Feedback – Patrizia Raveggi
“Siamo tutti Taddeo, o almeno dovremmo provare ad esserlo. Così impegnati a urlarci addosso da non riuscire nemmeno più a sentire i nostri pensieri, figurarsi i discorsi altrui. Il suo isolarsi è un cieco guardarsi dentro, alla ricerca di un’idea del senso che è fuggita da sé, sparendo chissà dove: in un social, magari. In uno slogan, forse. Certo non dove dovrebbe essere. Ecco allora la potenza sorgiva del feedback, quel ritorno primigenio che è furia elettrica, impulso nervoso, potenza primitiva con cui Taddeo, pur non dicendo nulla, ci grida in faccia spogliandoci di ogni resistenza: nudi, come vermi.”
*
Protagonista: Taddeo, già monaco nella Certosa di Pleterje, già chitarrista di una band di noise rock anni ’80. Al momento archivista addetto a un progetto di inventariazione di archivi di Stato e diocesani nella Biblioteca comunale di un’antica città.
Per raggiungere la postazione di Taddeo, all’interno della Biblioteca comunale dell’antica città, bisogna scendere. Scendere sempre più giù. La Biblioteca è situata in un palazzo anch’esso antico e imponente. Al banco delle informazioni solerti impiegati compiono per te la ricerca, ti scrivono la collocazione su un foglietto, con quello in mano ti avvii verso il basso su gradoni in pendenza costante, non ripidi, intanto occhieggi, frughi con lo sguardo tra gli scaffali, se la collocazione indica un ripiano in alto, l’esercizio si fa arduo, una specie di caccia al tesoro, ti succede alle volte di non riuscire a individuare l’opera desiderata, però tanti titoli attraenti ti scorrono davanti, autori imperdibili che da sempre ti eri riproposto di leggere o rileggere, ci si possono passare giornate intere in quelle catacombe, e uno nemmeno si accorge che si avvicina la sera.
Pungolati dalle loro ricerche, alcuni studiosi, ma sono pochi, si avventurano nei più intimi recessi del palazzo, al livello degli incunaboli, delle quattrocentine, dei libri rari; tra gli scaffali sono predisposti dei tavoli; una striscia di luce cade dai finestroni incassati alla sommità di mura tanto spesse da escludere ogni rumore, di fronte a palazzi altrettanto imponenti e severi, schermo alle intrusioni esterne e al segnale internet.
Sistemati dietro tavoloni immensi, difesi da pile di faldoni, laggiù siedono gli addetti alle più delicate operazioni di biblioteca, a curare i nuovi accessi e le dolorose dismissioni. Ed è lì che Taddeo macina in silenzio le sue ore, in perenne ombra, dedito all’arido compito di spulciare fondi e cataloghi, scrutare pagine ingiallite e redigere elenchi descrittivi con mano nitida e sicura. Perseverante, industrioso, si sobbarca una immensa mole di lavoro. Ignora le pause, a malapena si concede un minimo di ristoro. Al mattino è il primo, non lo si vede arrivare, lo trovano già lì e la sera, dopo che tutti gli altri sono usciti, si eclissa nel buio della strada.
Taddeo: Di lui, del suo passato, nessuno nella antica città era mai riuscito a sapere nulla.
Nelle ore antelucane di una domenica d’inverno, uggiose e deprimenti come la modesta camera ammobiliata dove alloggiava nell’antica città, perseguitato dall’insonnia aveva provato a ingannare il tedio in un video-call. Improvvisamente non aveva sentito più le parole, vedeva le labbra muoversi e un grafico sullo schermo. Non un suono. “Sono diventato sordo dentro’, gli era balenato in mente. E a quella sordina se ne sovrappose un’ altra, accompagnata da una scarica di immagini: si ritrovò immerso in quel momento, nella pausa atterrita in cui l’aria trattiene il fiato.
Una vita fa, sul palco di un concerto, aveva imparato a riconoscere quella sospensione, tra la scintilla e il botto.
Oggi, l’unico botto che sentiva era quello dello scaldabagno che quotidianamente alle sei e mezzo dava segno di sé. Le sue giornate erano diventate grigie, identiche. Rumori ovattati, schermi, scartoffie. Un esistere intorpidito, ottuso, in standby. Il suo impiego in Biblioteca, un ripiego più che un impiego: un epilogo triste, una condanna.
Nell’ora del lupo di quella domenica mattina lo travolse l’ondata di memoria, nitida, bruciante. La sepolta e cancellata serata del ‘Botto creativo’. Il feedback della sua chitarra – un assolo furibondo, un esaltante, feroce strappo di energia – aveva innescato un corto circuito. Erano saltate le luci. Buio. E poi, caos.
La reazione frenetica del pubblico, urlante e adorante, gli strilli e le chiamate, gli erano sembrati non un applauso ma l’espandersi di una energia che lui, chitarrista e front-man della band, avesse liberato dalle catene. Spaventato da una potenza terrorizzante cui temeva di dare un nome, che lo dominava e minacciava di inghiottirlo, aveva lasciato cadere la chitarra.
Nel giro di pochi mesi avrebbe cambiato vita, abbandonando il Paese e anche il suo stesso nome.
Fuggì. Scelse una città a caso. Poco dopo, come un’eco della sua resa, anche la band si sciolse.
Taddeo estrasse la chitarra dal ripostiglio. Non l’aveva più toccata da quella volta. Si sedette sul pavimento, al buio. Non provò a suonare. Poggiò solo le dita sulle corde. Un contatto di pelle e metallo, un fruscio. E sotto i polpastrelli, un tremito. Lo stesso di una vita fa, tra la scintilla e il botto.
E in quel tremito, l’equilibrio grigio della giornata si incrinò di un millimetro.
“Siamo tutti Taddeo, o almeno dovremmo provare ad esserlo. Così impegnati a urlarci addosso da non riuscire nemmeno più a sentire i nostri pensieri, figurarsi i discorsi altrui. Il suo isolarsi è un cieco guardarsi dentro, alla ricerca di un’idea del senso che è fuggita da sé, sparendo chissà dove: in un social, magari. In uno slogan, forse. Certo non dove dovrebbe essere. Ecco allora la potenza sorgiva del feedback, quel ritorno primigenio che è furia elettrica, impulso nervoso, potenza primitiva con cui Taddeo, pur non dicendo nulla, ci grida in faccia spogliandoci di ogni resistenza: nudi, come vermi.”
Patrizia Raveggi
I commenti sono disabilitati, ma trackbacks e pingbacks sono abilitati.