Khemeria – Roberto Borlini
“Una donna è capace di smuovere orizzonti anche stando zitta, a volte. E di portare caos dentro vite già in apparenza confuse, senza direzione. Khemeria è un desiderio imprigionato in una caserma che soffoca aspirazioni e velleità, prima che qualcuno ti dica che sono tutte sbagliate. Ma magari sarà proprio lei a leggerti la mano: attento. Non per forza per dirti cose belle”.
*
Questa è una storia successa molto tempo fa. Posso raccontarla perché i protagonisti, se sono ancora vivi, non verranno a rinfacciarmela. Il tempo guarisce le ferite, dicono.
Iniziamo con il dire che era stato un anno memorabile. Avevo scoperto romanzi che mi entusiasmavano, di quelli che non puoi chiudere senza leggere un’altra pagina e un’altra pagina. Io che fino al giorno prima mi vergognavo a farmi vedere con un libro in mano sul treno, all’improvviso venni travolto da un’ondata di entusiasmo letterario. I risultati si videro subito. Diedi l’esame di Estetica e presi trenta e lode. Capii che la letteratura faceva per me e mi ci buttai a capofitto. Di giorno leggevo e componevo versi, la notte li ricopiavo con lo spray sui muri della città. Iniziai un romanzo, poi lo buttai e ricominciai. Almeno tre volte. Stavo preparando l’esame di Semiotica quando una mattina trovai una lettera indirizzata a me nella buchetta della posta. Incuriosito, l’aprii. Era la cartolina precetto. Nel mio affanno letterario non mi ero reso conto che mancava un secondo esame per posticipare il militare. Questo accadde a settembre. A novembre partii per il Centro Avviamento Reclute e a febbraio arrivai al mio reparto ancora incazzato come il giorno in cui avevo lasciato l’università.
In caserma ero livido. Mangiavo poco e non legavo con nessuno. Passavo il tempo libero, che abbondava, leggendo libri che tenevo al riparo da occhi indiscreti. Facevo finta di masturbarmi in cesso. Con un gesto plateale, infilavo un giornaletto pornografico dentro a Viaggio al Termine della Notte, facevo l’occhiolino al mio collega di corvée e sparivo in bagno per delle ore. Se mi avessero scoperto a leggere sarei stato immediatamente accusato di omosessualità e infilato in un armadietto a cantare La Bambola in falsetto.
Dopo qualche tempo legai con un altro ragazzo che non se la stava passando bene. Mario aveva la carnagione scura e un cognome straniero. In caserma veniva guardato come avesse due teste. In realtà era uno sinto stanziale che aveva avuto la sfiga di un indirizzo fisso a cui recapitare la cartolina precetto. E lui, scemo, si era pure presentato. Dico scemo perchè un conto è essere una recluta qualsiasi e un altro conto è essere uno zingaro che viene considerato italiano solo quando c’è da prenderla in quel posto. E in quel posto lui la prendeva. Tutti i giorni erano insulti espliciti, zingarodimerda era il suo soprannome, o striscianti, una mano passata sul muro dopo averlo sfiorato, una rapida controllata alla tasca del portafogli sghignazzando. E Mario, zitto a incassare, come se la pazienza si fosse stratificata attraverso generazioni passate a scappare da un villaggio all’altro, con qualche ora di vantaggio sui forconi dei contadini.
Ma anche la pazienza di un gitano non è infinita. La sua terminò all’improvviso un pomeriggio di maggio in cui rifilò una ginocchiata ai testicoli e un uppercut sul mento a un ciccione toscano che gli tirava arachidi. Il va sans dir che Mario finì consegnato. Mentre mi preparavo per la libera uscita lo vedevo combattuto. Venne da me e confessò che quel giorno fuori dalla caserma lo aspettava la fidanzata, la quale si era sobbarcata un viaggio lunghissimo per visitarlo. Chiedeva a me di avvisarla e darle appuntamento per il giorno successivo. Poi te ne vai subito, aggiunse passandosi le mani sulla fronte umida.
Quando arrivai al punto d’incontro, una chiesa, non vidi nessuno. Solo una suora che mi dava le spalle. Pensai fosse una suora perché portava un velo in testa, ma bastò incrociarne lo sguardo per sentirmi mancare il suolo sotto ai piedi. Rise quando la chiamai sorella, mostrando una dentatura bianca e perfetta. Che sciocco sei, disse Khemeria, spingendo i capelli sotto al fazzoletto con le dita lunghe, le unghie grandi come sassi di fiume. In quel momento capii che mi sarebbe piaciuto accarezzare quella ciocca ribelle anche quando fosse diventata grigia.
Mancai alla promessa fatta al mio amico. Rimasi con lei. Seduti su una panchina, parlammo per ore. Avevo bisogno di ascoltare le sue parole come un assetato ha bisogno dell’acqua. Mi nutrivo dei suoi occhi scuri, ogni sbrilluccichìo era un scarica elettrica, pareggiata solo dall’effetto delle labbra quando schiudendosi formavano due fossette ai lati della bocca. In quei momenti, non c’era Mario, non c’era caserma, non c’era un prima e tanto meno un dopo. È per questa ragione che non mi sento colpevole per il mio comportamento. Non puoi tradire un amico se non sei consapevole della sua esistenza, come non puoi essere peccatore se non sai che esiste il peccato.
Fu lei a riportarmi alla realtà. Prese la mia mano e senza staccare i suoi occhi dai miei, fece correre l’indice lungo il palmo. Mi leggi il futuro? Non il tuo. Leggo il mio, disse. La sua fronte si increspò per un attimo. Pensai a un presagio negativo. Invece era stato l’arrivo di Mario a farle cambiare espressione all’improvviso. Era trafelato, sconvolto, con le mani insanguinate dopo aver scavalcato il muro della caserma. Il suo sguardo era vuoto e comunque non venne mai posato su di me. Allungò una mano nella quale Khemeria abbandonò la sua e se ne andarono in silenzio.
Roberto Borlini
I commenti sono disabilitati, ma trackbacks e pingbacks sono abilitati.