella quotidianità col relativismo morale che vuol renderci colpevoli da innocenti, che vuol farci intendere che quel che è il bene secondo il nostro sentire non è necessariamente il bene assoluto, che il bene e il male sono relativi e che la morale non esiste. Occorre allora riscoprire la “morale dell’intenzione” di Kantiana memoria che ho citato poc’anzi per ritrovare il bene oggettivo e attraverso questo per ritrovare l’Uomo nella sua più pura essenza.

Enza Maria Ottoveggio